Godai Inviato 10 Novembre, 2019 Share Inviato 10 Novembre, 2019 Citazione Ora siccome sono sempre io, e come gli amici sanno sono un "rompino" ineluttabile che non conosce neanche un pochitto di recalcitranza, vorrei dire che "1 Litre no Namida" non merita di essere indicato con la sua traduzione inglese. Semmai "Un litro di lacrime", anche perché... e qui la GRANDE notizia... il mese scorso è stato pubblicato in Italia il libro originale, da Rizzoli. Tradotto direttamente dal giapponese (ho controllato). Col titolo corretto. Tutto cognome-nome ANCHE IN COPERTINA. Quindi, come ho scritto a un mio caro corrispondente, gioiamo: un passo alla volta, verso la correttezza. Ovviamente con un pensiero serio per Aya e tutti i malati di atassia spinocerebellare, come anche di alti atroci mali cronici, genetici, o comunque apparentemente endogeni. Utilizzo volentieri il topic già presente, citando quello che ci ha scritto @Shitosul topic Dyinit, in merito all'uscita del libro. E siccome ogni promessa è debito, ho acquistato il libro: Molto azzeccata la grafica per la sovracoperta, per un libro di 190 pagine senza introduzione ed un glossario con i termini giapponesi. La traduttrice: E permettetemi una piccola polemica in merito a certe lamentele sui soprannomi: (perdonate la mia orrenda calligrafia) Appena lo leggerò scriverò le mie impressioni, non tanto sulla storia che già conosciamo, ma sulle differenze, se presenti, tra i due media. 3 Link al commento Condividi su altri siti More sharing options...
Shito Inviato 11 Novembre, 2019 Share Inviato 11 Novembre, 2019 (modificato) Caro Godai, avevo idea di iniziare un topic del genere, quindi colgo la palla al balzo - qualche moderatore di buon cuore potrebbe poi spostare nel luogo dato ai libri, in caso, e ancora lo ringrazierei. --- 9-9mbre duemiladician9,cielo coperto con pioggerelle sparse* * *Sto leggendo "Un litro di lacrime", il libro, ovvero il diario originale di Kitou Aya. È stato infine pubblicato in italiano da Rizzoli il mese scorso. Non lo avrei sperato. Tradotto direttamente dal giapponese. Tutto cognome-nome, anche in copertina. Non ci avrei sperato. L'ho trovato per caso in libreria alla stazione di Firenze, in un tempo morto per cambio treno di ritorno da Lucca, comics and games. Dalla frivolezza alla significanza, quasi un contrappasso all'inverso. E siccome ora lo sto leggendo, la mia solita permeabilità linguistica, tipicamente mimetica, mi porta come a scrivere qualche pagina di diario. Scimmia vede, scimmia fa.Al netto di qualche sparuta sbavatura, la traduzione del testo mi sembra molto buona. Pressoché a ogni frase posso immaginare, o meglio non posso fare a meno di "sentire", il giapponese a monte dell'italiano a valle del processo di trasduzione linguistica. Per me è tutto un bene, tutto giusto. Del resto, da un lato un diario giovanile è per sua natura scritto in modo molto colloquiale, sembra quasi un dialogo con sé stessi. D'altro canto, il giapponese in sé stesso è proprio così. La sua variazione diamesica tra lingua parlata e lingua scritta è molto minore che nella nostra lingua. Credo che proprio per l'italiano, a causa della sua storia, questa variazione sia massimizzata. In verità, ho scoperto di recente che proprio il concetto stesso di "variazione diamesica" pare sia stato introdotto (specificato) da un linguista italiano. Il che non mi sorprende affatto. Sembra che da principio di parlasse solo di "diafasia linguistica", poi forse di "diastratia", e così anche i concetti di diatopia e diacronia sono successivi, in fondo mere