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Il Grande Gatsby by Baz Luhrmann


Shuji

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E' dannatamente difficile parlare di questo film.

 

Questo in quanto da qualunque parte lo si guardi non lo si puo' considerare un brutto film, ma neanche un bel film, ma neanche un film.

E' la visione del cinema che ha Baz Luhrmann.


E al di la' di classificazioni o pareri, questo e' anche un gran peccato.


Un gran peccato in quanto con questo film Luhrmann dimostra di non saper andare oltre 'Moulin Rouge'.

Sparatemi pure se volete, ma io ho amato Moulin Rouge, era in quegli anni 2001 quanto di piu' vicino vi potesse essere al cinema, quello che dovrebbe raccontare con riprese, immagini, vite di personaggi bruciati nell'effimero spazio di un paio d'orette scarse. Eternamente sopra le righe. costantemente storto.

C'erano anche delle idee sotto la coltre di paillettes, e la forza evocativa per poterle far venir fuori in qualche modo.

 

Il Grande Gatsby e' un altro Moulin Rouge.

La struttura e' identica, molti espedienti pure, la dinamica di interazione tra i personaggi anche, e pure qua c'e' il can-can, pur mascherato.

 

Quindi dopo una prova come Australia, Luhrman 'torna' alla propria formula.

Tagliamo corto; Gatsby funziona e avra' sicuramente successo per la gran prova di Leonardo di Caprio, e' un po' come per Iron Man con Downey jr; la parte sembra cucita su di lui, esistere, piu' che altro, per lui.

(E ancora non mi capacito di come pure 'fisicamente' Di Caprio si sia cosi' diversificato negli anni in base ai ruoli, e gia' in Bloody Diamond di Edward Zick stentavo a credere fosse lui il protagonista).
A me Leonardo di Caprio non piace, ne' credo mi piacera' in futuro, ma quando si e' davanti a delle cosi' variegate prove d'attore, chapeau.

 

Questo film pero' ha un grosso, enorme problema.

Moulin Rouge era di per se' la sostanza del film, il ballo, l'eccesso, il micro universo al suo interno informava i personaggi, era in sostanza un grande circo allargato in cui ogni regola era dettata dal 'proprietario'.

E in quel limitato modo e contesto pasciuto a furia di mangiarsi le righe, funzionava come pochi.

 

In Gatsby... quel tipo di contesto non crea l'eco sistema concreto e reale in cui tutto si svolge e quindi nel quale ogni regola puo' essere abbacinata o stuprata da un ballo piuttosto che un altro. Qui si ha un 'forte' protagonista carismatico che da delle feste, che gia' in quanto tali sono accessorie e palesemente 'false', non costituiscono quella base narrativa fuori dalle righe di cui il 'cinema' di Luhrmann ha bisogno. Sono totalmente 'slegate' dal vero contesto della vicenda.

(Purtroppo, ribadisco, o non si sarebbe invocato quel suo canone del 2001).

 

La storia stessa d'amore presente come quota imprescindibile in tutti i suoi film, qua ha seri problemi nel non presentare delle parti femminili convincenti, quanto piuttosto sciatte e senza carisma, tutt'altra cosa come in appunto era in Moulin Rouge.

 

Non ho la minima idea se poter consigliare o meno questo film; in se' funziona, non ha tempi morti nonostante la lunghezza di circa piu' di due ore, la prova attoriale di Di Caprio e' molto buona, la messa in scena e' superiore a quella di molte altre pellicole del periodo... ma i punti di forza del 'cinema' di Baz sono sbiaditi, non c'e' un 'vero' rapporto di coppia attraverso il quale e con il quale filtrare tutti i lustrini e le luci del set, la storia finisce quasi piu' perche' deve finire con  una netta accellerazione nell'ultima parte del film.

 

Vivaddio l'ho visto senza 3d, tranquillamente evitabile tanto per cambiare.

 

Continua a piacermi il cinema di baz perche' e' pieno di colori, di confusione, di follia e di musica, al contrario del tentativo ahime' riuscito di imporre tutine nere o filtri parti colari per rendere anche la piu' fracassona delle baracconate come qualcosa di molto 'stiloso.

 

Ma di Moulin Rouge me ne basta uno.

Ed e' un peccato che Luhrmann abbia dimostrato di non saper andare oltre.

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Sono molto interessato a vedere questo film, ma l'impressione che potrò averne sarà assai ignorante, dato che non ho letto Fitzgerald (che mi chiama da anni) e non ho visto gli altri film del regista.

