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Jupiter00

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  1. Esattamente, scusate se mi ripeto ma i commenti di altri utenti mi aiutano a mettere in ordine e ad esprimere meglio i miei pensieri: "culetto" è più giusto di "polpacci"? Assolutamente no. Viene accolto dal pubblico in modo diverso? Assolutamente sì. Ciò influisce sulla percezione dei personaggi, della scena, dell'atmosfera, dell'opera? In che misura? Ora, questa domanda che Gualtiero nel suo metodo sembra volontariamente evitare, per far parlare IN italiano e non DA italiano, secondo me è imprescindibile in un adattamento. Magari avrebbe scelto lo stesso questa traduzione, ok, ma è una domanda che DEVI porti.
  2. Il famoso "muro a muro", qui non ci troviamo proprio su cosa sia un adattamento, io concordo sul fatto che serva una posizione di compromesso tra traduzione pedissequa e equivalente culturale.
  3. Già, nella clip di pagine fa era letta quasi correndo, con una pausa breve prima di "per te", palesemente era una frase troppo lunga per essere letta come inteso (almeno ho avuta questa impressione al primo paio di ascolti)
  4. Il feedback è esagerato, ma come evidenziato dai 2-3 utenti più qualificati che hanno risposto, anche il lavoro di Shito non è esente da errori (e ci mancherebbe, sempre "perfettibile")
  5. Ormai stiamo discutendo di questioni secondarie perché ci abbiamo provato talmente tante volte ad aprire una discussione del genere... Tanto il buon Shito continuerà ad aggrapparsi sui singoli esempi e a procrastinare le "discussioni più complesse". Probabilmente ha sul serio di meglio da fare, fatto sta...
  6. Butto giù giusto un paio di termini, così, in brainstorming: Frenesia, follia, raptus, andare in bestia, delirio Stato di frenesia, in modo da sembrare quasi una cosa tecnica, o una soluzione più semplice come quelle proposte qui su.
  7. Ovviamente è una questione di tempi che cambiano, web che cambia e risonanza
  8. @Shuji questo secondo me è un tema centrale di analisi della localizzazione italiana di Eva, quindi mi permetto di rispondere ancora una (ultima se la discussione non evolve) volta. Bene... "holy shit" come lo traduci secondo questa logica? Il riferimento religioso qui c'è, ma secondo me non andrebbe reso con una blasfemia in italiano, bisogna prima trovare un'espressione con lo stesso significato (tradurre) e poi cercare di piegarla conservando le caratteristiche originali ma in modo che l'accoglienza di uno spettatore italiano e di uno inglese sia la più simile possibile. Geez è comune in inglese, cribbio non si sente da vent'anni almeno.
  9. Sempre lo stesso punto, Cribbio è l'espressione di un inglese che parla in italiano, pensa "geez" e dice "cribbio", non è adattamento questo. Apprezzo invece quando quest'operazione si fa a livello più macroscopico, come con pochitto (che forse poteva essere reso meglio ma è giusto che ci sia).
  10. Sempre lo stesso discorso, al quale lui non risponde e altri lo liquidano come arbitrario. Un adattatore non può non considerare il suo pubblico. La stessa frase può essere adattata in due modi diversi a seconda del target! Non è accettabile, perché il metodo di Shito può essere quello di un traduttore, di uno studioso orientale, non è un adattamento però. Quindi sì, penso proprio che lo accetterò. Altri hanno già espresso questo concetto meglio di me, penso che tornarci sia inutile.
  11. Peccato che Shito abbia scelto quella parola proprio per la connotazione religiosa, coma argomenta lui stesso.
  12. Sì effettivamente... siamo buoni e diciamo che oltre metà del pubblico non ha gradito, probabilmente si sbagliano, ma come mai questa reazione? È solo l'effetto eco di internet? Perché qui mi è sembrato di vedere numerose argomentazioni valide.
  13. Vi prego, basta con sti apostoli Ma ci mancherebbe che con vent'anni di esperienza il lavoro non sia migliore! Come ho ribadito già un paio di volte, questa corrispondenza che Shito cerca di creare col giapponese è apprezzabile in alcuni frangenti, però certe costruzioni e terminologie sono intricate a tal punto da scavalcare il feeling originale (si vedano le scale alla marinara e "...non puoi fare che tu, per te qualcosa da fare ..."). Edit: mi era scappato il dialetto
  14. Ma quando una lunga serie di scelte e di arbitrarietà sono invariabilmente dirette allo stesso oggetto, ossia un'intricata e maniacale(in senso positivo e negativo) traduzione in costruzione dal giapponese, allora è nostro diritto, è nostro dovere criticare un lavoro del genere e gettare le basi per un dialogo costruttivo. Si coglie la citazione? 🤣
  15. Secondo me invece è proprio lì il punto, la maggior parte delle critiche si incentra sulla sua filosofia per cui: L'impressione che VUOLE dare è quella di un giapponese che parla in italiano come lo farebbe nella propria lingua madre, molti lo apprezzano, molti no. Per me equivale a non fare il lavoro di adattatore.
  16. Il risultato della lunga elaborazione non è stato che si tratta effettivamente di un errore, almeno per come è stata doppiata? Pagina 42 del topic circa.
  17. Trovo strana questa volontà nella metodologia di Shito della ricerca di fedeltà e oggettività quasi filologica quando poi rifiuta qualsiasi approccio più accademico e organizzato formalmente. Non dico che è più indicato un approccio nozionistico o da "ipse dixit", più che altro uno studio di quel tipo può portare a una sistematicizzazione (esiste?) e a un modus operandi (quanto latino) più "scientifico". Edit anche alla luce dell'ultima risposta: bada bene, parlo di prospettiva e formalismo, non di nozioni o studi.
  18. Escluse le interessanti discussioni su frasi e scelte specifiche, questo topic mi sembra ormai più un esercizio di esposizione che altro, il discorso non si evolve più da pagine ormai, nonostante i tentativi.
  19. Ed ecco perché molte cose mi lasciano perplesso: ho una visione diversa proprio di cosa sia il lavoro di un adattatore! Il metodo è condivisibile, ma la fedeltà non deve essere il fine primo di un adattatore. È stato scritto più volte: questo tentativo di riproduzione quasi parola per parola della sintassi e della grammatica Giapponese in certe istanze stravolge di più il significato di quanto farebbe una traduzione più libera. Questo "suonare Giapponese" uccide il feeling (inglesismo che trovo particolarmente azzeccato perché si lega alla diversa sensibilità del pubblico). Secondo me il lavoro di un adattatore sarebbe far provare al pubblico italiano la stessa cosa che prova un giapponese a fruire dell'opera. Non una "conversione", poco più che una traduzione jap-ita, ma un adattamento che tiene conto non solo della cultura, lessico e organicità dell'opera di partenza, ma anche di quella di arrivo. Perciò non potrò mai essere d'accordo con il lavoro nel suo insieme, anche se apprezzo piccole precisazioni e finezze.
  20. In realtà è la stessa critica mossa da me e da persone molto più competenti di me a cui ancora non vi è risposta: perché sacrificare pedissequamente alla fedeltà sintattica e lessicale la chiarezza e la contestualizzazione nella lingua di arrivo? Non è compito (certo complicato) dell'adattatore non limitarsi alla traduzione ma creare un unicum organico che rispecchi l'opera originale ma si pieghi al substrato culturale di arrivo? (Si vedano gli accenti nei Simpson) Ora, secondo me "Angeli" non è più giusto di "apostoli", ma è una scelta che si va a sommare a molte altre, con l'effetto di alienare il pubblico.
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