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Postmoderno animalizzante - la società giapponese vista dall'otaku


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14 gennaio 2013

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Sto leggendo da un po' il libro intitolato Generazione Otaku, di Azuma Hiroki. Il titolo originale, 『動物化するポストモダン―オタクから見た日本社会』(Doubutsu-tsuka Postmodern - Otaku kara Mita Nihon Shakai), si traduce come da titolo del topic: Postmoderno animalizzante - la società giapponese vista dall'otaku.

 

Azuma Hiroki è un sociologo che si occupa da anni di otakuzoku e sociologia correlata, anche di Superflat (corrente artistica postmodernista fondata da Murakami Takashi). Lo seguo da anni, sul web. Credo il suo sito fosse linkato anche al mio fu-blog? Forse. Ma non sapevo che da anni fosse uscito un suo volume tradotto in italiano. La curatela dell'edizione è di Marco Pellitteri, anche lui sociologo attento al medesimo ambito di postmodernità, che conosco personalmente e con cui ho un cordiale rapporto di dialogo - molto franco, ovvero utile.

 

Mi sono quindi fatto regalare il libro per Natale e mi sono addentrato nella sua lettura - che non ho ancora concluso. Sono infatti un lettore molto attento e molto lento, mi piace pensare l'una cosa discendendo dall'altra, ma la verità è che -specie per un testo simile- il tempo della riflessione che fa seguito alla lettura di ogni brano supera l'altra persino a livello di ordine di grandezza. Questo accade in particolar modo perché, dato l'argomento del testo, la mia fruizione è assolutamente dialettica, per nulla frontale, del pensiero di Azuma. Leggo pensando a cosa gli direi, in cosa concorderei, in cosa dissentirei.

 

E' impensabile, ad esempio, dividere la 'mente' dei registi di animazione in due gruppi, e porre Takahata in quello di Miyazaki. Takahata è al cento per cento con Tomino, due registi non-disegnatori, interessatissimi -in maniera sinanco dichiarata- alla 'grande narrazione' interpretata nelle loro opere. Al contrario, Miyazaki è un regista animatore, e benché la frequentazione di Takahata l'abbia contaminato profondamente il suo interesse passa dalla 'piccola narrazione' (la bellezza di una animazione, per sé) alla grande in un modo che è già (proto)postmoderno. Proprio per questo Miyazaki ha oggi il successo che Takahata non può più avere, e proprio per questo Miyazaki è 'perfetto' per un mondo adulto postmodernizzato che ama dissimulare la propria radice nichilista. Dovrei spiegare tutto questo ad Azuma Hiroki. E parlavo di questo con Tamaki Saitou, a Catania, e lui concordava molto col mio definire Miyazaki appartenente alla 'generazione zero' degli otaku. Che Zero sia anche il nome dell'omonimo caccia dell'aeronautica imperiale giapponese è una polisemia che, parlando di Miyasan, spero il professor Saitou abbia potuto cogliere e apprezzare appieno.

 

