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Sempre Takahata, ricordi e memorie, ancora Taeko e Kaguya, otaku e hikikomori, e le mutande di Mimiko e Kiki


Shito

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Oh, grazie per l'interesse. Non è che il mio precedente post fosse un'esca, un teaser per farmi pregare una elaborazione, ma del resto subconsciamente potrebbe esserci una simile componente. In realtà mi rendo conto di utilizzare questi (e altri) generi di "dialoghi" per mettere in ordine i miei pensieri, per elaborarli in me, il che è molto takahatiano – volendo. Di questo mi scuso. Per contro, mi pare di avere inteso che tu sei siciliano, quindi la tua dimensione intellettuale è probabilmente superiore alla media, cosa che più che il mio mero pensiero è quello della mia consorte, le cui intuizioni sono generalmente veritiere.

 

Premesso il che, tornando quindi a La tomba delle lucciole, il punto è che riguardandolo ho avuto proprio dei sentimenti misti nei confronti di Seita. Mi sono riscoperto del tutto incapace di condannarlo in toto, ma anche incapace di salvarlo in toto. Dimostra sciatteria e orgoglio, si mostra viziato. Cose che mi sembrano deprecabili, specie nella sua situazione. Ma la sua irresponsabilità è quasi sempre rivolta verso sé stesso, molto meno verso la sorella – per la quale si preoccupa genuinamente, e per la quale si dà da fare. Cucina per lei, e mette a posto le stoviglie come non faceva a casa della zia. È palese che pur non riuscendo a badare davvero a sé stesso, cerca di badare a lei. Cerca, orfano, di essere una figura genitoriale – fallendo miseramente, in certi casi, ma non per cattiva intenzione. Questo tranne quando continua a mentire a lei, a nascondergli le verità, che poi sono proprio que momenti su cui lo spirito di lui, spettatore insieme al pubblico, sembra appuntarsi con maggiore interesse e disprezzo, se non vero rifiuto. In questo si colloca tutto l'occultamento delle ceneri della madre, soprattutto. Probabilmente un punto di inelaborazione per il ragazzo, che lui proietta e sublima (male) nel tenerlo puerilmente nascosto alla sorellina, salvo poi scoprire che lei sapeva, e faceva simbolicamente la tomba degli insetti.

 

Ho così continuato durante tutta la visione del film oscillando insieme alle ambivalenze del protagonista, e sono arrivato alla fine sempre così. Alla fine della storia, e questo è un altro punto che spesso mi pare del tutto tralasciato nelle critiche di questo film, il regista torna sugli spiriti dei due per concludere poi con i titoli di coda. Quindi essenzialmente questo film "inizia dalla fine" delle vicende, ovvero la morte di lui, e insieme con gli spiriti dei fratelli riuniti prende il treno (Miyazawa Kenji?) e torna indietro nel tempo fino all'inizio delle stesse vicende, ovvero il bombardamento che li rende orfani, per poi narrare passo passo tutto il percorso delle vicende. Solo che tornati alla fine del film, ovvero quando gli spiriti dei due sono riarrivati – insieme al pubblico – all'inizio del film stesso, lo scenario che stanno contemplando non è più quello della fine della guerra, ma quello gli Anni Ottanta. Dalle luci dei bombardamenti si è passati alle luci di una città con grattacieli e modernità scintillante. Ovvero, gli spiriti dei due non sono arrivati solo all'inizio del film, sono arrivati molto più avanti, più di quarant'anni avanti nel tempo. Tutta questa componente, si noti, tutta la faccenda degli spiriti che contemplano, ovvero "rivivono" la narrazione, è un aggiunta pura di Takahata sul romanzo originale, che non contiene nulla di tutto ciò. Possiamo considerarla l'ideale rappresentazione di uno sguardo moderno (il film, ricordiamolo, è del 1988) su una vicenda già "passata". E il finale, che unisce surrealisticamente e simbolicamente le due epoche, mi sembra quasi anatemico. Perché in fondo ad aver rivissuto, rivisto, riconsiderato la condotta di Seita insieme al pubblico è null'altro che lo spirito di Seita. Quello di Setsuko compare a malapena, non ha scena. E quindi alla fine Seita guarda la città, la società che Takahata pensava ormai popolata da ragazzi come lui.

