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Visualizzazione di contenuti con la più alta reputazione 11/11/2019 in Risposte
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Piacere mio di dialogare su un mio (non solo mio, certo) lavoro con un interlocutore attento e interessato. Sulla ridondanza nell'uso di "umore", personalmente la trovo molto più sfumata di quel che tu esprimi, principalmente perché non riesco a considerare l'irrequietezza un mero "umore". http://www.treccani.it/vocabolario/irrequietezza/ Ovvero, trovo che "mi sento irrequieto" esprima una condizione sfumatamente diversa, perché più generale, spiccata e anche "pratica", se vogliamo, di un ipotetico "mi sento d'umore irrequieto" - per capirci. Ma in ogni caso, credo che anche un certo livello di ripetizione talvolta un po' ridondante ben si sposi, anzi sia una marca, della variazione diamesica "parlata" della lingua italiana, come pure delle variazioni diafasiche "colloquiale" e "giovanile". Esempio: mentre andavo a Lucca, in stazione, una normalissima coppia si è espressa così dinanzi a me: Lei: "Vorrei passare alla Benetton." Lui: "E, ma poi non so se ce la facciamo a fare in tempo." Quello che voglio dire è che il dialogo reale, parlato, non è mai uno stralcio di prosa. Questo perché, ovviamente, i pensieri vengono mentalmente formulati e poi espressi in un odine spontaneo e diretto, non organizzato, cosa che conduce intanti all'uso e all'abuso spontaneo di dislocazioni morfosintattiche, nel disperato recupero della gerarchia rema-tema, quasi sempre opposta alla struttura SVO, ma altresì a molte ripetizioni concettuali e ancor più lessicali tra principali e subordinate. Sono convinto, anzi, che il cosiddetto "doppiaggese" sia caratterizzato da una "didascalicità" dei dialoghi del tutto aliena alla lingua parlata reale. --- Su vendetta e fare vendetta, ancora. Perdonami. Quello che scriverò potrà sembrare una spocchiosa lezioncina, ma non intende esserlo. Mi affido alla tua benevolenza e buona disposizione d'animo di lettore. Treccani riporta: Comune soprattutto la locuz. fare vendetta di ..., vendicare: far vendetta di un torto patito, di un affronto subìto; chi passa, prometta Dell’ingiusta mia morte far vendetta (Berni); seguito da nome di persona, o da agg. possessivo, vendicare la persona, e in partic. vendicarne la morte: E giurò far del suo fratel v. (Pulci); farò io la tua v.; anche al plur.: un guerrier ch’in tal travaglio il mette, Che spero ch’abbia a far le mie v. ( Ariosto ); Quello che Treccani segnala come "comune" non è soggetto a una indicazione di letterarietà del costrutto (lett.) o (poet.) o (ant.) Gli esempi che seguono sono letterari, certo, ma sono separati dall'indicazione di GENERICA comunanza da un giusto punto e virgola. Credo sia normale che un dizionario serio attesti sempre e comunque dei referenti letterari, per attestare l''uso "datatto" e documentato di un termine come di un costrutto. Treccani dovrebbe forse citare gli hits di Google? Spero petalosamente di no. --- Infine, curiosità: https://www.milkbook.it/il-ghiribizzo/ Non mi ricordo avessi trovato questo libro, e questa pagina, durante le lavorazioni dei dialoghi italiani di Shinko. Io e l'autore del libro non ci conosciamo, e non ci siamo dunque contaminati a vicenda. Oh, le sincronie! :-)4 punti
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Caro Godai, avevo idea di iniziare un topic del genere, quindi colgo la palla al balzo - qualche moderatore di buon cuore potrebbe poi spostare nel luogo dato ai libri, in caso, e ancora lo ringrazierei. --- 9-9mbre duemiladician9,cielo coperto con pioggerelle sparse* * *Sto leggendo "Un litro di lacrime", il libro, ovvero il diario originale di Kitou Aya. È stato infine pubblicato in italiano da Rizzoli il mese scorso. Non lo avrei sperato. Tradotto direttamente dal giapponese. Tutto cognome-nome, anche in copertina. Non ci avrei sperato. L'ho trovato per caso in libreria alla stazione di Firenze, in un tempo morto per cambio treno di ritorno da Lucca, comics and games. Dalla frivolezza alla significanza, quasi un contrappasso all'inverso. E siccome ora lo sto leggendo, la mia solita permeabilità linguistica, tipicamente mimetica, mi porta come a scrivere qualche pagina di diario. Scimmia vede, scimmia fa.Al netto di qualche sparuta sbavatura, la traduzione del testo mi sembra molto buona. Pressoché a ogni frase posso immaginare, o meglio non posso fare a meno di "sentire", il giapponese a monte dell'italiano a valle del