Come dicevo, a curare l'edizione italiana del libro è stato Marco Pellitteri. La scelta è opportuna: il libro è davvero un libro di sociologia postmoderna, più che di 'otakugaku' (otakuologia) in senso stretto. Non è un libro di Okada Toshio, per intenderci. Azuma ha una cultura e una preparazione filosofica e sociologica molto occidentalista, direi, e Marco era forse la persona ideale per coglierne lo spirito e i riferimento. Nondimeno, pure Marco deve avere fatto davvero un gran lavoro, perché la documentazione, i riferimenti, le opere e le terminologie citate e riprese sono davvero tanti, e parliamo di triangolazioni linguistiche non da ridere. Ho letto con interesse la sua introduzione, che naturalmente rileggerò dopo aver concluso quella del libro (come Schopenahuer insegna ne la sua seconda introduzione al Mondo come volontà e rappresentazione). Per me vi è ovviamente grande ridondanza nel tuo intervento in quanto tale sul testo di Azuma, ma per logica (compulsione) di completezza sto leggendo *tutto*, quindi anche le note, man mano che si presentano, per quanto scontate possano risultarmi. Il curatore italiano ha infatti anche inserito note al testo aggiuntive a quelle dell'autore, spesso per rendere chiari riferimenti forse immediati per il lettore giapponese, non altrettanto per quello italiano, e lo ha fatto con una accortezza che ho adorato: la chiara volontà di distinguere la sua penna, la sua glossa, da quelle di Azuma, mettendo ogni nota aggiunta tra [parentesi quadre], e avrei anzi demarcato la cosa in modo più appariscente (font, corpo, italico, qualsiasi cosa). Ho così apprezzato il tentativo, credo centrato, di contestualizzazione esegetica. Pellitteri ha condotto una documentazione davvero mirabile, cosa che gli fa onore, e se ha letto davvero tutti i testi che riporta in nota mi congratulo on lui - per quanto sono certo che pensatori quali Derrida e Deleuse siano ben più noti a lui che a me. Ho poi molto apprezzato la prosa italiana pulita e precisa di Pellitteri, cosa sempre più rara oggi, puntuale ma discorsiva, non so se per sua imprescindibile natura o se per volontà di allineamento a quella di Azuma (caso in cui: obiettivo centrato). Personalmente, ho trovato che a volte si sia forse dilungato un po' troppo, anche nell'introduzione, ma tant'è - per quanto io possa sforzarmi di immaginarmi quale lettore fuori dal me, occhi e mente restano sempre i miei. A onore del vero nel suo testo ci sono varie imprecisioni su dati specifici o particolari, e alla seconda lettura del libro potrei magari redigerne una lista puntuale, da inviare all'editore per una seconda edizione del libro. Se ne deve purtroppo segnalare una ATROCE, e il maiuscolo è motivato: non si può dire che Uchuu Senkan Yamato sia tratto da un manga di Matsumoto. Si fa così torto al libro di Francesco Prandoni, pure citato in nota e bibliografia, e soprattutto si fa torto a Nishizaki, che con Yamato cambiò il mondo e il mercato dell'animazione giapponese dimostrando la fattibilità di animare una storia inedita per il grande pubblico e ottenerne un successo economico, aprendo il primo anime boom in Giappone.

Torniamo ora ad Azuma. Per capirsi: ero al Comiket invernale del 2006 quando Okada pubblicava la versione fanzine di "Otaku ha Sudeni Shindeiru" (che lui giustamente cita, più volte), solo in seguito apparsa nel circuito editoriale maggiore. Ho conosciuto personalmente Suzuki Toshio, Miyazaki Hayao, Yamaga Hiroyuki, Takeda Yasuhiro, Sadamoto Yoshiyuki. E altri. Ci sono cose che ho sentito nella voce e visto negli occhi di queste persone, perché sono propenso a questo tipo di comunicazione sensoriale. Credo che ci siano delle cose che sfuggono ad Azuma, ed è ridicolo che io scriva ciò, perché lui è giapponese e io sono italiano, ma alla fine lui applica una logica di lettura filosofica/sistemica molto occidentale alla sostanza d'analisi che è giapponese. In questo senso, il primo capitolo del libro, dove dipinge l'immagine di uno 'pseudo Giappone' reinventato con materiali americani, è anche una chiave di lettura dell'opera di Azuma stesso: un Giappone misurato con unità di misura occidentali. Sarà che sono fresco della lettura estensiva di Akutagawa, e l'impatto è forte - specie avendolo letto dopo Souseki. Ci sono cose che, nel suo impianto interpretativo della realtà che mi pare comunque strutturalista sua malgrado, sembrano essere del tutto ignorate da Azuma: ovvero, l'età non è solo quella della storia hegeliana o dello zeitgeist nei vari tempi, ma anche quelle interne alla persona. Credo che non abbia senso parlare di otaku senza rapportare il fenomeno 'esogeno' (la società, indi fenomeno sociologico) a quello 'endogeno' (il singolo, indi fenomeno psicologico). E' crociando le due cose che, credo, si possa davvero capire il tutto. Forse per questo mi sono trovato molto a mio agio parlando con Saitou Tamaki: i conti tornano i e i pezzi combaciano. Personalmente, vedo l'otakuzoku (uso sempre questo termine) diviso in 3+1 generazioni (l'aggiuntiva è la citata 'generazione zero'), ma le individuo in modi leggermente diversi da Azuma. In linea di massima ci troviamo, però.

