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[OLD] Probabilmente un dubbio stupido


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Il sunto e' che alla fine, come lo dimostrano le interazioni culturali tra i diversi paesi e su elementi sicuramente non volutamente accostati od accostabili, escludere elementi che paiono inutili non solo rende meno 'ricchi', ma prima o poi storia insegna che cio' che e' stato forse tralasciato o non considerato, si 'materializza' sotto altri aspetti (cacofonia a parte) sicuramente inaspettati per le interazioni che l'hanno portato fino a quel momento.

 

All about Lily Chou Chou potra' sembrare forse solo il trionfo della incomunicabilita', direbbe Shito, espressa nella assoluta non linearita' della vicenda.

 

Pero' poi taluni elementi te li ritrovi (e non e' super interpretazione ma dichiarazione del regista) al cinema.

 

Guardando Pulp Fiction.

 

 

Se te freghi del film di Iwai di qua sopra, non hai in realta' messo da parte qualcosa, perche' lo ritrovi sotto altra forma. Ma perdi un punto del percorso culturale, che magari ti potrebbe interessare maggiormente.

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Plauso per:

 

Bancio che ha fatto una domanda seria.

Garion che ha risposto per primo con un po' di serietà (ma I spy un po' di acredine)

Shuji che ha risposto seriamente e in modo direi sottoscrivibile.

 

Il discorso di Shuji è assai chiaro. Personalmente lo riassumerei in due punti:

 

1) Tutto nella cultura umana è 'contaminatio -> 'variatio' (Bancio, eventualmente googla e approfondisci).

2) La fruzione onesta dei prodotti nattativi stranieri anche solo d'intrattenimento vale sempre l'occasione di contaminazione intellettuale.

 

Sono due cose vere e giuste, e credo che le si debba tenere sempre ben chiare nella mente.

 

Come si evince dal discorso di Shuji, molto è nel modo in cui si leggono/recepiscono/fruiscono le opere.

 

Infiniti spunti si possono cogliere anche nell'opera di intrattenimento. Ma cogliere sta all'occhio di chi guarda, e seguire gli spunti sta alla sua mente. Bancio: torniamo al discorso della pigrizia intellettuale.

 

Per riconnetterci al discorso di Garion, poi: sì, l'animazione è mezzo espressivo prettamente d'intrattenimento e principalemente infantile (quindi per bambini veri e bambinoni finti, aka otaku).

 

Anche qui, molto sta nel modo di porsi dinanzi alle cose. Ovvero, va da sé che da ragazzino giocavo a King of Fighters come se non ci fosse domani, o quasi. Va da sé che anche se K.O.F. occupa un posto speciale nel mio cuore, non potrei/saprei/vorrei più fare altrettanto. Va da sé che vidi Majou no Takkyubin in un modo da ragazzo, e ora lo vedo in un altro. Il film non è cambiato, è cambiata (cresciuta) la mente che lo guarda.

 

Bancio, mi pare di capire che tu sia in fase di crescita. Il che è ottimo. E' ottimo anche che tu ti interroghi su certe cose, sulla correttezza di certe cose. Dragonball è una buona narrativa per bambini, è pieno di buoni sentimenti (senso di famiglia, di amicizia, di giustizia, di impegno e sacrificio) e lo farei vedere a mio figlio. Se mi capita di rivederlo, sorrido divertito. E ho anche un occhio tecnico/clinico sul prodotto. Sarebbe sano/sensato che per me fosse ancora *seriamente importante* se un SaiyajinII sia più o meno forte della coda di un SaiyajinIV? No. Sarebbe -per come la vedo io- un grave sintomo di ritardo psicointellettivo.

 

Quindi va bene che crescendo tu ti renda conto che c'è narrativa e narrativa, persino animazione e animazione, cose di mero (o quasi) intrattenimento e cose di grande contenuto, tipi di autori e tipi di autori, e che tu diversifichi le tipologie di opere che fruisci e fruirai, eventualmente emancipandoti in parte o totalmente da taluni idoli e trastulli infantili.

 

Fa parte della crescita intellettiva, qualora questa venga intentata.

 

E con questo potrai comunque fruire ogni cosa, solo saprai porre ogni cosa nella sua dimensione. :)

Modificato da Shito
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  • 2 weeks later...
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-CUT-

Gomen, Shito, ma veramente non so cosa risponderti.

Ho cercato di scervellarmi negli ultimi giorni, da quando me l'hai fatto notare, ma non trovo un modo per rispondere a qualcosa che non è una domanda, ma una semplice costatazione, la cui correttezza sto notando non solo nel multimedia, ma anche nei libri.

L'ultimo libro della serie Anita Blake, Narcissus, mi ha lasciato semi-indifferente. Non perchè fosse scritto in modo differente rispetto agli altri, o perché vi fosse qualche innovazione che non mi è piaciuta, o qualche evento che mi ha lasciato stupito, ma perché nel complesso a metà lettura mi sono reso conto che l'autrice continuava a girare sempre intorno agli soliti argomenti, come una particella in un toroide, per poi trovarsi a fine libro a finire il filo della piccola storia tessuta sotto l'abnorme quantità di scene casuali in venti pagine, correndo all'impazzata.

Un tempo ero talmente preso dall'erotismo e dalla forza emotiva di questi libri da non sentire la pochezza della storia, da non rendermi conto dell'assenza della base della ragnatela su cui l'autrice fa cadere tutte queste pietre.

Però ora lo sto notando.