 

Il regista ha così frapposto una distanza focale tra le vicende e il pubblico. Il che mi riporta alla mia sensazione di giudizio ambivalente nei confronti del protagonista. Non c'è immedesimazione. Non posso né "prendere le parti" di Seita, né disprezzarlo come se fossi stato accanto a lui. Permane un distacco netto, il che forse spiega perché io non abbia mai trovato questo film particolarmente commovente. Mi viene sempre da pensare un mio motto, ovvero: "spietatezza e crudeltà sono cose completamente diverse". Perché la spietatezza è fattuale, è neutra. La natura è spietata, la realtà è spietata. Proprio perché la pietà è un sentimento umano, cose inumane come la natura o la realtà non possono essere pietose, ma solo spietate – letteralmente. Al contrario, la crudeltà è intenzione cattiva, è compiacimento e gusto nel compiere il male. Non vedo alcuna crudeltà, dunque, in Hotaru no Haka, non c'è nessuna cattiveria né in scena né nella messa in scena. La realtà non è cattiva, al massimo è dura. Quando si dice che il destino è cinico e baro, quando si dice che è natura è crudele, queste non sono che proiezioni dell'umano sull'inumano. Perché credo che la realtà non abbia intenzioni, ma l'uomo non può accettare di essere una canna al vento, di essere un granello di sabbia che volteggia trascinato nel caos indeterminato, e quindi non può evitare di "umanizzare" gli enti a cui è soggetto, attribuendogli in maniera retorica o mistica o religiosa una qualche forma di intenzione o volontà. L'uomo mette di suo la causalità nella casualità, perché non riuscirebbe a vivere nell'accettazione della sua impotenza dinanzi al mero caso.

 

Pensavo queste cose, e pensavo che alla fine questo atteggiamento registico di Takahata è in qualche modo molto documentaristico. Il documentario mette in scena un documento, no? Quindi ci sarebbe questo distacco tra autore e narrazione. In fondo la prima cosa che Takahata ha fatto con lo Studio Ghibli è proprio un documentario (La storia dei canali di Yanagawa), che è un documento totalmente antropologico nell'analisi etnografica di una colonizzazione storica. Il che rimanda direttamente a PoroPoro e poi a Ponpoko, no? Però quella è finzione, sono storie. E' narrativa propriamente detta.

 

Ho anche pensato che i conti mi tornano, perché questa vague documentaristica, parlando di cinema e cinema sociale, "cinema impegnato" (dio, che schifo di definizione), quel cinema di impegno politico che segue la nouvelle vague francese, per me che sono italiano sfocia proprio nel migliore neorealismo. E il migliore neorealismo sfocia in una sorta di commedia dell'arte, di maschere fisse, ovvero di teatro classico. Da Rocco e i suoi fratelli in poi, volendo. Il che mi riporta al concetto di "distacco" dalle vicende, mi riporta al desiderio di non-immedesimazione del pubblico coi personaggi, e mi fa pensare a tutta la diatriba sulla nascita della tragedia di cui Nietzsche. Alla fine, da Antigone a Ifigenia a chi si voglia, non è che le si metta in scena per far immedesimare il pubblico con loro, ma per proporre al pubblico – mantenendone la distanza – un certo scenario tragico, su cui riflettere. Credo che questo tipo di rappresentazione serva per far riflettere l'umano sull'umano. E quindi tutto mi torna con Takahata, col suo amore per il cinema colto francese, la cultura logica francese, e il neorealismo italiano – perché lui era giapponese, mica francese. Si direbbe Prévert e Grimaul, ovviamente. Di mio penso sempre a Visconti, il migliore Visconti, penso al passaggio segnato da Bellissima, e poi arrivo fino a Elio Petri. Perché è evidente che il protagonista di Todo Modo è Aldo Moro, ma è stato reso una maschera fissa. Non è importante neppure il suo nome, è tutto simbolico, quasi surrealista. E sono convinto che fuori dal bunker di Todo Modo, il mondo sia già quello di Buone notizie. Ancor più surrealista è tutto quell'ultimo film, incidentalmente un soggetto originale del regista (credo) – e incidentalmente l'amico morto del caso, quello che sembra pazzo e forse lo era ma forse no, si chiama Gualtiero. Che ridere.

