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  1. Immagino che la colorista del caso sia l'antica collega Yasuda Michiyo. Devo ancora controllare se fosse la stessa a cui, essendosi infortunata, Miyazaki portava i cel da controllare in ospedale. Piccola digressione: i ruoli relativi al colore, in animazione(giapponese), sono due: 「色彩設計」(shikisai-sekkei) e「色指定」(iro-shitei). I nomi dei ruoli nell'industria dell'animazione giapponese cambiano nel tempo e nei luoghi, talvolta ogni studio di produzione fa le cose a modo suo. Ora come ora, mi pare che quei due ruoli siano abbastanza canonizzati, e che l'intero processo vada sotto il nome di 色彩設定(shikisai-settei)anche se ho visto molte alternative, ricombinazioni, ecc. Essenzialmente, lo shikisai-sekkei (lett: designazione colorazioni, tipo) è il lavoro di creare un'intera tavolozza cromatica per un dato prodotto animato, selezionando una rosa di colori intonati tra loro. Per esempio, avrete notato che la tinta di Nausicaä è molo "acida", un tempo si sarebbe detto persino un po' "lisergica", e anche le musiche hanno un po' quell'eco mistico-indiana (per compensare l'assenza di Dorok? Ahah.) - invece lo iro-shitei (lett: "assegnazione colori") è il decidere quale singola parte di ogni personaggio vada colorata con quale colore preso dalla tavolozza. Tradizionalmente ogni campitura è x3 (normale, illuminato, in ombra). Questo secondo ruolo è più operativo, ed è molto legato alla successiva fase di 「仕上」"shiage" (finiture) e cosa ancor più oberante di "chekku" ovvero la verifica che ogni campitura in ogni cel sia colorata col colore che gli era stato assegnato. Se così non fosse, ogni errore creerebbe un flash di cambio colore di un pezzo di un frame nel flusso dell'animazione. Per la cronaca, in tutti gli episodi di Heidi questo accade una sola volta, per un singolo frame (il colore del pelo di un animale, se ben ricordo, forse Joseph). Avevo sentito (dalla voce di Suzuki, mi pare) che nel film Takahata era incarnato da un personaggio anziano aggiunto dopo la morte del suo modello, ma non so se sia quello che tu dici. In ogni caso, è interessante che Miyazaki si incarni in un ragazzino da Il libro delle cose perdute e metta Takahata – che era a lui maggiore di soli cinque anni – come un anziano. In effetti, credo che per Miyazaki – che aveva da ragazzo conflitti con il padre, benché fosse un figlio di mammà e papà alquanto viziato – Takahata avesse ben preso rappresentato una figura paterna putativa, come un cugino maggiore, uno zio, poi forse proprio un padre putativo nei confronti del quale il figliol prodigo aveva sempre un rapporti di anelante odi et amo, di ammirazione e invia e ammirazione, di sudditanza intellettuale persino. Per un narcisista sociopatico, innamorarsi davvero significa sempre rendersi la vittima volontaria del cannibale, sapete? E così sono tornato à la page. Ah, ecco a voi due belle interviste che toccano anche questo film e i suoi autori: https://fullfrontal.moe/takeshi-honda-the-boy-and-the-heron-interview/ https://fullfrontal.moe/yoshiyuki-tomino/ la seconda è a dir poco paradigmatica, e mi pare riprendere le mosse dall'intervista che lo stesso Tomino rilasciò ai tempi dell'uscita di Ponyo, con i successi veneziani di M. - a quel tempo tradussi l'intervista per il sito Nanoda, quindi la ricordo bene. Ma è brillante che Tomino insista su Freud (per ID-e-on), sulla psicanalisi, sulla filmografia francese (Truffau, Malle, Le fabuleux déstin d'Amelie Poulin persino...) - voler forzare certe cose su certi altri autori è quasi buffo, se non ridicolo, ma quando si parla di persone dell'epoca di Tomino, Takahata, Tezuka... erano altri tempi, e la formazione dei giovani giapponesi del primo dopoguerra aveva molta velleità intellettuale filoeuropea.
    2 punti
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