Anni fa, il che corrisponde sicuramente a molti anni prima che facessi ricco DDDHouse, una cosa del cinema giapponese e non solo mi aveva colpito e lasciato con degli interrogativi:

La lapide di Ozu Yazujiro, il celeberrimo regista giapponese, ove in luogo del nome, vi e' l'ideogramma che sta per MU, o vuoto che dir si voglia.
Dopo diverso tempo poi avevo compreso che una delle 'chiavi' per comprendere la rappresentazione scenica dei film giapponesi, era quella di 'cambiare' una valenza; quella che occidentalmente noi assegniamo al vuoto come 'negativita'.
Togliendo quel velo negativo a tale equivalenza, iniziamo a percepire la 'differente' percezione delle cose di questa cultura.
Il vuoto non e' il "quid" nagativo che 'separa' le cose in un dato spazio, ma crea delle "relazioni" con esse.
Il vuoto in qualche modo 'informa' i sensi della 'percezione' differente degli oggetti, specie con giochi di luce chiaro/scuro, contribuendo a stimolarli ed a regalarci di essi una 'visione personale' degli stessi, anche in relazione alle distanze tra insiemi di volumi.
Alla fine e' il concetto del tutto errato che in occidente si ha del wabi-sabi; si comprano oggetti di una certa foggia, ma l'importante non e' legato agli oggetti. Ma allo spazio in se'.
Come dicevo prima, per molti che non avevano avuto occasione di vedere qualcosa del periodo di Ozu od antecedente, c'e' una certa linea narrativa che informa la cinematografia di quegli anni; quando Ozu, molte volte, riprende con uno evidente 'stacco', che so, degli elementi ferroviari senz'altro in campo e che non rappresentano cio' che un personaggio vede (quindi un dettaglio) o che in qualche modo e' legato al contesto narrativo, in realta' secondo me non indica una qualche chiave di lettura natura metaforica, ma con quei 'vuoti' centellina il concetto di mono-no-aware, di scorrere del tempo con una patina di rimpianto, in qualche modo fortemente associato, ma non con reale valenza animista ma rappresentativa dello spazio, agli oggetti.
E' quindi un 'quid' assai legato alla cultura giapponese.
C'e' anche una cosa che mi aveva incuriosito ai tempi, ed era una curiosa assonanza di un certo elemento delle abitazioni/appartamenti, uno 'spazio' in qualche modo tenuto 'celato' ed indviduale (contenente o meno certi oggetti), un termine che non rammento ora, con questo tipo di riprese.
La cinematografia di Ozu, quella giapponese in senso lato, spesse volte a me dava l'impressione di un voler 'aprire' degli spazi personali ed indviduali, quegli spazi, per mostrarli.
La lapide di Ozu Yazujiro, il celeberrimo regista giapponese, ove in luogo del nome, vi e' l'ideogramma che sta per MU, o vuoto che dir si voglia.
Dopo diverso tempo poi avevo compreso che una delle 'chiavi' per comprendere la rappresentazione scenica dei film giapponesi, era quella di 'cambiare' una valenza; quella che occidentalmente noi assegniamo al vuoto come 'negativita'.
Togliendo quel velo negativo a tale equivalenza, iniziamo a percepire la 'differente' percezione delle cose di questa cultura.
Il vuoto non e' il "quid" nagativo che 'separa' le cose in un dato spazio, ma crea delle "relazioni" con esse.
Il vuoto in qualche modo 'informa' i sensi della 'percezione' differente degli oggetti, specie con giochi di luce chiaro/scuro, contribuendo a stimolarli ed a regalarci di essi una 'visione personale' degli stessi, anche in relazione alle distanze tra insiemi di volumi.
Alla fine e' il concetto del tutto errato che in occidente si ha del wabi-sabi; si comprano oggetti di una certa foggia, ma l'importante non e' legato agli oggetti. Ma allo spazio in se'.
Come dicevo prima, per molti che non avevano avuto occasione di vedere qualcosa del periodo di Ozu od antecedente, c'e' una certa linea narrativa che informa la cinematografia di quegli anni; quando Ozu, molte volte, riprende con uno evidente 'stacco', che so, degli elementi ferroviari senz'altro in campo e che non rappresentano cio' che un personaggio vede (quindi un dettaglio) o che in qualche modo e' legato al contesto narrativo, in realta' secondo me non indica una qualche chiave di lettura natura metaforica, ma con quei 'vuoti' centellina il concetto di mono-no-aware, di scorrere del tempo con una patina di rimpianto, in qualche modo fortemente associato, ma non con reale valenza animista ma rappresentativa dello spazio, agli oggetti.
E' quindi un 'quid' assai legato alla cultura giapponese.
C'e' anche una cosa che mi aveva incuriosito ai tempi, ed era una curiosa assonanza di un certo elemento delle abitazioni/appartamenti, uno 'spazio' in qualche modo tenuto 'celato' ed indviduale (contenente o meno certi oggetti), un termine che non rammento ora, con questo tipo di riprese.
La cinematografia di Ozu, quella giapponese in senso lato, spesse volte a me dava l'impressione di un voler 'aprire' degli spazi personali ed indviduali, quegli spazi, per mostrarli.
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