 

Pensavo tutto questo, e poi ho trovato una cosa scritta proprio da Takahata nel suo libro "Manga Eiga no Kokorozashi" (L'aspirazione di fare film a cartoni animati), che provo qui a tradurre al volo:

 

"Quello che ho inteso nella mia opera, a partire da Hotaru no Haka e Omohide PoroPoro, non era - come avevo fatto sino a prima - di avere gli spettatori completamente rapiti dalla storia, quanto piuttosto di fargliela osservare da una certa distanza. Ho cercato di non fargli totalmente dimenticare loro stessi, ma di lasciarli uno spazio per il pensiero razionale. Non volevo che si mangiassero freneticamente le unghie, quanto piuttosto presentargli una situazione obiettiva per mantenerli trepidanti sull'orlo dei loro posti. Talvolta ho anche voluto assumere uno sguardo critico sul protagonista. Fu subito dopo aver incontrato Paul Grimault, quando appena iniziato i lavori su Ponpoko, che cominciai a lavorare con questa nozione chiara in mente. Il film uscì nel 1994, l'anno della morte di Grimault".

 

Credo che questo estratto confermi proprio tutto quello che dicevo. Forse un simile modo di cinematografia potrà sembrare più simile, per noi, a quello di un report giornalistico. Ma penso che, per un adulto, sia l'unico modo per fare della finzione degna di essere guardata. Chiaramente, dopo Ponpoko abbiamo Yamada-kun e Kaguya Hime, in cui la carica documentaristica sembra calare. Ma in effetti quel distacco analitico e contemplativo permane eccome. Nel suo totale di vignette, rimirato dalla distanza, Yamada-kun sembra un'indagine di riflessione sociologica. Ancora, Rocco e i suoi fratelli. E Kaguya-Hime, beh, essendo un classico dei classici rivoltato come un calzino per divenire archetipo vivificato, è praticamente come un tragico greco riscritto nel profondo per essere attuale nei suoi sentimenti. Altro che Brecht. Più come l'Ulysses (di Joyce), o persino il bellissimo Traumnovelle (di Schintzler), però senza cambiare l'impianto narrativo esteriore. Sono davvero messe in scena d'indagine dell'umanità, ad uso di riconsiderazione umana.

 

Questo si ricollega un po' a quanto dicevo a Shuji quando parlavamo del valore dello "stupore" nella finzione. Credo sempre che, per un adulto, non ci sia alcun bisogno di "stupore" da finzione. Al massimo questo può servire come strumento pedagogico in ambito di puericultura. Ma credo che un adulto dovrebbe stupirsi solo per la realtà. E vissuta in prima persona. Dal sorriso di un bambino al pianto di una donna. Dal crollo di un palazzo allo sbocciare di un fiore. Ma non filmati, dico proprio nel raggio delle braccia dell'adulto, della sua vita reale con tutti gli odori e i sapori. Al contrario, qualsiasi cosa fittizia che lo faccia divergere da questo tipo di esperienza sensuale prima e intellettuale poi (una volta che la si razionalizza introiettandola) credo sia anzi piuttosto dannosa, perché è un tranello evasivo ed escapista. E qualsiasi argomento che tenda a legittimare la necessità dell'evasione fantastica nell'adulto, per quanto altisonante possa proporsi (fanciullino pascoliano e cose), mi pare solo un putrido alibi. Esattamente come pensava e scriveva Ejisonta nella quarta e ultima parte dell'originale "Studio sull'otakuzoku".

 

In tutto questo, mi sembra sensato non solo che io abbia amato il cinema di Miyazaki da giovane, ma che ora quasi io non riesca più a sopportarlo, e che l'unica finzione animata che riesca ad apprezzare sia quella di Takahata. Ancor più, mi sembra sensato che Miyazaki abbia sempre continuato a definirsi un regista e un narratore per l'infanzia, e che Takahata abbia insistito -al contrario- a pensare l'animazione come un mezzo espressivo a tutto tondo. Anche se questa nozione viene usata dagli otaku come alibi estensivo e generico, in effetti credo sia stato SOLO Takahata ad aver DAVVERO usato l'animazione in maniera comunicativamente "adulta".