 

Dunque, il testo di Azuma è diviso in tre capitoli, ma in sostanza tutto mi pare girare intorno al secondo - lungo e corposo - dove il primo e il terzo sembrano quasi satelliti introduttivi e conclusivi. Il primo capitolo, come dicevo, mette in chiaro che l'immaginario Giappone postmoderno è stato ricostruito con 'pezzi di immaginario americano ricombinati con un certo snobismo giapponese ripreso dal passato pre-bellico'. E' una cosa ovvia, ma è interessante perché detta con tanta schiettezza da un giapponese ai suoi connazionali. Anche i manga, gli anime, i videogiochi sono tutte cose nate in America e poi 'naturalizzatesi' nel Giappone post-moderno. L'immagine visualizzata nella mia mente è subito quella di una certa carrellata di personaggi nel Daicon IV O.A. - i conti tornano. Il secondo capitolo, invece, che sarebbe il piatto forte del libro, mi pare assai deludente. Butta lì due assunti di base, che mi paiono accettabili, ma poi ci insiste e ci ritorna in modo eccessivo. Il volerli assurgere a chiavi di lettura assolute del postmodernismo esso tutto comporta numerosi passaggi di banale e provinciale (in senso mentale) cecità. Anche l'ovvio ha una sua dimensione, ed è una dimensione umana e a-storica (nell'umano). Azuma da strutturalista non sembra cogliere ciò, e pare piuttosto un accademico vittima dell'accademia e delle bibliografie, uno studioso che cerca di interpretare la realtà tramite la lettura di chi ha scritto prima du l,ui innanzitutto. Peccato. Verso la fine il secondo capitolo svolta poi verso altre direzioni, ma la manovra sembra forzosa e buttata lì. Vedremo il terzo capitolo.

 

Tuttavia, Azuma ha aiutato me - che sono un ignorante - a mettere a fuoco qualcosa che mi vorticava in testa da quando ho visitato il Monastero dei Benedettini a Catania, oggi sede universitaria. Nello stridere della grande storia del luogo e della palese piccolezza  dei suoi attuali frequentatori, del tutto disposti a sporcare un giardino pensile dove per centinaia di anni si disquisiva di chissà quali argomenti quando ai contemporanei non interessa che bere un succo di frutta il cui brick vuoto si getta poi a terra, pensavo che alla fine il male del nostro tempo è la frivolezza. In quelle giornate catanesi risolvevo tutto intorno a questa parola: frivolezza. Frivolezza nella vita, nella fruizione delle storie, delle narrazioni, dei proprio interessi, degli affetti, della sessualità, tutto. Frivolezza. Dovrò scrivere un libro con questo titolo, o qualcosa di simile, tipo: "Frivolezza e banalità, il male e il bene dell'umano".

 

Azuma mi ha aiutato a definire ancor meglio la stessa questione, partendo dal modo fruitivo della finzione, della narrazione, rimandandomi a tutta una tradizione filosofica occidentale che non mi è poi così familiare. Devo ringraziarlo per questo, e Marco Pellitteri con lui. Azuma ci fa sapere che in Giappone è ancora chiara la distinzione tra letteratura 'seria' e 'd'evasione', e le light novel non arrivano neppure alla seconda. Per fortuna. In un mondo in cui i contemporanei postmoderni vogliono salvificarsi della pochezza edonistica di un narcisismo, di un egoismo, di un individualismo becero nato solo dal benessere diffuso, e diffuso senza criterio, anche le "graphic novel" (puah!) vogliono chiamarsi 'cultura'. Ma Tomino si chiedeva ancora se 'i manga potessero essere celebrati come cultura'. Non è che si debba per forza dare dignità a tutto quello che si consuma, tanto per non sentirsi delle merde. Non è un passaggio (onto)logico necessario. Tanto per non rendersi conto del nulla che si è? La frivolezza resta frivolezza, e non dovrebbe darsi a nessuno la barbarie di intenderla come null'altro. Il guaio della postmodernità, mi fa capire Azuma, è che dopo un po' essa inizia a voler fare una scienza di sé stessa per tollerare sé stessa.