 

Spero di riuscire a non perdermelo come già ho fallito con Anna Karenina, che pure mi interessava moltissimo. Shame. On. Me.

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Ahimè, io al contrario sono proprio refrattario a questo tipo di film. Almeno al cinema.
Non lo so. Mi sembra di andare a quelle conferenze dove DEVI andare ma che sai già che ti ci romperai mortalmente le palle e ci caverai fuori poco o niente.
Di certo lo recupererò in home video, anche perché a me, al contrario di Shuji-sama, Di Caprio come attore piace. :sisi:

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Personalmente invece trovo questo genere fi film interessanti, quindi divertenti. Ho molto apprezzato J. Edgar, come avevo molto apprezzato The Aviator.
Anche io apprezzo parecchio DiCaprio come interprete. :-)

Il tipo di film in cui 'mi rompo le scatole' è piuttosto il genere di IronMan, o quei film di azione/avventura in cui 'succedono cose', ma tanto non significano nulla.

Ricordo che IronMan 2 mi fece molto questo effetto, tipo da sbadiglio in sala, pensieri tipo "ma quando finisce?", etc. :-(

Modificato da Shito
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Mi pare giusto. A ognuno il suo.  :thumbsup: 

Che poi è probabile che il film mi piaccia anche parecchio, eh.
Solo che non sento la necessità imperiosa di andarlo a vedere al cinema.

The Aviator, tra l'altro, mi piacque molto.
Interessante poi che tu lo abbia in qualche modo accostato ad Iron Man: Howard Hughes fu dichiaratamente il modello su cui fu scritto il primissimo Tony Stark dei fumetti.
Non è un caso se suo padre fu chiamato Howard. :giggle:

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Certo concordo che simili pellicole, che non fanno dell'effettistica speciale il loro punto di forza e fascino, non sembrino 'chiamare' la visione in sala.

Per contro, c'è il discorso atmosfera, immersione. Un film del genere, come quelli di Joe Wright, credo vivano molto sul trasporto in un altro 'mondo', dall'esserne assorbiti. :-)

(interessante il discorso su Hughes / Stark )

Modificato da Shito
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  • 3 weeks later...

Visto. Con attenzione.

 

Non mi è piaciuto.

 

Cinematograficamente parlando, se da un lato il film ha brillato per un casting che mi è sembrato ottimo, una direzione degli attori che mi è sembrata ottima, interpretazioni dei personaggi che mi sono parse tutte ottime (con quella di DiCaprio che, beh, era allucinante per tanto che era perfetta), dall'altro tanto la regia che la scenografia mi sono barse un ridicolo baraccone. Proprio la messa in scena, dico, ovvero 'il tutto realizzativo' del film mi è parso un ridicolo baraccone. Non si alzino scudi sulla meta-rappresentazione del tema dell'effimero nell'epoca del jazz, la demitizzazione del mito americano, e tutto il resto. Sembrava tutto finto, ma non 'veramente finto', proprio 'finto'. Un videogioco merdoso. Le scene in auto facevano ridere. Le visioni a volo d'uccello sulla città facevano ridere. Le architetture facevano ridere. Luci e ombre facevano ridere. E nulla di questo, credo, avrebbe dovuto o voluto far ridere.

 

Sul contenuto del film. Non avendo letto il libro, ne sono stato parimenti deluso.

 

A parte una chiara velleità del regista verso un certo tipo di fedeltà narrativa intermediatica, che è sempre male (trooooppi monologhi da voce pensiero per il protagonista narrante: non funziona mai), ok, cosa abbiamo?

 

Il tipico narratore 'all'interno ma all'esterno del mondo narrato', che crea un ponte virtuale attraverso la quarta parete ovvero tra realtà esterna e interna alla narrazione. La persona normale calata, quasi suo malgrado, nella follia. Tipico.

 

Tutto questo per mostrarci che, beh, l'eccesso è sempre fasullo. La mia sorellina diceva, a sedici anni e senza avere letto Fitzgerald: "molti amici, molta solitudine". Sembra una cosa normale, no?

 

E poi, e qui mi chiedo se anche il libro sia tanto abbietto, ma Le Rouge et le Noir non lo leggono, in America?

 

Perché è ovvio che una vita di falsità fatta per trascendere la propria origine è solo un deborante superegotico autoinganno.

 

E' ovvio, vero? Per me è ovvio.

