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[imgleft]http://img685.imageshack.us/img685/540/009ssf.jpg[/imgleft]Non appena il primo uomo sulla Terra capì che compiere determinate azioni necessarie al proprio sostentamento gli costava fatica, naturalmente si ingegnò per risolvere questo problema esistenziale. Non sempre era sufficiente attribuire il lavoro ad altri soggetti (schiavitù), perciò si impegnò affinchè qualcosa fosse in grado di ottenere i risultati che cercava.
Il concetto di macchina (la leva e la ruota lo sono, seppure a livello primordiale) nasce così e nel corso della storia si ramifica concretizzandosi in vari termini; uno di questi è robot (primo quarto del Novecento), parola di derivazione ceca che sta semplicemente per lavoro (anche di tipo servile) impiegata per la prima volta in un pezzo teatrale in tre atti: R.U.R. (Rossum's Universal Robots). Attualmente robot è impiegato per riferirsi ad esseri, in genere androidi, di tipo meccanico; anche se, in realtà, i primi robot che utilizzavano questo nome non erano meccanici ma completamente organici, di statura media (si trattava di persone artificiali) e soprattutto in grado di provare sentimenti oltre che pulsioni sessuali. Del resto erano i nuovi Adamo ed Eva, figli di uomini che esaltavano il profitto e negavano dio ma volevano esserlo.
Tecnicamente R.U.R è dunque il progenitore di quei robot moderni sui quali da decenni, in qualsiasi angolo del globo e sottoforma di qualunque mezzo di rappresentazione artistica, ci si interroga se abbiano diritti, sentimenti ed intelletto nonostante non ne esistano di così sviluppati da necessitare il dubbio.
Dopo i robot, nel 1960, dall’unione di cybernetico ed organismo nacque il nome cyborg per indicare quegli esseri dotati di autocontrollo nei quali coesistono parti artificiali e naturali. Il termine non è un sostituivo di robot ma in un certo modo ne è un’evoluzione: una protesi meccanica, considerata a sé, è un robot.
Ed anche i cyborg fanno riflettere, probabilmente più dei robot visto che non solo implicano una tecnologia attualmente plausibile e promettente, ma spostano l’attenzione verso il tema dell'autocontrollo. Figurarsi pensare che la tecnologia applicata al corpo umano potrebbe essere il mezzo per impartirgli degli ordini indiscutibili…
Che robot e cyborg siano impiegati per inscenare l’utilizzo sconsiderato del progresso tecnologico, la metafora di noi stessi alla ricerca di qualcosa di importante od anche che siano burattini di puro diletto, la quantità di opere dove sono protagonisti o comunque hanno un ruolo importante è impressionante.
E talvolta nella pratica, come nel caso di un certo Shotaro Ishinomori, una parte di essa purtroppo è sottovalutata.
Sebbene detenga un record numerico non indifferente per produzione di opere di svariato tipo, Ishinomori è un autore molto noto al grande pubblico solo per una manciata di esse e spesso perché il loro nome ne precede la visione del contenuto materiale effettivo; è un po’ come accade nel caso di Tezuka (per quel che riguarda questo però vale più il nome dell’autore come referente che quello dei suoi lavori: Tezuka è dio, Tezuka l’aveva già detto, l’ha fatto Tezuka è un capolavoro eccetera) ma in scala decisamente minore e soprattutto con beneficio del dubbio.
Una di queste è quei nove (nel dialetto italiano corrente: “i supermagnifici”), nati appena 4 anni dopo la coniatura del termine cyborg ed al quale si mantengono fedeli: basilarmente, nelle intenzioni di chi lo ha immaginato, il cyborg nasce semplicemente per sviluppare capacità umane alle quali madre natura impone dei limiti. In questa come in sue altre opere, Ishinomori ha avuto il pregio di arricchire a modo proprio il filone artistico che immediatamente straripò da quel neologismo tecnico ponendo prevalentemente l’accento su temi “umani” e quindi pertinenti all’essere un individuo parte organico, parte macchina, forse dotato di autocoscienza; di certo non era una novità visto che idealmente lo schema ricalca da vicino quello già visto per mutanti, automi, robot ed altri precursori dei quali Frankenstein è sostanzialmente accettato come bozza, infatti ciò che conta è che Ishinomori è stato uno di quelli che a livello concettuale meglio ha saputo amalgamare eventi storici e sociali reali, sentimenti, fantasia, ed un pizzico di originalità (ad esempio 009 non è il primo manga con dei cyborg, in quanto arriva secondo dopo 8 Man, ma in esso è presente il primo gruppo giapponese di cyborg). In seguito, assieme ad altre opere appassionanti di differente genere, negli anni ’70 Ishinomori creò anche il popolare Kamen Rider.
Rimanendo nell'ambito di robot e cyborg, questo grande autore aveva esplorato il filone delle macchine antropomorfe anche attraverso altri lavori (manga, anime, film e telefilm talvolta in correlazione, di cui curò pure gli storyboard), forse con una certa ripetitività di fondo come ogni autore di grande successo che si deve piegare alle richieste del pubblico che lo segue. Uno dei temi più ricorrenti che Ishinomori era la complessa ricerca dell’io, inteso come coscienza di sè e libero arbitrio.
Humanoid (o Android) Kikaider, opera che dichiaratamente si ispira un po’ all’Astro Boy di Tezuka ed un po’ al nostrano Pinocchio, rientra in questo "gruppo" e non si conclude con la classica risposta "cogito ergo sum".
Di Kikaider esistono svariati adattamenti: il tokusatsu degli anni '70 e contemporaneo dell'omonimo manga realizzato da Ishinomori, mentre più recentemente sono stati realizzati un anime molto fedele a quest'ultimo ed un ulteriore manga intitolato Kikaider Code: 02 ad opera di Meimu.
Il tokusastsu oltre a non essere il mio genere è piuttosto longevo (43 episodi la prima serie + un film + 46 la seconda serie + un film spin off del '95
) e di difficile reperibilità, quindi ho una buona scusa per evitarlo ![]()
Il resto (il manga) è un classico che merita di essere letto soprattutto per il suo essere un concentrato di ciò che raccontava Ishinomori con i suoi cyborg quando parlava della loro "natura". Purtroppo l'anime poteva essere realizzato un po' meglio ma si difende comunque bene.
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