 

Ora il puzzle è più completo, e più esteso.

 

Avanti così.
 

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Direi che per ora è tutto, magari riscriverò qualcos'altro a lettura conclusa.

Solo una qualche nota ancora sul testo italiano:

L'uso dell'accento circonflesso in luogo dell'allungamento è atroce.
L'uso dell'ordine nome-cognome per dei nomi giapponesi è atroce.
L'uso della traslitterazione diretta da kana per termini intesi come occidentali, indi 'traslitterati' in kana a partire da un conio anche solo concettualmente in romaji, è insensato indi atroce.

Per pietà: Kidou Senshi Gundam, di Tomino Yoshiyuki.

Anche questo Prandoni lo capiva bene (salvo sbavature), e lo esprimeva in una nota introduttiva quasi commovente.

 

 

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06 marzo 2013

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Dunque ritorno su Azuma. Come dicevo, nel libro in pratica il primo breve capitolo è un introduzione, il secondo corposo capitolo è il libro vero e proprio, mentre il terzo capitolo è quasi una breve appendice di estetica, che mi pare abbastanza superflua oltre che superata e in ciò pressoché del tutto svalutatasi.

Anche nel 'corpo principale' i preamboli e le ridondanze sono molte. Si vede che il testo non nasceva come un testo di studi otaku per otaku, ma al contrario ne prendeva in esame il casus analizzandone il ruolo nella più vasta prospettiva sociologica generale, rivolgendosi a un pubblico altrettanto non-specialistico, con buoni intenti accademico-divulgativi reali.

Ora c'è da dire che la fine del secondo capitolo, i suoi ultimi paragrafi, contengono tutto il succo del testo, del suo contenuto, e davvero brillano di dolorosa verità. Tutte cose da me in qualche modo percepite, razionalizzate, ma qui esposte da Azuma con una nitidezza impeccabile, e altresì brillantemente relazionate e a una tradizione filosofico-sociologica importante, che risulta vieppiù vivificata dall'analisi di Azuma, e da contributi contemporanei (ancora il dottor Tamaki Saitou con cui parlavo a Catania), brillantemente considerati.

Credo che se avrò tempo trascriverò personalmente e integralmente le pagine di cui sto qui dicendo. Credo dovrebbero essere lette da chiunque scriva o legga qui.

 

 

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25 marzo 2013

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Ho poi concluso la lettura del libro.

 

Prima ho riletto la parte finale del secondo capitolo, di cui dicevo qui sopra.

 

Poi ho affrontato il terzo, che è una esplicazione appunto estetica sulle 'cose otaku'. E' inevitabilmente datata e, cosa per nulla inevitabile, troppo superficiale. Se si pensa a "questa non è una pipa", se si pensa al fatto che già il pensiero umano e la sua estroiezione in linguaggio articolato (comunicazione interpersonale) sono due cose diverse, tutta la speculazione che qui imbastisce Azuma è del tutto non-necessaria.

 

Fino a che non si stacca da detta banalità e non torna, nel finalino, a affrontare il cuore della faccenda (le modalità psicologice dei consumi in ragione del momento sociologico e della prospettiva di vita dei soggetti), riconnettendosi al prezioso finale del secondo capitoli. Allora Azuma torna prezioso e la sua argomentazione brillante.

 

Davvero dovrei organizzare una cena con lui, il dottor Saitou Tamaki e la professoressa Shiraishi Saya. E magari Okada Toshio.