 

Anche volendo ammettere che ci si possa elevare dalla propria origine, non la si può negare, né la sua può trascendere. Odiare quel che si era da principio porta solo alla consunzione profonda del sé, porta a "carogne, carogne, carogne", al marcire profondo dell'animo.

 

Io non so se Gatsby, oltre che un poveraccio e una figura patetica, intenda essere in qualche modo una figura anche solo blandamente positiva. La regia pareva empatizzare con lui. Ma vaffanculo, dico. Povero pazzo idiota. Pensi di ingannare il vero, il tempo, e te stesso e gli altri. Pensi di 'amare' una donna che hai eletto tu solo ed egoisticamente come simbolo della tua propria elevazione sociale, e pensi non solo di poter riscrivere il suo presente e il suo futuro, ma anche il suo passato. Sei un mentecatto.

 

Giusto è stato il tuo funerale deserto, nulla mai avresti meritato che il disprezo di chi hai avuto attorno, e non vedo altro valore di una simile narrazione se non come un monito a quello che non si dovrebbe pensare in vita.

 

Anche i personaggi che intuisco (dalla regia) essere 'negativi' nel film surclassano il mentecatto Gatsby per onestà del sé: il marito traditore, l'ereditiera triste e cretina come crede di non essere (ahahahah!), su tutti svetta il meccanico genuino. Ognuno con la sua dignità. Solo mediocre il narratore, né carne e né pesce e senza spina dorsale né dell'uno, né dell'altro. Personaggio abbietto come il Gatsby con cui empatizza.

 

Potrebbero andare felicemente tutti al diavolo e lasciare la vita e il mondo a gente più onesta. No, non idealisticamente 'buona' o cosa sia. Solo 'onesta', ovvero capace di guardare la verità. In primo luogo, la verità del sé.

Modificato da Shito
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Una cosa che trovo interessante e' che comunque da quanto si legge 'ti ha preso' ^^

 

per il resto la storia e' quella, la forma a livello letterario e' ovviamente un po' differente in considerazione del medium adoperato.


E' un po' anche una storia che si adagia sul crepuscolo di un'era, Gatsby 'traghetta' quasi da un modo di vivere e di considerare la vita ad un altro, del resto siamo nei 'paraggi' del '29 (mi pare il 25), forse uno dei piu' pieni periodi rispecchianti quell'originale american way of live, prima appunto della crisi del 29. della guerra... e l'autore ne aveva gia' passate parecchie.

 

E' quasi una di quelle storie di cui la societa' si appropria a livello postumo, perche' guardandosi indietro scopre l'esigenza di aver necessita' di una copertina e non di una foglia di fico.

 

Gatsby, come personaggio in se', e' molto bello, nel suo essere sempre ondivago tra cio' che e' giusto e cio' che non lo e', quando cio' che continua ad abbracciare nonostante tutto cio' che lo circonda, e' in pratica un sogno infantile.

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Leggevo nella piccola biografia dell'autore che c'è nel volume che ho a casa, che Fitzgerald stesso ha vissuto sempre al limite delle sue possibilità, spendendo praticamente tutto quello che guadagnava (che non era poco in alcuni casi)...

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Shuji, senza dubbio il tema, il contenuto del film mi è molto vicino, molto vicino a livello intellettuale/personale. Senza dubbio il film non fallisce nel parlare schiettamente di ciò di cui parla, lo fa poi con interpretazioni direi molto convincenti, e quindi mi ha preso, hai ragione. :-)

 

Da un PDV sociologico, direi 'storico sociologico', credo che la tua disamina colga nel segno. Poiché, in più, credo che la storia dell'uomo arrivi in una frattale ciclicità (cicli di cicli), è facile rileggere nel 'momento' di Gatsby altri momenti di cui possiamo sentirci noi stessi testimoni. Quella "Grande Bellezza" italiana che c'è ora nelle sale, non è essa stessa un po' così? Dico un po'. Ovviamente, il 'sogno americano' del farsì da sé è il sogno di una societò senza nobiltà pregressa, credo l'una cosa venga con l'altra. E' senz'altro interessante.

