Come Cristian ricorderà, perché avevo consultato [significa: petulantemente importunato in maniera deliberata e indiscriminata] anche lui proprio per quella frase, proprio quella frase è una di quelle che più ha lasciato me e la traduttrice del caso davvero perplessi. E, a mirata indagine, anche tutti gli altri consulenti da me sempre "amichevolmente" coinvolti (almeno altri 4).
Ora non scriverà uno pseudo-paper mettendo in fila i loro nomi e i loro titoli e i loto curriculum per discettare su come abbia proprio ragione io. In primis perché sarebbe ridicolo, e tanto basterebbe, ma ancor più perché a tutt'ora non sono affatto convinto del reale intendimento di quella frase. :-(
Inoltre, la frase per come l'avevo in ultimo scritta io non è arrivata a essere doppiata: è stata cambiata in sala di doppiaggio.
Il mio testo, suturando sulla tragedia di Asuka, sarebbe:
. . .
A dire il vero, i punti di dubbio sulla resa di varie parti di questo dialogo sono stati molteplici.
Nella prima battuta evidenziata di Rei, la fraseologia serve per lunghezza di labiale e per poter inserire una "pausetta" (stacco di tono) dopo l'ideale tema (qui il soggetto).
In originale: 私は、あなたの人形じゃない "Watashi-ha, anata no ningyou janai".
La causale non c'è. È stata introdotta per fare lunghezza e per poter segmentare la frase nel modo in cui la sua recitazione richiederebbe.
Nella seconda frase, oh, lì davvero ci siamo strappati i capelli e mangiati le mani.
Dopo varie ed avverse intuizioni la maggioranza dei consulenti importunati ha sentenziato più o meno: "beh sì, forse è così, o forse cosà, ma tanto sono fatti tuoi scegliere, quindi oh beh."
Il che mi pare a tutt'oggi onesto e sensato.
Il punto è che in originale la frase è semplicemente: "Watashi-ha, anata ja... nai mono" 私はあなたじゃ、ないもの
La parte prima della virgola è identica alla frase precedente, a cui fa eco -diciamo- o reprise. E fin qui amen, ma...
– la virgola –
...la virgola tra "ja" e "nai", pausa tonale in italiano resa coi puntini.
私はあなたじゃ、ないもの
Occorre sottolineare che la virgola è scritta nel copione originale.
Se non ci fosse stata, sarebbe semplicemente: 私はあなたじゃないもの "Watashi-ha anata janai mono".
Come si nota, nella prima frase (di Rei) il costrutto "ja-nai" non era internamente pauseggiato. Inoltre qui c'è la chiusura "mono" che rende un senso causale a mio(nostro) dire anche un filo fanciullesco. Che io ho dovuto mettere in testa (no, non uso calchi morfosintattici da giapponese a italiano, lol) e, anche per questo, riportare anche nella prima frase, il cui "attacco" deve essere identico alla seconda.
Resta che il senso della seconda frase, a causa di quella virgola, è terribilmente ambiguo. Tutte e tre le versioni non-Shito hanno reso il senso della frase come se semplicemente la pausa non ci fosse: "Perché io non sono te", aggiungendo poi qualche pezzo random del tutto gratuito e fuori personaggio e fuori scena,per necessità di lunghezza labiale. Io ho sempre pensato che "per fare lunghezza" si dovrebbe usare solo fraseologia lessemicamente "vuota" piuttosto che aggiungere significanze indebita, ma tant'è.
Il mio problema, mio e della traduttrice, era ancora "capire davvero" il senso della frase.
Per la virgola. E anche perché onestamente SENTENDO la battuta Rei non fa certo una boutade, né parla come a sfottere: e cos'altro sarebbe, se dicesse "io non sono te"? Bella forza "io" è una quattordicenne albina, "te" è un barbuto di mezza età. Beh, sì, palesemente qui "io" non è "te". Non c'è neppure da rimarcarlo, figurarsi statuirlo quale causa/motivo di qualcosa. Perché Rei lo fa?
Ci ho e ci abbiamo pensato molto. Alla fine, ho trovato molto illuminante un commento da un mio consulente giapponese. Come al solito, le consulenze dai giapponesi non sono di analisi metalinguistica. Sono sensoriali, di percezione. Questo mio amico mi disse (tradotto): "Guarda, io è dal '97 che in quella scena ho sempre avuto la sensazione di una ragazzina che fa enkou e poi si nega all'ultimo momento al vecchio perché si rende conto che lei per lui non è neppure una persona, solo una bambola di pezza da usare".
Questa lettura della scena per me è stata illuminante.
Intanto perché sfido chiunque, e dico chiunque, a negare la forte componente erotica della scena. La mano di Gendo che si avvicina al seno della ragazzina come un serpente (gli amanti dei genga noteranno la quantità di nakawari spesi per il movimento dell'approccio), poi letteralmente *penetra* del corpo di lei, e poi lui *scende* con la mano fino all'utero di lei, dall'interno, al cui tocco Rei fa un versetto molto eloquente. Chi ha visto più dello spezzone in questione ricorderà poi gli Eva seriale chi si penetrano con le Lance di Long(h)inus facendo smorfie e versi orgasmici con la faccia di Rei, anche.
Quindi, stop, mano mangiata (nel manga è rifiutata a spruzzo) e: "Io non sono la tua bambola".
Ok, sequitur. Lei ha rifiutato lui perché si è resa conto che lui la usa, meramente, e lei ci ha ripensato (ci ha pensato), e "non ci sta". Ok.
Ma per rincarare la dose del diniego? "Perché io non sono te"? Non sequitur. Parrebbe ridicolo e non particolarmente sensato, invero.
Allora, pensa che ti ripensa: "Perche io..." (watashi-ha) "se è per te"... (anata ja...) "non sono" (nai mono).
Abbiamo infine convenuto che il senso potrebbe essere questo. Lei si è resa conto che per lui non esiste. Lui pensa solo e sempre a Yui. Rei è uno strumento. Di lì a poco Anno avrebbe fatto Love&Pop, che poi sarebbe Topaz2 di Murakami Ryuu. Nel box giapponese di BD c'è tra gli extra una lunga registrazione di telefonate di approccio con enjukousai, per studio. Mmmh... torna in mente il commento del mio amico dal Giappone: "Guarda, io è dal '97 che in quella scena ho sempre avuto la sensazione di una ragazzina che fa enkou e poi si nega all'ultimo momento al vecchio perché si rende conto che lei per lui non è neppure una persona, solo una bambola di pezza da usare". Sequitur.
Quindi ho pensato a una frase che fosse comunque ambigua e ambivalente anche in italiano: REI: È che io, per te, non… ci sono.
L'ambivalenza sta nel fatto che la si può intendere sia come "io per te non esisto, tu non mi consideri una persona", oppure "io per te non sono disponibile". In entrambi i casi è un rafforzativo del diniego, sulla nota causale nel primo caso (io non sono la tua bambola perché tu non mi consideri), sull'esplicità e portata accresciuta nel secondo (io non sono la tua bambola, anzi non sono proprio disponibile per te).
In ogni caso, non è mai stata recitata come l'avevo pensata, intesa e scritta.
Un ringraziamento a chi mi ha seguito fin qui lungo il filo delle suggestioni.
Ma così mi sto intrecciando, nell'altro thread ero ancora a: NEXT TO COME: né quinto né sesto piano nel nono episodio.