Il bello di Maison Ikkoku è che ti inganna di essere una commedia sentimentale. Non lo è. Quello è solo il canovaccio, anche riuscito e a tratti geniale, e persino variegato, in cui si innesta la storia della profonda crescita di due persone. La crescita di un ragazzo di campagna, figlio di famiglia, in un adulto in città, con un suo ruolo nella società, ma soprattutto la crescita di una giovane donna oltre l'elaborazione del più tragico dei lutti e tutti gli alibi che la tengono ancorata a quella. E sono l'uno lo strumento della crescita dell'altro. Come sempre accade nell'amore reale: "trovarsi a essere ciò che serve quando serve, vicendevolmente". Un colpo di fortuna iniziale, una buona dose di coraggio, e tanta pratica di costante impegno a seguire.
In tutto questo, perdonatemi davvero, adoro Yagami. E la Kyouko liceale dei flashback. Ma Yagami ancora di più. The most radical girl. Quando parla ubriaca al Chachamaru è tipo Ninamon che scoppia a piangere dinanzi ai genitori (non la vediamo), per poi riuscire a saltare in alto sopra l'asticella (la vediamo). Certo Soichiro deve essere stato un uomo molto fortunato. Ha fatto bene l'autrice a non mostrarcene mai il viso, sarebbe stato troppo odioso, troppo invidiabile, poverino. In tutto questo, il gran rifiuto di Godai è davvero l'estrema prova d'amore. Tipo Odisseo con Nausicaä, manco Calypso o Circe, dico proprio la principessa dei feaci. Il gran rifiuto.