 

Ci proverò davvero alla prima occasione.

 

 

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29 marzo 2013

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Spunti di approfondimento:

 

http://japaneseliterature.wordpress.com/tag/alexandre-kojeve/

 

http://neojaponisme.com/2009/07/14/azuma-hiroki-on-postmodernism/

 

http://direcritic.com/2011/10/10/another-world-is-possible-or-boldly-going-forward-cause-we-cant-find-reverse/

 

e ovviamente la mia prima lettura di Azuma (risale al 1996, per me):

 

http://www.ntticc.or.jp/pub/ic_mag/ic018/intercity/higashi_E.html

ovvero:
http://www.nettime.org/Lists-Archives/nettime-l-9802/msg00101.html

 

 

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15 aprile 2013

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Proseguendo con le riflessioni sul libro di Azuma, sto riflettendo molto sulle differenze di visione tra lui e Okada. Essenzialmente, dal pdv di Azuma, che sposa la visione di Kojeve, gli otaku sono consumatori animalizzati. Dal pdv di Okada, invece, quelli che Azuma prende in considerazione "non sono più otaku". Ovvero, per Okada si direbbe piuttosto che gli otaku erano quelli che (sempre con Kojeve) opponevano lo "snobismo giapponese" alla spinta animalizzante della postmodernità. Ovviamente, qui dipende semplicemente da cosa di definisce come 'otaku', ovvero da quale caratteristica si ritiene fondante della categoria. In questo senso, per Okada gli otaku di terza e quarta generazione 'non sono più veri otaku', e potrei concordare con lui (mi riferisco alle teorie esposte nel suo libro Otaku ha Sudeni Shindeiru), ma sono solo "consumatori generalisti (e animalizzati) di prodotti derivati dalla subcultura otaku".

Di questo mi piacerebbe molto discutere con Azuma, cosa che auspicabilmente troverò modo di fare. Ci sono poi altre cose: la distinzione che lui fa tra 'oggetto e mezzo della rappresentazione', trovandola come peculiare dell'otakuzoku, è in realtà qualcosa di risalmente al meno al "questa non è una pipa". Chi collezione ritratti di nudo femminile ama la pittura o le belle donne? L'oggetto della rappresentazione esiste chiaramente su un piano ontologico diverso rispetto alla materialità dell'oggetto rappresentante. Vecchia storia, questa nonn è una piapa, questa non è una mela, nulla di esclusivo al mondo superflat dell'intrattenimento e visuale digitale, a mio modo di vedere. E' semplicemente la traslazione sul piano materico della dicotomia significante-significato.

Allo stesso modo, quanto al concetto dell'archivio di dati sotteso alle piccole narrazioni come vero oggetto del consumo dell'otakuzoku, ci ho riflettuto molto. Mi sono reso conto che la stessa cosa può dirsi per la narrazione letteraria fantasy e Sci-Fi. Tipicamente, sono queste letterature che si producono in 'cicli di libri' che affrescano 'universi', il cui interesse da parte del lettore sfocia inevitabilmente in forme di escapismo da realtà fittizia alternativa. Non è un caso che a produrre quanto di più simile all'otakuzoku in US sia stato Star Trek TFS. Ora il punto è: perché? Ebbene, tornando a Kojeve, credo sia perché nel momento in cui crolla la grande narrazione, il supplettivo più prossimo è la favola, la narrazione di pura fantasia, la SF. Questo perché gli adulti in realtà si animalizzano prima dei bambini. Gli adulti sono già 'lanciati' in un mondo pressoché esautorato di idealità, calato nel sincrono concreto. Al contrario i bambini vivono di idealità. Quindi gli otaku (originali/veri), snobisticamente recalcitranti all'animalizzazione postmoderna, si rifugiano in questo tipo di finzione, cercando (inconsciamente) "grandi ideali" in "finte grandi narrazioni". Questo è lo scenario degli anni '80, che dura forse fino alla metà dei '90 (anche Azuma cita il 95 come anno di demarcazione IIRC).