specificazioni.Però davvero, "Un litro di lacrime" (in italiano) è pieno di cose come quelle che scrivo io stesso quando adatto (non traduco, no) un copione dal giapponese. Come uso della lingua, proprio. Talvolta Aya si riferisce a sé stessa in terza persona. Ovviamente ci sono "sorelline" e "fratellini" vari. Che strano, eh? Ancora, nella morfosintassi e nella costruzione del periodo, tipo: "anche a consolarmi in questo modo, però, non posso evitare di sentirmi in ansia." Sic. La subordinata concessiva che inizia la frase, tipico. E poi la principale che si recupera come avversativa, tipico. Nel testo italiano riconosco il giapponese anche in certe precise scelte terminologiche: "sento che nel mio corpo c'è qualcosa che si sta guastando". "Kowareru", rompersi, lo rendo spesso anche io con "guastarsi". Quando non è il rompersi di un vetro (infrangersi), ma il rompersi di un meccanismo. O di un organo nel corpo. Insomma nel testo italiano del libro ci sono tante frasi che a tanti lettori probabilmente "suonerebbero STRANE". A me suonano naturali. Ma l'una e l'altra cosa sono insignificanti. Significante è che Kitou Aya era una ragazzina giapponese, pensava in lingua giapponese, da persona giapponese, e così si esprimeva.Platone diceva che "lo stile è anima". Lo stile nell'esprimersi verbalmente, perché esprimere il proprio pensiero con le parole è la più umana delle caratteristiche. Alla fine il "significante" è la concettualizzazione essa stessa di una percezione, che è il "significato". Nella lingua, la forma davvero è sostanza. E il "mondo delle idee" in fondo altro non è che un canone espressivo linguistico, una lingua endemicamente parlata da un gruppo etnico umano.Quindi Kitou Aya scrive in giapponese pensieri giapponesi nati da percezioni e referenti culturali giapponesi. Il suo interrogarsi su "la felicità" mi ha fatto molto pensare a un capitolo di 'Iro Iro' di Giorgio Amitrano, ancor più a uno dei fili rossi, forse il più spesso, di 'Ginga Tetsudou no Yoru' di Miyazawa Kenji, forse una sincronia non casuale. E poi Aya cita 'Hana Ichi Monme', Sakamoto Kyuu, "sopportare l'insopportabile e tollerare l'intollerabile". Tutte cose che di per me ho studiato, approfondito, conosciuto per lavoro e per passione. Per il lettore più occasionale ci sarebbero forse volute più note - perché un testo scritto non ha il potenziale autoesplicativo di un'opera audiovisiva, ma ha spazio pressoché infinito per le spiegazioni aggiunte al testo.Ma in un modo o nell'altro, resta che il giapponese è giapponese - lingua, pensiero, cultura, persone. E ovviamente l'idiozia è idiozia, come nella crassa pretesa, inconscia e peggio conscia, di sollazzarsi nella fruizione –no, anzi– nel CONSUMO del prodotto di un'altra cultura dolosamente imbastardito nei (sempre e solo presunti) canoni della nostra.Nel caso specifico, lo ripeto, Kitou Aya è stata ed era una ragazza giapponese. Benissimo tradurne il diario in italiano, per divulgarne il vivido contenuto anche a noi italiani. È una cosa buona e anche bella. Ma non ci sarebbe nulla di buono o di bello nell'italianizzarlo. Non c'è affatto bisogno di storpiare i modi di essere, pensare, ed esprimersi altrui, soggiogandoli si nostri. La storia di Aya, purtroppo, "non è un film". Ma realtà e finzione hanno pari dignità, se si parla di cultura d'origine. Infatti leggere un probabile "sugoi-na" tradotto in italiano come "da paura" mi ha fatto per contro accapponare la pelle. Letteralmente. Modificato 11 Novembre, 2019 da Shito 3 Link al commento Condividi su altri siti More sharing options...
