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Visualizzazione di contenuti con la più alta reputazione 03/10/2023 in tutte le aree

  1. Anche io avevo un po' di problemi a capire cosa intendessi per "adultescenza", che ho poi cercato sul dizionario. Ti ringrazio intanto per avermi portato a questa semplice ricerca. Il lemma, che è presente tanto sul dizionario quanto sull'enciclopedia Treccani, mi pare in sé di un valore cruciale nella sociologia contemporanea [postmoderna], quindi ancor più ti ringrazio, dacché siano a prima mi era del tutto sconosciuto. Si capisce quindi che il vulnus è in questo forum specialmente vibrante se pensiamo che Ejisonta apriva il suo testo dell'articolo conclusivo dell'originale "Otaku no Kenkyuu", lo "studio studio degli otaku" che ne canonizzo il [particolare uso sostantivale] del termine stesso, citando a sua volta "Noi non vogliamo diventare adulti". Da un lato, mi viene da dire che la narrativa per l'infanzia e la giovinezza trova, naturalmente, nel bildunsroman [il romanzo di formazione] uno dei suoi generi più spiccati. Questo è naturale, dicevo, perché ciò che i giovani non possono realmente evitare di fare è crescere, e quindi rivolgendosi a loro verrà naturale indicare strade buone, da perseguirsi, e strade cattive, da evitarsi. Questo secondo le libere idee dei liberi autori, auspicabilmente, e già solo in questo hai ragione nel dire che lo stato psicofisico e sociale di "adulti" è cosa vaghissimo, se poi aggiungiamo le variazioni diatopiche (i diversi luoghi) e diacroniche (le diverse epoche) tutto si fluidifica e relativizza ancor più. Quale sia la funzione, l'utile, l'ideale della narrativa per i giovani è essa stessa una cosa discussa. C'è anche chi ritiene che il suo compito sia "portare sollievo ai più giovani dalle tensioni della realtà", per esempio un Miyazaki Hayao. Questo fine diciamo consolatorio porta rapidamente a una funzione escapistica della fruizione (e creazione, direi io) della finzione, ma tant'è. Di qui si arriverebbe a parlare della necessità tipicamente autoterapica della creazione artistica essa tutta, della necessità di rifugio in un metamondo fittizio in quanto tale, ecc. Tutte cose che di mio trovo molto interessanti in senso psicologico, sociologico, etnografico e storico, a partire dalla condanna platonica dell'arte imitativa sino alle forme di iconosclastia più rigorose come quelle promosse dall'ortodossia di svariate religioni rivelate, ma qui restiamo sul nostro misero ambito. Provo a citare delle opere che mi saltano in mente come grilli per la testa che, secondo me, non propongno quella formazione compiuta ma poi invertita di cui tu citavi. Maison Ikkoku, appunto, dove nell'epilogo, dopo il matrimonio, Yusaku e Kyouko sono presentati come adulti che hanno formato una famiglia nucleare funzionale, con la nascita della loro primogenita. Lo stesso viene narrato per Shun e Asuna, e parimenti per Kozue. LA sola che vive ancora la sua adolescenza è Ibuki, che è in effetti più giovane. Non si vedono "passi indietro" di sorta. Akage no Anne, che come l'originale letterario segue la crescita (realmente messa in scena nella versione animata, cosa rara ancora oggi!) di una bimba che lotta e riesce a superare i suoi traumi dell'abbandono. E ci riesce, pronunciando sappiamo quale famosa frase in errata citazione di Browning, affacciandosi con serenità all'età adulta (la cui narrazione è disponibile sui libri di originale seguito). Omohide PoroPoro, la cui narrazione verte tutta proprio sulla presa di coscienza della propria stasi in adultescenza, da cui un forte rifiuto e cambio di rotta - col più simbolico e veemente dei congedi finali. Majo no Takkyuubin, persino. A mio dire un bellissimo bildunsroman al femminile. Fushigi no Umi no Nadia, che come tutte le opere dell'autore altro non è che una riproposizione della psicodinamica di Akage no Anne, e si conclude con un epilogo in cui i bimbi sono cresciuti in adulti, per quanto avendo attraversato la più fantascientifica delle narrazioni. Kareshi no Kanjo no Jijou, dico ovviamente il manga originale e completo, che pur prendendo le mosse da situazioni scolastiche grottesce e buffe attraversa tutta una fase di drammaticità psichica del protagonista per poi giungere a un epilogo di piena e pienamente conscia adultità - con i protagonisti che hanno famiglia, tre figli, due lavori "seri e normali e non fantastici", e soprattutto lei che è seriamente lieta di vivere appieno la sua vita adulta. E questi sono i primi che mi saltano in mente, ecco. Negli esempi citati io non vedo alcun rifiuto della propria conquista d adultità. Il che non vuole assolutamente dire che non ci siano tante opere in cui la dinamica è quella che indicavi tu, certo. Ma ancora, ci sono opere belle e brutte, intelligenti e stupide, oneste e disoneste, sincere e ipocrite. E la selezione è l'arma della sopravvivenza. Come anche la Natura da sempre sa e pratica. E nel mondo della libertà, ognuno si salva da sé, in fondo.
