Salve a tutti e salve @Shito/Gualtiero. Ho seguito la discussione che si è protratta fin qui, cercando - da appassionato di Evangelion quale sono - di comprendere le ragioni che hanno orientato il recente adattamento. Intanto trovo apprezzabilissimo che lei, Gualtiero, cerchi di difendere il suo lavoro affrontando le critiche in prima persona, “a quattr’occhi”, per così dire. Detto ció, senza scadere nella polemica sterile, vorrei esprimerle alcune perplessità in merito al lavoro che ha svolto.
Ci tengo a precisare, brevemente, alcuni punti: non conosco a menadito il mondo dell’animazione giapponese; non conosco il giapponese; non ho competenze nel campo del doppiaggio; non ho competenze in linguistica orientale. Mi preme peró inquadrare la mia personalissima prospettiva, gli orizzonti da cui muovo, in un certo senso: ho alle spalle studi classici; ho una laurea in lettere moderne; ho una laurea in antropologia culturale; ho una discreta conoscenza della cinematografia d’autore orientale; ho un’ottima conoscenza della teoria e critica della letteratura, nonchè delle principali correnti teoriche che hanno guidato gli studi nel campo della linguistica generale e della comunicazione; mi dedico alla scrittura, narrativa breve e saggistica accademica; infine opero traduzioni dall’inglese.
Evito di citare testi/autori che hanno informato la mia personale visione delle operazioni di traduzione e interpretazione - per non dire esegesi - di testi letterari e non. Rimango tuttavia colpito dalla presunzione con la quale lei sta cercando di giustificare un’operazione di adattamento che, volendo andare oltre i singoli casi che sono stato ampiamente dibattuti in precedenza, è evidentemente farraginosa, inutilmente arrovellata, affatto pregnante e sintatticamente discutibile (per usare un eufemismo). Mi rendo conto che il lavoro dev’esser stato complesso, ma ció su cui vorrei insistere riguarda primariamente il concetto stesso di traduzione: la buona traduzione non è quella che diligentemente rispetta le perfette corrispondenze tra morfologia-sintassi-semantica nella lingua d’origine. Inorridisco al solo pensiero del corpus letterario della Grecia antica tradotto secondo questo paradigma che, mi perdoni, in ambito accademico e professionale mai si è configurato come prassi ideale. Figuriamoci che neanche Livio Andronico aveva osato tanto nell’approcciare la traduzione dal greco dell’Odissea, ben comprendendo quanto fosse importante contestualizzare il prodotto finito rispetto al pubblico di riferimento cui era rivolta l’opera. E proprio su questo punto vorrei chiudere: la letterarietà di un testo - in questo caso, di un adattamento - non puó prescindere dai concetti di autore, narratore, destinatario e fruitore. Qui non c’è un problema di registri o codici linguistici adottati - anche se mi pare che dal punto di vista teorico ci sia un po’ di confusione in merito; in effetti, l’adattamento da lei proposto è impossibile da inquadrare da un punto di vista sociolinguistico o di habitus del linguaggio. Qui il problema è che è stato completamente ignorato il contesto culturale d’arrivo; sono state trascurate le peculiarità antropologiche del destinatario e del fruitore. Questo è a mio parere inaccettabile da parte di un professionista. Ed è ció che purtroppo rende fortemente negativo il mio giudizio sul suo lavoro. A presto.