processo di trasduzione linguistica. Per me è tutto un bene, tutto giusto. Del resto, da un lato un diario giovanile è per sua natura scritto in modo molto colloquiale, sembra quasi un dialogo con sé stessi. D'altro canto, il giapponese in sé stesso è proprio così. La sua variazione diamesica tra lingua parlata e lingua scritta è molto minore che nella nostra lingua. Credo che proprio per l'italiano, a causa della sua storia, questa variazione sia massimizzata. In verità, ho scoperto di recente che proprio il concetto stesso di "variazione diamesica" pare sia stato introdotto (specificato) da un linguista italiano. Il che non mi sorprende affatto. Sembra che da principio di parlasse solo di "diafasia linguistica", poi forse di "diastratia", e così anche i concetti di diatopia e diacronia sono successivi, in fondo mere specificazioni.Però davvero, "Un litro di lacrime" (in italiano) è pieno di cose come quelle che scrivo io stesso quando adatto (non traduco, no) un copione dal giapponese. Come uso della lingua, proprio. Talvolta Aya si riferisce a sé stessa in terza persona. Ovviamente ci sono "sorelline" e "fratellini" vari. Che strano, eh? Ancora, nella morfosintassi e nella costruzione del periodo, tipo: "anche a consolarmi in questo modo, però, non posso evitare di sentirmi in ansia." Sic. La subordinata concessiva che inizia la frase, tipico. E poi la principale che si recupera come avversativa, tipico. Nel testo italiano riconosco il giapponese anche in certe precise scelte terminologiche: "sento che nel mio corpo c'è qualcosa che si sta guastando". "Kowareru", rompersi, lo rendo spesso anche io con "guastarsi". Quando non è il rompersi di un vetro (infrangersi), ma il rompersi di un meccanismo. O di un organo nel corpo. Insomma nel testo italiano del libro ci sono tante frasi che a tanti lettori probabilmente "suonerebbero STRANE". A me suonano naturali. Ma l'una e l'altra cosa sono insignificanti. Significante è che Kitou Aya era una ragazzina giapponese, pensava in lingua giapponese, da persona giapponese, e così si esprimeva.Platone diceva che "lo stile è anima". Lo stile nell'esprimersi verbalmente, perché esprimere il proprio pensiero con le parole è la più umana delle caratteristiche. Alla fine il "significante" è la concettualizzazione essa stessa di una percezione, che è il "significato". Nella lingua, la forma davvero è sostanza. E il "mondo delle idee" in fondo altro non è che un canone espressivo linguistico, una lingua endemicamente parlata da un gruppo etnico umano.Quindi Kitou Aya scrive in giapponese pensieri giapponesi nati da percezioni e referenti culturali giapponesi. Il suo interrogarsi su "la felicità" mi ha fatto molto pensare a un capitolo di 'Iro Iro' di Giorgio Amitrano, ancor più a uno dei fili rossi, forse il più spesso, di 'Ginga Tetsudou no Yoru' di Miyazawa Kenji, forse una sincronia non casuale. E poi Aya cita 'Hana Ichi Monme', Sakamoto Kyuu, "sopportare l'insopportabile e tollerare l'intollerabile". Tutte cose che di per me ho studiato, approfondito, conosciuto per lavoro e per passione. Per il lettore più occasionale ci sarebbero forse volute più note - perché un testo scritto non ha il potenziale autoesplicativo di un'opera audiovisiva, ma ha spazio pressoché infinito per le spiegazioni aggiunte al testo.Ma in un modo o nell'altro, resta che il giapponese è giapponese - lingua, pensiero, cultura, persone. E ovviamente l'idiozia è idiozia, come nella crassa pretesa, inconscia e peggio conscia, di sollazzarsi nella fruizione –no, anzi– nel CONSUMO del prodotto di un'altra cultura dolosamente imbastardito nei (sempre e solo presunti) canoni della nostra.Nel caso specifico, lo ripeto, Kitou Aya è stata ed era una ragazza giapponese. Benissimo tradurne il diario in italiano, per divulgarne il vivido contenuto anche a noi italiani. È una cosa buona e anche bella. Ma non ci sarebbe nulla di buono o di bello nell'italianizzarlo. Non c'è affatto bisogno di storpiare i modi di essere, pensare, ed esprimersi altrui, soggiogandoli si nostri. La storia di Aya, purtroppo, "non è un film". Ma realtà e finzione hanno pari dignità, se si parla di cultura d'origine. Infatti leggere un probabile "sugoi-na" tradotto in italiano come "da paura" mi ha fatto per contro accapponare la pelle. Letteralmente.3 punti
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Quello era giusto. In giapponese sono saiyajin. In inglese sono saiyan. In italiano sono saiyani.3 punti
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