Ora tutto questo è, a mio modo di vedere, è anche una delle (due) chiavi di volta del grande fascino sortito (su di me) dall'intrattenimento giapponese piuttosto che da quello occidentale. Dico sin da quand'ero piccolo. Il secondo, a confronto, risultava massimamente frivolo. Non c'erano grandi temi, come invece tipicamente nella narrativa per l'infanzia (e poi per primi otaku) giapponese. L'intrattenimento giapponese era qualcosa di contemporaneo ma con una 'serietà da classico'. I conti mi tornano un po' di più (come si capisce, quando speculo lo faccio sempre con l'onestà di guardarmi innanzitutto dentro, oltre che intorno).

Edited by Shito
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Se mi dai un buon motivo per ritenere degno d'attenzione un libro con quel titolo scritto da uno straniero (no provocazione), magari lo cerco. :-)

 

Azuma Hiroki è un giapponese che parla del Giappone.

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Se mi dai un buon motivo per ritenere degno d'attenzione un libro con quel titolo scritto da uno straniero (no provocazione), magari lo cerco. :-)

 

Azuma Hiroki è un giapponese che parla del Giappone.

 

Ma si dice pure che una persona nata e cresciuta in un certo paese non potrà mai essere completamente obiettiva nei confronti di quest'ultimo..

Edited by EYMERICH
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Se mi dai un buon motivo per ritenere degno d'attenzione un libro con quel titolo scritto da uno straniero (no provocazione), magari lo cerco. :-)

 

Azuma Hiroki è un giapponese che parla del Giappone.

 

Ma si dice pure che una persona nata e cresciuta in un certo paese non potrà mai essere completamente obiettiva nei confronti di quest'ultimo..

Tipo gli italiani quando dicono che vivono in un paese di merda ?

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Tipo gli italiani quando dicono che vivono in un paese di merda ?

 

Si sa che quelli più critici nei confronti di un certo paese sono spesso cittadini di quello stesso paese (ma, nel caso specifico, siccome quel giudizio sull'Italia viene generalmente espresso anche all'estero, direi che è abbastanza obiettivo..).

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Se mi dai un buon motivo per ritenere degno d'attenzione un libro con quel titolo scritto da uno straniero (no provocazione), magari lo cerco. :-)

 

Azuma Hiroki è un giapponese che parla del Giappone.

Beh, è un viaggio fatto da un appassionato d'arte e di tradizione che si porta dietro il figlio Gundam Fap, con alcune interviste.

Magari le domande fatte da uno yankee deluso dalla realtà di ciò che vede potrebbe interessarti, su tutto mi ha colpito la (NON) intervista a Miyazaki.

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Se mi dai un buon motivo per ritenere degno d'attenzione un libro con quel titolo scritto da uno straniero (no provocazione), magari lo cerco. :-)

Azuma Hiroki è un giapponese che parla del Giappone.

 

Ma si dice pure che una persona nata e cresciuta in un certo paese non potrà mai essere completamente obiettiva nei confronti di quest'ultimo..

 

Un'osservazione sensata e non peregrina. Credo dipenda da caso a caso, in entambi i sensi: per questo chiedevo dettagli sul libro che mi si indacava. Nel caso di Azuma, lui non ha scritto un libro di critica, di giudizio, ma di mera analisi sociologica. Nella quale, la conoscenza profonda e interna della società presa a principale oggetto di analisi non mi è parsa un handicap, anzi. Per contro, sono sempre il fanboy della Benedict, quindi non credo di avere pregiudiziali aprioristiche assolute (ban?)...

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Ma il topic mi sembrava fosse più rivolto al senso di essere oggi otaku in giappone. E questo a chi lo puoi chiedere se non a un giapponese?

Purtroppo è una cosa che gli otaku stessi non hanno voglia di sapere. E chi non è otaku vedendo le cose da fuori non capisce bene come sia esserne dentro. Ci vorrebbe un ex otaku! Ma Toshio Okada è diventato ricco scrivendo come ha fatto a dimagrire, mica altro.