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  2. La grande differenza tra Maison Ikkoku è altre opere belle e di valore che parlano di crescita umana nella società giapponese, secondo me è che Maison Ikkoku affronta un'età – la prima adultità – che è meno tipica in un mezzo espressivo che è comunque sempre principalmente rivolto verso la gioventù, ovvero il disegno narrativo (statico o animato). Per dire, se facciamo il paragone tra uno manga come Maison Ikkoku e uno shoujo manga come Kimi Shina Iranai di Yoshizumi Wataru la differenza è abissale (anche se si parla sempre di "superamento della vedovanza"), e questo è ovvio. Yawara! è sicuramente un'opera importante, ma personalmente la vedo più vicina alle opere di quello che per me è un altro vero colosso del manga, ovvero Adachi Mitsuru. Maison Ikkoku resta veramente un'opera sui generis, secondo me, anche per la straordinaria, pressoché unica, capacità dell'autrice di mischiare caratterizzazioni serie e grottesche negli stessi personaggi. Benché Takahashi Rumiko abbia avuto grande riconoscimento internazionale, invecchiano e conoscendo più e più il Giappone e la sua società da più e più vicino mi sono ritrovato a pensare che proprio i suoi manga "classici" sian del tutto incomprensibili senza avere non dico una "profonda comprensione", dico una "genuina sensazione" della vita in Giappone. Ancor più di quelli di Takahata Isao, il cui realismo riesce a diventare anzi persino esplicativo, per chi ha la sensibilità per coglierlo. Guardando con attenzione Heisei TanukiGassen Ponpoko si uò cogliere, anche dall'esterno, qualcosa della società giapponese - per dire. Lo stesso con Hohoukekyou Tonari no Yamadakun. Persino con Jarinko Chie. Ma con Maison Ikkoku, secondo me, no. Con Maison Ikkoku la cognizione del Giappone è un prerequisito alla comprensione dell'opera. Senza quel prerequisito, credo, i contenuti dell'opera sono destinati a rimanere tragicamente segmentati. Il momento comico, il momento trgico, il momento romantico. Ma in realtà, tutto è fuso in ogni momento. Nelle caratterizzazioni grottesche di Ichinose Sanae, Yotsuya e Roppongi Akemi, c'è realismo. Inizia a pensarci quando un mio caro amico giapponese, un mio senpai grande amante dell'animazione mi fece notare che "Nei momenti buffi, Grandis [in Nadia] è Lum, perché oltre al canino ne ha le nevrosi giovanili, ma nei momenti seri è Roppongi Akemi, perché oltre al rsso dei capelli ne ha la cognizione della vita femminile". Questa cosa mi colpì. Diciamo che senza rivedere nei personaggi, negli ambienti, nelle situazioni di Maison Ikkoku i volti e i posti reali di cui quelli fittizi sono astrazione, coglierne il senso è secondo me del tutto impossibile. Mi vengono ora in mente le lezioni di letteratura inglese in cui Nabokov diceva che comprendere Joyce è assolutamente impossibile senza essere stati a Dublino, e avere visto – quelli veri – i dubliners.
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