Shito Inviato 2 Dicembre, 2010 Share Inviato 2 Dicembre, 2010 (modificato) L'ho visto di recente dietro suggerimento di Ootsuka Yasuo, e l'ho trovato fantastico. Ma dico proprio fantastico, eh. Ora, mi rendo conto che con non abbia toccato con mano il feeling di Osaka non possa percepire tipo il 95% del tutto, un po' come la letteratura di Joyce per chi non è mai stato a Dublino, ma è grandioso. E' ALLUCINANTE come Takahata riesca a fare un film ridanciano e sboccato e AL TEMPO STESSO intellettuale e delicato. Non ha senso. Se fossi un idiota direi che si tratta di un casus per la critica cinematografica. E invece è solo un film geniale, bello, intelligente, pieno di significato e suggestione che merita di essere guardato, sentito, capito, e poi riguardato. Se avete occasione, recuperatevelo. Per ricordarvi che l'animazione può anche servire a qualcosa. Dico nella vita. Modificato 2 Dicembre, 2010 da Shito Link al commento Condividi su altri siti More sharing options...
Taro Inviato 2 Dicembre, 2010 Share Inviato 2 Dicembre, 2010 Se avete occasione, recuperatevelo. Tempo due minuti ed ho trovato (incredibile putenza della rete ). Non conoscevo questo film diretto da Takahata (vedo che il manga da cui è tratto ha avuto una serializzazione quasi 20ennale e conta 67 tankobon), che a quanto pare precede di un anno Goshu; per "feeling di Osaka" cosa intendi? 5 giorni di permanenza mi hanno trasmesso la sensazione di una città caciarona e fuori dalle righe (specie se confrontata con la Tokyo inquadrata e "apparentemente caotica"), ma mi par di capire che ci sia dell'altro. Comunque dopo la visione posterò le mie impressioni. Link al commento Condividi su altri siti More sharing options...
Taro Inviato 4 Dicembre, 2010 Share Inviato 4 Dicembre, 2010 Un film sulle palle e direi che Takahata, visto poi Ponpoko, c'ha la passione come Miyazaki ce l'ha per i purcelli; tra l'altro se non erro in giapponese si dice "kintama", coi kanji di kin (oro) e tama (palle/gioielli), quindi "palle d'oro", un pò come da noi si dice "gioielli (di famiglia)". Chissà se in ogni cultura e in ogni tempo gli attributi maschili hanno avuto sempre definizioni analoghe. Tornando al film, ci sono da una parte le palle (reali) dei gatti. Già a perderne una si perde se stessi e si finisce per fare una brutta fine, come dimostra la storia del povero Antonio. Poi ci sono le "palle metaforiche": viene presentato un "padre e marito" che, non si sa bene per quale motivo (non viene spiegato nel film, forse è intuibile a partire da un certo punto) perde le proprie (fugge dal suo ruolo di capofamiglia) finendo così per comportarsi come un bamboccione minando la solidità della propria casa. In risposta, madre e figlia si mettono d'accordo e attuano un piano con lo scopo di far rinsavire il genitore; e così ci sono le palle che la piccola Chie deve tirar fuori per mandare avanti la casa. Un ribaltamento dei ruoli innaturale, tanto da portare la ragazzina a chiamare "Tetsu", in luogo di "papà", il proprio genitore; d'altra parte gli appellativi derivano dai ruoli effettivamente ricoperti, non sono cose che si possono dare per scontate. Poi c'è il vicinato, a costituire una famiglia più grande, dalla quale spuntano decani che a distanza di anni sono pronti a intervenire prendendosi responsabilità in virtù di ruoli ricoperti in passato. E un gradasso come Tetsu non può che farsi piccino di fronte ad una figura come quella del vecchio professor Hanai. D'altra parte il protagonista maschile è deragliato talmente tanto che neanche si capacita di una situazione di normalità ritrovata, almeno momentaneamente, in cui la figlia si comporta appunto da ragazzina, mentre lui è abituato ormai a vederla roteare sgabelli, rispondere per le rime agli yakuza, gestire denaro nell'attività commerciale di casa. D'altro canto l'affetto non è messo in discussione (come si evince in vari momenti del film). Semplicemente c'è un uomo che ha perso la bussola e che si tenta di porre di fronte al bivio tra il fare la cosa giusta e il fare la cosa comoda. Il bello è che un contenuto potenzialmente pesante viene gestito in chiave divertita per tutto il film, mentre i momenti toccanti (l'incontro segreto con la madre, la giornata al parco giochi coi genitori) riescono a evitare di cadere nel patetico. Link al commento Condividi su altri siti More sharing options...
Shito Inviato 4 Dicembre, 2010 Autore Share Inviato 4 Dicembre, 2010 (modificato) Direi un'ottima recensione. E' proprio Takahata. C'è quel minimalismo intenso ma mai patetico del sentimento. C'è quel tipo di verità umana anche nell'allegoria. Il commento di Ootsuka Yasuo fu "il bello è che a parte i gatti, è tutto così realistico". In questo molto fa conosce il mood di Osaka, quelle botteghe dove il retrobottega è la casa, quella paesanità da tutti commercianti tutti mangioni tutti casinari ma siamo una famiglia. Chi avesse fatto un giretto oltre ShinSekai, fin sotto il cavalcavia che porta alla fermata nota come Doubutsuen-Mae (lì a fianco ci sono Abenobashi e Abenosuji) potrà sentirlo, credo. Cmq secondo me la compianta Tada Kaoru si era assai ispirata al manga originale di Jarinko Chie per fare quella sua commedia romantica osakase che è Aishite Knight. Non ditemi che Antonio e Giuliano, gatti amanti di okonomiyaki, con identico pelame tigrato e nome parimenti italiano, non sono affini. :) BTW, la scena di Chie che canta enka a squarciagola sul treno per dare un argomento di dialogo ai genitori gelati nel silenzio è tipo tutto. Modificato 4 Dicembre, 2010 da Shito Link al commento Condividi su altri siti More sharing options...
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