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C'è da dire che lo stesso Azuma, che cita Okada qua e là soprattutto per "Otaku ha Sudeni Shindeiru", si definisce un mezzo otaku, probabilmente in modo veritiero (non come me, insomma). E' vivida la differenza quando parla del superflat, ad esempio, e ne è conscio. Ma il suo libro non è un libro di 'sociologia otaku'. Non è un 'otakuzoku no kenkyuu' e neppure otakugaku (come il vecchio Okada): è sociologia nazionale e mondiale, nella quale l'otakuzoku è visto 'solo' come elemento primo per tempi (avanguardismo) e rappresentatività (totalizzante) della postmodernità. Manco a dirlo, il titolo italiano del libro è in realtà un po' fuorviante.

Quanto al libro con la piratata di Mamimi in cover, ora ho collegato, lo sfogliai ai tempi dell'uscita, e pensai 'ma va beeeeh' un po' come quando lessi la Lonely Planet (donatami) durante il mio primo viaggio (di lavoro) a Tokyo e il testo mi spiegava che -whoa!- il Giappone è pieno di distributori automatici e a Omote-sando ci sono le omg tendenze della moda giovane.

 

Come dire: whoa! ...

 

Così ora ho di nuovo ripensato a Snoopy Land che ha chiuso, diventando un misero reparto di Kiddy Land, e sono anche triste.

Edited by Shito
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  • 1 month later...

Dunque, sto lentamente andando avanti nella lettura del libro. Siccome lo leggo solo in viaggio, avendo in questi ultimi mesi viaggiato poco non ho avuto molto tempo da dedicargli - in compenso ho aggiunto un altro pezzo al puzzle recuperando Blu Quasi Trasparente di Murakami Ryuu (grazie, Bob), di cui dirò magari in altro topic.

-il proseguo del commento è spostato nel primo post (topic starter), per amore di completezza e leggibilità.

Edited by Shito
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  • 3 weeks later...

me li leggo tutto con calma e poi ti dico un'opinione.

 

questo comunque l'avevo già letto, http://www.ntticc.or.jp/pub/ic_mag/ic018/intercity/higashi_E.html . Grossomodo ai tempi lessi il tuo commento su evangelion sul tuo blog. Rivisto veloce mi sembra che sia buono perché prova a fornire lo scenario sociale in cui si é sviluppato l'opera, però credo che manchi di acume sull'indagine dell'uomo in senso più universale. Cioé mi dipinge bene il contingente ma non va mai a penetrare l'essenziale.

 

 

Ricordo che pensai parecchio al paragone finale con Godard; ripensandoci ora credo, concordemente con quanto pensai al tempo, che Godard nel suo cinema di 2° e 3° periodo ( quello cui sicuramente si riferisce azuma ) volesse fare della forma stessa un fine e che poi mirasse primariamente a una comprensione intellettuale piuttosto che empatica. Al contrario Anno credo abbia sfruttato la forma come mezzo per mirare ad una comprensione del tutto empatica. Cioé in godard ogni scena ha un suo senso in termini di citazione/contestazione/battuta o quel che ti pare, in Anno, come disse tu parlando dei corni che spuntavano in FLCL, é tutto sustanzializzazione dell'emotivo. La discussione/riflessione sul mezzo espressivo, che Azuma con tutti i paragoni che fa pone comunque in risalto, credo sia del tutto assente/secondaria/subordinata.

 

 

Ma questo già lo sai credo :) mi leggo tutto i link e vedo poi se riesco ad aggiungere qualcosina

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La critica che muovi ad Azuma è molto sensata, ed è la critica ad un certo tipo di dottrina sociologica.