 

Mi viene in mente quella famosa frase di Miyazaki, che quando parla di Heidi dice: "Io e Pakusan fummo ambiziosi, perché volevamo fare un'animazione per bambini che non fosse frivola". E' una cosa che ho già citato, qui e altrove, ma in realtà quel "non frivola" sarebbe "omochanaku": che non fosse un giocattolo, che non fosse una cosa con cui baloccarsi e basta. Che fosse quindi una cosa che avesse un significato, per bambini sì, ma con un significato. In effetti l'ulteriore svolta con Takahata avviene proprio con Hotaru no Haka. Fino a prima anche lui faceva animazione soprattutto per bambini. Hols, Panda Kopanda, Heidi, Marco, Anne, Chie, Gauche. Tutta storie animate in cui quello sguardo distaccato da documentarista ancora non c'è, sono opere di finzione in cui un giovane spettatore può ancora immedesimarsi, ma comunque graziate da una forte valenza di significato. Che d'altro canto credo sia esattamente lo stadio a cui Miyazaki si è fermato, quando ha fatto le sue cose migliori. E non ci sarebbe nulla di male in questo, si capisce. Perché sarebbe finzione per bambini, per ragazzi, insomma per persone non ancora adulte.

 

E invece, il semplice fatto che il cinema di Miyazaki sia consumato e osannato da persone anagraficamente adulte mi sembra perfettamente sincrono con la nostra società. Pericolosamente sintomatico della sua nefasta evoluzione. Sono qui seduto a contemplare le luci della città accanto allo spirito di Seita.

 

In chiosa metto la poesia d'un poeta assai osannato, che raramente mi convinse, ma mai come qui:

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede. 

 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Modificato da Shito
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Ho potuto leggere solo ora questo interessante post. Te ne ringrazio.^^

E grazie anche per gli ulteriori spunti di riflessione sull'opera di Pakusan e non solo. 

Gli aspetti su cui riflettere (o seguitare a riflettere, giacché su tante cose ci penso su e/o faccio autocritica^^' da tempo)

sono davvero tanti. Per dirne una su tutte: dopo aver visto (mi ero "preparato" prima della visione) Yamada-kun, ho provato

una tale amarezza che, col senno di poi, ho avuto una reazione escapista (in tante piccole cose). Mi sovviene ora che tale film è l'unico dei Ghibli

di Pakusan che non sono ancora riuscito a rivedere. Un diretto nello stomaco. Ouch!

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Grazie a te della risposta sempre sincera.

 

In effetti, parlando di Yamada, permettimi di farti una breve collatio di cose che avevo scritto altrove. Credo che tu sia più giovane di me, quindi è possibile che certe mie esternazioni risultino al tuo orechio delle eco più distanti che alla mia memoria, ma ho fiducia nel tuo intelletto vivo.

 

----

 

Devo ammettere che questo film ha spiazzato e messo in crisi anche me.

Per mesi, eh.

Dopo mesi mi sono reso conto che in effetti, più che mettermi in crisi, mi ha ferito. Profondamente. E il motivo per cui il film mi ha ferito così profondamente è che anche se mi sembra tutto giusto, anche se dinanzi alla scena finale piango perché mi sento un fallito totale (già solo il modo un cui cammina Nonoko mi fa piangere), la verità è che anche capendo questa lezione è troppo tardi. La società non è più quella ritratta nel film (primi Novanta) e non è neppure quella di quando il film è uscito (ultimi Novanta).

Non è più una società per una famiglia media (significa: mediocre) con casa indipendente di proprietà, nucleo monoreddito, due figli e nonna sotto lo stesso tetto.

Non è più una società con quel tipo di comunicazione familiare.

Non è che quella società si sia semplicemente "rotta": è che di quella società non restano ormai neppure le macerie.