 

Tuttavia, il mio personale interesse è sempre una lettura psico-sociologica, ovvero la lettura della mente dell'uomo singolo (psicologia) nel gruppo (sociologia). E qui, secondo me tu hai centrato nel segno con l'ultima parola del tuo ultimo post: infantile.Gatsby è, ai miei occhi, totalmente infantile. E' ancora il sedicenne che lascia la casa paterna per inacettazione della povertà che l'ha partorito. E' il giovane Julien Soriel che odia il padre che gli fa cadere il libro nel fiume. Tutto il rincorrere Daisy di Gatsby è delirio di superego infantile. Basterebbe una frasetta di lei, ma la deve dire lei, per considerare il passato riscritto, riscritto a partire da un dato punto scelto per propria definizione. E' il gioco di un bambino, è egocentrismo (non egoismo, proprio egocentrismo) puro. Non c'è nulla di maturo, neppure lontanamente, in Gatsby. Anche le sue paure sono infantili. Sembra un bambino cresciuto nella solitudine, del tutto avezzo a non ricevere mai una carezza disinteressata (in questo, il rapporto con il protagonista narrante è esemplare). Un simile personaggio può fare l'effetto del 'povero cucciolo nella società dei cattivoni', ma alla fine non è un bambino vero: è un ritardato. Il cui ritardo è stato autoindotto dal un ego così gonfio da soffocare.

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Io tanto fervore l'ho provato per la Daisy letteraria ( il film devo ancora vederlo), si Gatsby è un ingenuo, un parvenu che da ragazzino con fili di paglia tra i capelli diventa la pietra d'angolo del jet set a cui aspirava ma l'amore per Daisy è a suo modo sincero e purtroppo mal riposto, credo che lo scopo di Fitzgerald fosse di narrare l'ascesa e la caduta nella società americana che come ti innalza ti consuma per autonutrirsi. In questo quadro a uscirne male sono Daisy e suo marito,

lei che rinuncia alla promessa fatta per inseguire la notorietà da moglie trofeo, l'ignorare i continui tradimenti in virtù della propria posizione, il non presenziare in alcun modo al funerale dell'unica persona che l'ha amata e di cui è stata la causa diretta della morte e non penso per senso di colpa quanto per l'esserselo lasciato indietro

, Gasby è un personaggio tragico, che insegue una chimera e ambisce a figure meschine non vedendo chi accanto a lui lo ama davvero.

 

E' infantile ed è una colpa perchè a un certo punto gli occhi dovresti aprirli e forse Daisy d'altro canto è più che matura nel prender dalla vita quello che si può ma moralmente mi sento più spinto a prendere le parti della prima figura che della seconda.

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In realta' sono anche parecchio d'accordo con quanto dite, pero'...

 

...ho una domanda che mi frulla per la capoccia da ieri: "Ma in realta', che c'e' di male o di cosi' negativo in un sogno 'infantile'?"
Anche perche' del resto... non mi viene in mente niente di piu' infantile dei sogni stessi...

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Sicuramente la domanda che poni non è banale, anzi direi che è una di quelle 'domande dell'umanità' che si può vivere una vita per darvi risposta.

 

Al momento attuale di vita in cui mi trovo, penso che nel sogno non vi sia nulla di male sin quando non è un sogno irrealizzabile a prescindere.

 

Cosa intendo per irrealizzabile? Un sogno che *neghi* la realtà. Un mio motto è "Vivi ciò che hai, sogna ciò che puoi" (che invero è derivato dal motto di Rousseau: "L'uomo libero fa ciò che vuole e vuole ciò che può").

 

Ovvero, per esempio parlando di Gatsby, pensare di elevarsi dalla propria condizione di nascita per me è virtù, certo. E credo sia una cosa possibile quando ardua quanto lodevole (non parlo di mero danaro, si capisce). L'educazione è possibile. Ma sovrascrivere un passato, negarlo, disconoscerlo, odiarlo... no. E' un bug. E' un comportamento psicologicamente malato. E' una forma di fuga, di denial estremo, e non può condurre a nulla di buono. Perché non è nulla di onesto.

 

Mi viene in mente Abe no Seimei in Abesho che quando si rende conto che alla fine Masayuki è di nuovo innamorato di Mune, e anche nel 'secondo tentativo di mondo' è sul punto -ubriaco- di commettere un folle omicidio, sentenzia a sé stesso:  "E infatti è futilità... il mondo non gira secondo i nostri desideri".

 

Credo di essere sempre in una condizione di equilibrio tra una volontà di potenza titanica e un minimalismo crudamente nichilista, e penso che questi due opposti si tocchino bilanciandosi a vicenda. Del resto, l'umano non è quell'essere perso tra l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo? E quindi, per me il titanismo non bilanciato dal nichilismo è delirio infantile, come in Gatsby.

Modificato da Shito
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