E mi da fastidio.

Non solo l'incapacità dell'autrice, ma anche il fatto stesso che io la noto, rovinandomi una delle poche serie che mi erano rimaste piacevoli.

Mi sto pian piano lasciando alle spalle vecchie certezze, perché smettono di essere tali.

E ciò da una parte mi incuriosisce ed eccita.

Ma dall'altra mi lascia con una paura fottuta.

Modificato da Bancio
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Riscrivo solo per commentare questa tua frase:

 

Un tempo ero talmente preso dall'erotismo e dalla forza emotiva di questi libri da non sentire la pochezza della storia, da non rendermi conto dell'assenza della base della ragnatela su cui l'autrice fa cadere tutte queste pietre.

 

Questo, contrariamente all'assunto iniziale:

 

Più guardo roba di fantasia (che siano anime, manga, film, telefilm, libri, teatro, ecc... ) e più ho le sensazione di stare sprecando il mio tempo. Da una parte perché, a differenza dei film, telefilm e libri occidentali che spesso trasmettono alcune conoscenze interessanti (ad esempio la collana di un autore inglese di cui non ricordo il nome che raccontava

 

altro non e' che esperienza accumulata.

 

Uno degli assunti principali della critica da diversi anni a questa parte, e' che tutte le storie sono state gia' scritte, l'importante e' che parlino di esseri umani.

A riguardo, ad esempio, ti do' uno spunto di riflessione sulle storie, dai uno sguardo all'Ouvroir de litterature potentielle.

 

Poi se capita, ne riparliamo.

edit: me ne stavo dimenticando, visto che ho introdotto il discorso un po' in "lateral thinking" anche per questo motivo qui; per il discorso sugli oggetti etc che si fa da qualche parte, sempre avendo a che fare con quanto accennato qua sopra, se ti capita, dai un'opportunita' di lettura a "Le cose" di (appunto) Georges Perec.

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  • 2 weeks later...
-CUT-

Gomen, Shito, ma veramente non so cosa risponderti.

Ho cercato di scervellarmi negli ultimi giorni, da quando me l'hai fatto notare, ma non trovo un modo per rispondere a qualcosa che non è una domanda, ma una semplice costatazione, la cui correttezza sto notando non solo nel multimedia, ma anche nei libri.

L'ultimo libro della serie Anita Blake, Narcissus, mi ha lasciato semi-indifferente. Non perchè fosse scritto in modo differente rispetto agli altri, o perché vi fosse qualche innovazione che non mi è piaciuta, o qualche evento che mi ha lasciato stupito, ma perché nel complesso a metà lettura mi sono reso conto che l'autrice continuava a girare sempre intorno agli soliti argomenti, come una particella in un toroide, per poi trovarsi a fine libro a finire il filo della piccola storia tessuta sotto l'abnorme quantità di scene casuali in venti pagine, correndo all'impazzata.

 

Sì, i filler sono una cosa brutta perché sono insignificanti.

Le cose insignificanti (senza un reale significato) sono brutte.

Perché l'assenza di significato nell'opera umana E' il brutto, è la sconfitta del bello.

Dato che il bello umano, al contrario, è appunto la significanza, il parto d'intelletto.

 

(parlo soprattutto in ambito narrativo, o di fruzione passiva di opera alcuna)

 

:)

 

Un tempo ero talmente preso dall'erotismo e dalla forza emotiva di questi libri da non sentire la pochezza della storia, da non rendermi conto dell'assenza della base della ragnatela su cui l'autrice fa cadere tutte queste pietre.

Però ora lo sto notando.

E mi da fastidio.

Non solo l'incapacità dell'autrice, ma anche il fatto stesso che io la noto, rovinandomi una delle poche serie che mi erano rimaste piacevoli.

Mi sto pian piano lasciando alle spalle vecchie certezze, perché smettono di essere tali.

E ciò da una parte mi incuriosisce ed eccita.

Ma dall'altra mi lascia con una paura fottuta.

 

Mi sembra che tu ti sia incamminato lungo un buon sentiero di crescita intellettuale e interiore, e va benone.

Anche il fatto che ti 'faccia una paura fottuta' è sintomo di onestà e sanità mentale.

 

Vai avanti. Non puoi autoingannare il tuo spirito critico, se non al prezzo di diventare un demente autoindotto, e non te lo consiglierei.

Sarebbe uno spreco.

 

Ti invito tuttavia a ragionare anche sul valore in effetti effimero e fasullo della 'compiutezza della storia'.

La compiutezza della storia, in narrativa, è un compiacimento molto infantile.

E' il pacino caldo di una cosa ordinata, dove ogni cosa va a suo posto.

Tutto ha una causa, ovvero una ragione, e un effetto, ovvero un fine.

 

Siccome noi umani siamo esseri calati nel mondo dei fenomeni sincroni, percepiamo la realtà a questo modo:

prima -> dopo

causa -> effetto

 

e restiamo sgomenti quando le cose non si spiegano.

 

Religioni e scienze sono state inventate massimamente per autoingannarsi che, tramite l'uso di un modello, 'tutto quadri'.

 

E così anche nelle storie: da ragazzi ci si compiace della quadratura narrativa.

 

Ma in effetti è un valore nullo.

 

Il valore di un'opera è quello che l'autore voleva farsi capire raccontandotela, e se ci è riuscito, e con quale vividicità e intensità.

 

Questo arricchisce lo spettatore.

 

Tutto il resto sta a zero.

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