Quel modello è esistito in Giappone sull'onda lunga del loro "miracolo economico", mentre da noi si è visto di straforo con l'onda lunga del Piano Marshall. Quel modello, per noi, era il sogno che si è costruito con una vita a credito, uno stato a credito.

E ci credo che la gente rimpiange gli Ottanta: erano anni in cui una nazione viveva al di sopra delle sue possibilità. Così è molto facile, no?

E invece, ripeto, di tutto quello che potrei rimpiangere, che potrei pensare di anelare cambiando la mia vita, non rimangono neppure le macerie.

Indi non si può che fare un sorriso storto, e magari versare una lacrima amara in silenzio.

 

"Stabilità familiare, desiderio del mondo" <- era lo slogan del film, in Giappone.

Guardando il film, mi viene da pensare che la nostra attuale società, dove qualsiasi sogno di serenità familiare è infranto e dimenticato, non sia che un teatro dei finti lussi episodici che fungono da diversivo dinanzi a una vita reale che non comincia mai.

"Siccome non potrai avere una famiglia vera, ovvero una vita mediocre ma serena, siccome non potrai crescere davvero i tuoi figli come in effetti tu sei probabilmente stato cresciuto, stordisciti con qualche gadget costoso, con della tecnologia inutile, con un viaggio, con qualsiasi cosa che puzzi di lusso, che ti inebrii, e che non ti faccia pensare a quello che non hai, e non potrai avere."

Una cosa così. La frivolezza, le frivolezze, che si trascinano nell'incapacità di gioire della serietà.

Un eterno giro in giostra, in un modo o nell'altro. E quando la giostra si ferma, raccatta un altro biglietto. Tra un biglietto e l'altro fai qualcosa per poterti comprare il prossimo biglietto.

Ma in questa vita di diversivi, di svaghi, in questa vita così fasulla... quando comincia una vita vera?

Una vita vera, dico, fatta di dolori e noia di cui essere felici, perché sono veri, perché sono l'essere in vita.

Non comincerà. Almeno per i deboli e i pusillanimi come me. I viziati da un'infanzia di agi non solo materiali, ma ancor più spirituali.

Per loro ci sarebbero poi i falsi miti di progresso, gli autoinganni generazionali, che ti fanno credere che aver studiato una vita e dover fare l'emigrante (andare a lavorare all'estero è questo: fare l'emigrante) sia una cosa bella invece che una cosa triste. Ti fanno credere che non poter avere radici, che essere "cittadino del mondo" invece che una cosa miserrima sia un ideale desiderabile. Ti fanno credere che non avere un'identità sia bello.

Ma sono sempre solo tutti inganni. Gli inganni con cui si tenta di far sopportare l'insopportabile.

Modificato da Shito
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Ah, ok. Siamo coetanei. E' quindi da me inteso come un complimento se ti dico che sembri ragionare con la freschezza intellettuale di una persona più giovane del vecchiaccio che sono. :-)

Modificato da Shito
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Grazie. Più prosaicamente, credo di essere molto più infantile di quella che è la mia età anagrafica, ma, quando ci riesco, cerco di far funzionare

almeno un po' le mie arrugginite cellule grigie, specie se opportunamente stimolate;-)

 

Cmq in questi giorni ho deciso che rivedrò Yamada-kun. "Non si deve fuggire" (si comincia dalle piccole cose, eh^^).

Modificato da Den-chan
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  • 3 weeks later...
  • 2 years later...
  • 2 weeks later...

BACK TO PAKUSAN

Stavo cercando un posto dove "comporre" questo post, e penso che qui vada bene.

Ho mille scritti iniziati e non finiti, ma tra questi uno a cui tengo molto è un mio saggio su Takahata Isao, che covavo in seno (e in HD) da ben prima della scomparsa del regista, e che devo ricongegnare dopo aver ulteriormente collegato il tentativo di Anno Hideaki di Eva (Non si deve fuggire!) con l'opera di Pakusan. Decisamente rilavorare su Eva è stato un gioco che è valso la candela.