Shito Inviato 13 Novembre, 2019 Share Inviato 13 Novembre, 2019 (modificato) Ho concluso la lettura del libro edito da Rizzoli. Per varie ragioni, è stata un po' dura. L'effetto di permeabilità e mimesi stilistica dura ancora. Per me è inevitabile. Mentre leggevo il libro, e ne parlavo con amici e privati corrispondenti vari, siamo tutti arrivati allo stesso approdo: http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/2351/818143-1165369.pdf si tratta del testo integrale dell'originale tesi della traduttrice, Caterina Zolea, che tradusse tutto il libro originale all'interno della sua tesi di laurea. Nell'anno 2012, mi pare. Quindi credo che rileggerò tutto il libro in questa sua "prima versione della traduzione". Innanzitutto, a Caterina Zolea va l'obiettivo merito di essersi sobbarcata dell'onere, del lavoro della traduzione integrale del libro giapponese. Ad averne così permesso la divulgazione in lingua italiana. Grazie, Caterina! A Rizzoli va invece il merito di avere divulgato realmente in libro con la sua pubblicazione e distribuzione commerciale in Italia. Anche questo è significativo.Per onestà, ricordo che io per uno ho saputo della traduzione italian vedendo il libro in libreria - per caso. Naturalmente, è presumibile che per la pubblicazione finale in forma di libro commerciale il testo sia andato incontro a un processo di revisione. In genere (e qui sto quindi presumendo), questo processo coinvolge "l'autore del testo da pubblicarsi" (in questo caso: la traduttrice) e un editor più o meno interno alla casa editrice. Con qualche amico abbiamo incominciato a fare dei controlli campione sul testo. Non è bello fare le pulci tanto per, quindi eviterò di riportare la minuta delle ricerche del caso. La sensazione generale è che talvolta, in casi sparuti, la traduzione si sia specificata, migliorando in alcuni intendimenti precisi, ma che nella stragrande maggioranza dei casi si sia applicato un livello di editing generalist che toglie, aggiunge, gira e rigira frasi e concetti un po' a caso. Sembra un passo avanti e quattro o cinque indietro. 😞 Per esempio, il "da paura" che lamentavo nel mio primo post, e che presumevo essere in originale un "sugoi-na", nella traduzione primigenia era "FA paura", quindi quasi sicuramente un onesto e retorico (iperbolico) "kowai!". Questo è l'esempio di un atroce passo indietro, molto lungo. Tanto, anche alla fine – nel libro commerciale – ci sono parti morfosintatticamente "aridite". Esempio (dal libro a stampa): "Se diventa una triste routine quotidiana, è intollerabile stare da sola dalle otto di mattina alle cinque di sera." Ovviamente, in "italiano standard" sarebbe: "Stare da sola dalle otto di mattina alle cinque di sera è intollerabile, se diventa una triste routine quotidiana." Ovvero, a naso direi che a stampa abbiamo una pre-posizione di subordinata, e nella principale postposta c'è una dislocazione a DX dell'enunciato soggettivo (verbale). Wow. Davvero ardito "anche per me", e poi messo per iscritto... non in un dialogo parlato. Ovviamente, io sono un autodidatta e tutto, ma a me pare che la questione "sulla lingua" sia davvero molto, molto confusa. Sulla lingua d'arrivo in una traduzione/adattamento, ancora di più. A tale proposito, la tesi di Caterina Zolea, che ancora ringrazio e personalmente lodo, si apre con una sessantina di pagine che sono la vera "tesi" (dopo c'è tutta la traduzione del libro). Mi sono messo a leggerle. Per me vi sono espressi concetti agghiaccianti. Mi paiono piene di accademicamente attestate follie e aberrazioni. "Traduttologia". Sembra davvero una pazzia fatta per forma mestieranti e chiudere le menti interessate dei giovani. Le "citazioni" accademiche a una prima occhiata vengono tutte da libri post 2000, per capirci. Che sembrano spacciare per verità assolute cose del tutto discutibili e soggettive, ma proposte come dati di fatto, e poi forse intese come tali perché "pubblicate su un testo accademico". È una cosa molto triste che l'accademia umanistica sortisca un tal genere di indottrinamento. Rizzoli pare avere il merito di cognome-nome, almeno. Ma su tutto mi piacerebbe trovare il testo integrale del libro in giapponese (ne ho rivenuti stralci, per ora) e studiarci un po'. Tenterò anche di rintracciare la traduttrice, che ancora ringrazio ed elogio, perché il suo lavoro mi pare onestamente migliore di tutti i riferimenti formativi che gli sono stati proposti, imposti, inculcati, chissà. Non c'è niente di peggio di un'accademia che rende un cattivo servizio ai suoi giovani. Oh, Eraclito! Modificato 13 Novembre, 2019 da Shito Link al commento Condividi su altri siti More sharing options...
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