 

E' probabile infatti che la mia personale visione della sociologia sia quella di un serbatoio di dati per la speculazione filosofica, poiché la mia indagine tende sempre a distillare una quintessenza, un archetipo dell'umano dall'osservazione degli umani. Quindi da sociologia (osservazione del comportamento umano in forma sociale, quasi etologia umana per me) e psicologia (osservazione del comportamente umano in solidudine, nella sua individualità), passo sempre a scolpire una mia visione, concezione dell "uomo". E cerco sempre di specchiare, e ricercare, e confermare il particolarissimo nell'assolutissimo, l'assolutissimo nel particolarissimo, unendo così i due capi della stringa in un cerchio chiuso. Ma credo che di questo tu ti sia reso conto da tempo. Al contrario un certo tipo di soci0logia accademica si fa più interprete dell'hic et nunc, come se fosse interessante (significativo) per se. Per me, che vedo sempre tutti i vivi come già morti e cerco l'assoluto nella trascedenza umana, non lo è.

 

Un altro 'guaio' con Azuma è che lui si è formato accademicamente in una maniera molto strutturalista, checché ne dica. Si vede nel suo modo di speculare. Benché a tratti brillante, mi pare uno di quegli studiosi per i quali qualcosa è stato pensato se è stato pubblicato, e una volta che ciò è avvenuto non si può prescinderne (pfff...) Anche il paragone di  Anno/Eva con Godard lascia il tempo che trova. I referenti di Anno a livello cinematografico sono molto noti: Okamoto Kihachi in primis, più volte omaggiato, tutta la filmografia daikaijuu e tokusatsu (DAICON FILM anyone?), Oshima Nagisa, Murakami Ryuu. E' più probabile che qualcosa dell'avant garde francese sia passato in lui tramite questi che direttamente. Anno non è Takahata. E' un po' come chiedere a Miyazaki se nelle sue opere c'è un'influenbza Junghiana. Lui ti risponde che non conosce Jung, ma ha letto molto bene Ursula K. LeGuin, che è notoriamente una fervente Junghiana...

 

PS:

Ho finito di leggere Blu Quasi Trasparente. Primo fail: la traduzione del titolo, che sarebbe "Blu quasi illimitatamente/eccessivamente trasparente/cristallino".E

Per il resto, è stato interessante ma blando. Troppo lungo, forse. Ci sono degli sprazzi interessanti e ti ringrazio di avermelo fornito. :-)

Esempio di sprazzo interessante:

 

«Ryu, sei proprio un tipo strano! Sei da compatire! Tu anche se chiudi gli occhi cerchi di vedere lo stesso tutta una serie di cose che ti vengono in testa, vero? Non so come dirlo, ma se tu ti divertissi, se provassi veramente piacere nel fare le cose, non dovresti nel bel mezzo metterti a cercare o a pensare ad altro, o mi sbaglio?
«Tu ti sforzi continuamente di vedere qualcosa, proprio come uno scienziato che registra tutto per poi farci le sue ricerche. O come un bambino piccolo. Ecco, sei proprio come un bambino! Quando si è bambini si vuole vedere sempre tutto, no? I neonati guardano fisso negli occhi le persone che non conoscono e poi scoppiano a piangere o a ridere; ma tu prova adesso a guardare fisso negli occhi qualcun altro, in un attimo vai fuori di testa! Provaci! Prova a guardare fisso negli occhi quelli che passano per la strada, ti senti subito strano! Insomma, Ryu, non devi guardare le cose come se fossi appena venuto al mondo!»

 

Questo libro vinse il premio Akutagawa, IIRC, e i conti mi tornano. Infatti ora il pattern nella mia mente è ora più o meno così:

 

Natsume Souseki -> Akutagawa Ryuunosuke -> (Ruth Bendict) -> Tokyo '64, Shinkansen -> Takahata, Miyazaki, Tomino -> Osaka 70, inizio della postmodernità giapponese -> Murakami Ryuu, otakuzoku 1stGen -> SF, Daicon, la generazione di Anno -> otakuzoku 2ndGen, speculazione di Azuma -> otakuzoku 3rdGen, Superflat

Edited by Shito
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  • 3 weeks later...

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