Parlando di candele, sono lieto che questo "video" sia ancora online_
 

 


Mi commuove sempre moltissimo. Nikaidou Kazumi, fervente buddhista amidista, compose e scrisse questa canzone quando era incinta, incidendola poi per Kaguya all'ottavo mese di gravidanza, col pancione.

Takahata le aveva chiesto una canzone rasserenante, di amore umano, che qui diventa eterno. Sembra superare la morte. La canzone pensata da una madre di un nascituro ancora in grembo, eppure già rivolta al momento dell'addio.

Personalmente penso che siccome il finale del film era intrinsecamente escatologico (lei torna all'altro mondo, da cui pure proveniva), forse il regista che proprio non aveva una sua visione escatologica (se non per dileggiarla) abbia inteso affidarsi a qualcuno che ce l'avesse. La cantante lo conferma, nel dietro le quinte: "di mio ho sempre pensato molto al dopo la vita" - eh beh.

Stilisticamente parlando, la Nikaidou venne scelta da Takahata per il suo timbro potente e chiaro, non particolarmente raffinato, molto comunicativo nella semplicità. "Niente vibrato...  come Edith PIaf". Era proprio Pakusan.

A seguire la mia versione aggiornata dell'adattamento italiano (cantabile) del testo:

 
La gioia che ho provato nel toccare te…
profonda, profonda,
in ogni angolo di questo corpo, si va propagando.
 
Da tanto lontano…
se anche finissi a non capire nulla più…
pure in caso che questa vita giungesse al tempo del termine…
 
Ogni cosa di ora è…
ogni cosa passata!
Senz’altro ci rincontreremo…
in un luogo nostalgico.
 
Il calore che mi hai regalato tu…
profondo, profondo,
ora, valicando un tempo remoto, mi va pervadendo.
 
Fissa nel mio animo…
anche l’ardente fiamma della passione…
lieve mi carezza le ferite, anche negli abissi del dolor.
 
Ogni cosa di ora è…
la speranza futura!
Senz’altro me ne ricorderò…
in un luogo nostalgico.
 
Ogni cosa di ora è…
ogni cosa passata!
Senz’altro ci rincontreremo…
in un luogo nostalgico.
 
Ogni cosa di ora è…
la speranza futura!
Senz’altro me ne ricorderò…

nelle memorie di vita.

 

La cosa per me incredibile, a parte lo sforzo di una cantante che tiene le note con la gola rotta dal pianto, è che nel filmato della cerimonia funebre Nikaidou Kazumi sembra cantare la sua canzone come rivolgendola maternamente a Takahata Isao ritratto dinanzi a lei. Non sembra consolarsi pensando "ti rincontrerò", sembra piuttosto voler rassicurare lui dicendogli "ci rincontreremo". "Sii sereno, la vita continua tutt'intorno a noi".  Se mai sono stato felice di capire il giapponese, è quando lei canta "kanarazu". Credo sinceramente non vi sia nulla di più umano che "sentire" il significato delle parole. D'altro canto, se in principio fu il logos, o verbo, non è pur vero che dar nomi alle cose del mondo fu il primo compito dato al primo uomo? E prima ancora, fu Dio a "dire" (distinguere) le cose: la luce e l'ombra, il cielo e la terra. Il distinguo. L'ordine antientropico. Vita.

Vorrei qui ricollegarmi alla questione dell'ipotesi di Sapir-Whorf, che fino a prima di aver gironzolato (il cagnolino che sono) intorno ad Arrival (lo vidi al cinema) non  conoscevo affatto. Non ne conoscevo il nome. Ma francamente ne avevo elaborato il contenuto per conto mio, da giovane.

Perché in effetti delle tre lingue che conosco, ti direi che l'italiano è "il ragionare" (cit. Sciascia-Volonté), English is about making points and selling whatever, sore de Nihongo ha naa... nanka kou, Nihongo ha kimochi wo kanjiru no koto desu. E mi resi poi conto che a seconda dell'ambito/argomento penso spontaneamente nell'una, nell'altra o nell'altra ancora. Mangiando un cibo appagante non potrei mai pensare "che buoono", penso sempre "oishiii", o "ummeyan!", ma se devo organizzare una presentazione la penso in inglese. Credo sia anche perché il giapponese è una lingua più "originaria", magari se avessi studiato il greco antico userei quello per quel che mi viene in giapponese.

Per uno come me, che senza sapere cosa fosse l'ipotesi di Sapir-Whorf pensava da se "no, non è che i giapponesi usano lo stesso nome per due colori diversi, non è che chiamino nello stesso modo due nomi diversi... è che loro percepiscono come due sfumature di uno stesso colore quello che noi percepiamo come due colori diversi"... ebbene per me l'ipotesi di Sapir-Whorf  è semplicemente confermata dal fatto che – di fatto – l'atto di "nominazione" di un significante crea una partizione semantica di quel significato, e "spiccandolo" lingusticamente (e quindi concettualmente) dall'indefinito, lo definisce e in ultimo lo crea.

Credo che sia per questo che Dio, come dicevo già prima, correttamente non "crea" ma "dice".

L'esempio dei colori è lampante. Chiaramente lo spettro cromatico, o l'arcobaleno, è una gamma diffusa, poiché è una realtà analogica. Quindi partizionarlo in sette, in cinque o in diciotto colori "diversi" è semplicemente un atto di nominazione, ovvero di creazione concettuale.

Tornando al mio amato Platone, alla lettura che io ne do, il "mondo delle idee" altro non è che il mondo dei concetti verbalizzati in quanto tali. Le idee.

E ne esistono tanti quanti i linguaggi o, volendo, quanto i gruppi endemici che condividono un linguaggio. Il che poi porta subito all'etnografia storica, ma questo sarebbe altro. Il fatto è che alla fine tutta la nostra introiezione del mondo, della realtà, è un atto di semantica. :-)

"Il vero Platonismo andrebbe letto con gli occhi di un Protagora" – solo questo varrebbe tutto. Perché le "misure umane" con cui interpretare la realtà (mondi delle idee) sono cerchi concentrici che si allargano intorno all'Io joyceiano secondo una logica di insieme pressoché denso, dall'infinitamente piccolo (singolarità solipsista) all'infinitamente grande (globalità ideale, di specie se non più), inclusi tutti gli infiniti livelli intermedi di mezzo. Da cui la difficoltà di intrattenere una comunicazione efficace ed efficiente.

Credo che la categorizzazione logica insita nell'atto della nominazione sia la primordiale estrinsecazione della capacità ordinatrice umana. Definire l'ordine delle cose categorizzandole e in questo traendole fuori dall'indefinito caos tramite la nominazione. Una cosa come pulcher - cosmos - mundi. Bellezza, pulizia e ordine erano in principio lo stesso concetto, e ritengo lo siano ancora. Ah, la diletta semantica! Anche la nominazione come affermazione di esistenza ci riporta a Kaguya, ma lì è doversp: lì si tratta dell'esistenza di una persona, viva, di un soggetto - non di un oggetto. Credo di capire la rabbia di Kaguya. Una persona dovrebbe "esistere" anche senza un nome, perché non è un astro del ciel, come si diceva in principio del Principino.
 
Tornando alla cerimonia funebre di Takahata, certo invece che il povero Miyazaki Hayao sembra proprio un manichino, neppure una mummia. Esanime.

 Qui invece sembra un bimbo, nel migliore dei sensi che io possa immaginare e intendere:

 

E difatti anche Tomino Yoshiyuki, già amico di Takahata e suo collaboratore in Heidi, in un'intervista ha esplicitamente confermato quello che di mio avevo sempre sospettato, dichiarando che Miyazaki regista non sarebbe mai esistito senza Takahata, e che Miyasan ha fatto tutto quel che ha fatto solo nel tentativo di venire "riconosciuto" dal suo maestro Pakusan.
 
Io credo che il loro legame fosse ancora più profondo, viscerale, identitario, ma a me i conti continuano a tornare.
 
Modificato da Shito
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  • 2 years later...

Just a bump.

"Se mai sono stato felice di capire il giapponese, è quando lei canta "kanarazu". Credo sinceramente non vi sia nulla di più umano che "sentire" il significato delle parole."

SQHT&E

xxx

Yours truly,

Shitarello

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