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Della Critica e oltre


Shuji

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Essendoci elementi potenzialmente interessanti, che vadano al di la' dei soliti e tipici modi di dire, vediamo se e' il caso di recuperare spunti della discussione sulla critica.

 

Avendone avuto occasione, la discussione sarebbe potuto vertere su un elemento forse singolare o curioso.

 

Francois Truffaut e gli altri teste' citati (da Bazin a Chabrol) scrivevano proprio articoli di critica ad esempio sull'oramai 'mitico' 'Cahiers du Cinema'. Quello per l'appunto e' stato un esempio di critica positivamente svolta, perche' ad esempio ha favorito la rivalutazione di autori e registi quali Hitchcok.

E spesso "quell'ambiente" forniva anche concrete opportunita' di visibilita' e di produzione a registi anche esordienti, ma con qualcosa da dire.

 

Ma il 'singolare' che va forse una certa visione sclerotizzata della 'critica' come mostro ed entita' immanente, e' che quegli esponenti citati (tra i quali c'era se non ricordo male anche il 'nostro' Rossellini) erano considerati come 'reietti', al di 'fuori delle regole'.

 

Da altra critica ancora.

 

Purtroppo si e' inveterata sempre piu' negli anni, fino ad una quasi totale scomparsa di una seria critica fondata, l'idea e l'opinione ricorrente di una critica come quasi un 'corpo estraneo' al cinema, e i critici additati in vario modo.

 

*Per vari singoli* il giudizio negativo e' meritato, ma la critica in se' non e' fattore negativizzante, ma anzi spesso e volentieri e' stata parte integrante della cinematografia.

 

Poi viene da se' che, tanto per dire e per non citare casi concreti, nell'ottica economica di una rivista, viene realizzato un redazionale orientato in modo positivo e per questo si fornisce, che so, un'automobile in comodato d'uso, e' un altro discorso ancora.

 

Fatto sta che molta critica, spesso e volentieri, ha fornito e fornisce pareri preziosi.

Ma, come accennavo in precedenza, e' un qualcosa sempre piu' in sparizione; alla fine ad esempio in rete i siti 'interessanti' con veri staff sono sempre piu' soppiantati da aggregatori di news, senza piu' alcuna possibilita' concreta di identificare in una testata un certo particolare orientamento e posizione su taluni argomenti.

 

Non parlando poi dei giornali che sempre piu' relegano le 'recensioni' a un riassunto, anche particolarmente estensivo (fino ad arrivare ad essere integrale) di riassunti di vario genere.

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bah, è un pò ot, però tanto per dire io di critica leggevo con piacere le recensioni di Tullio Kezich, che mi sembrava ci mettesse molta sensibilità umana oltre che competenza, morto lui non leggo più niente ( prima ci scappava un'occhiata anche agli articoli di Escobar che non erano male ).

 

due di Tullio:

 

 

Frutto di 45 ore di intervista al magnetofono con un’ex-drogata diciottenne indicata come Christiane F., il libro dei giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck ha avuto un enorme successo in Germania (un milione di copie) ed è stato stampato in Italia da Rizzoli. Anche il film ha avuto in patria una vasta risonanza: tre milioni di spettatori, un record, e l’onore della copertina su “Der Spiegel”. Ora, per quanto elaborata, la pagina scritta conserva un certo valore di testimonianza sul sottomondo della droga e della prostituzione che gravita intorno alla stazione dello Zoo di Berlino; ma questo film-verità, interamente messo in scena con gli attori e i tradizionali accorgimenti della «fiction», che documento potrebbe essere? L’odissea di Cristiana e del suo boy friend Detief, che si riducono alla prostituzione sia pure solo masturbatoria per riuscire ad assicurarsi la dose giornaliera di eroina, si risolve in una stanca e prevedibile successione di orrori. Un mondo di discoteche, marciapiedi, cessi pubblici e appartamentini piccolo borghesi visto con un’ottica che oscilla fra due punti di vista ugualmente sbagliati: il coinvolgimento vagamente morboso (la curiosità di vedere da vicino come vivono e cosa fanno «quelli là») e il distacco moralistico-entomologico (ma guarda un po’ cosa esiste in natura, meno male che io, la mia famiglia e i miei figli non siamo così). Interpreti diligenti, regia pedestre, arte latitante.

Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori

 

 

 

 

 

Qualcosa bolle in pentola, nelle pigre scuole sul finire degli anni '50, anche se la Contestazione scoppierà molto più tardi. Tradition Honor Discipline Excellence sta scritto sui vessilli della Welton Academy (Vermont), considerata il miglior college americano; ma ci penserà il nuovo professore di letteratura, a far toccare con mano ai ragazzini quanto sia vuota la retorica dell'istituzione. Chi ha avuto un professore come Robin Williams ne ha risentito l'influenza per tutta la vita, chi non l'ha avuto l'ha sempre sognato: perciò il copione di Toni Schulman, pur cucinato secondo un ricettario tradizionale, che un po' ne contraddice lo spirito, ha toccato il cuore del pubblico. Al successo del film contribuisce non tanto la regia competente dell'australiano Weir quanto la recitazione schietta e impertinente di Williams. Sistematico nell'irridere, il docente dimostra che un sano cinismo non esclude il più tenero amore per la poesia, fa strappare le pagine dei libri che suonano false e addita come scopo della vita il godimento dell'attimo fuggente. Affascinati gli allievi migliori costituiscono un setta segreta che si riunisce di notte per declamare versi di poeti defunti; e un giovane in particolare consolida la propria vocazione teatrale trionfando come Puck nel Sogno scespiriano. Purtroppo l'opposizione paterna alla carriera artistica lo spinge al suicidio e, peggio ancora, l'incidente è attribuito all'insegnante, che viene esonerato. Per onorarlo, nel momento dei saluti, mezza classe monta in piedi sui banchi in un gesto di disobbedienza. Pur suggestivo, il film non toglie il sospetto che i suoi commossi ammiratori sarebbero tra i primi a spaventarsi se nella scuola tornasse a soffiare il vento della ribellione.

Da Il filmnovanta: cinque anni al cinema: 1986-1990, Mondadori, Milano, 1990

 

Modificato da silent bob
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(Puoi anche usare il quote normale eh, non mi pare ci siano spoiler da celare :thumbsup: )

 

Mi sembrano recensioni valide, io ad esempio per valutare se considerarne una in modo positivo o meno, osservo se il punto di vista del recensore si palesa da elementi nel contesto, oppure viene espresso apertamente.

 

Se uno ha elementi per valutare in modo positivo o negativo, ritengo che il suo giudizio debba venire piu' da una "somma" tra elementi negativi o positivi, piu' che esprimere un giudizio compiuto.

Purtroppo capita che dei recensori parlino di elementi legati ad esempio a sceneggiatura senza, per dire, distinguerne una da un trattamento, oppure si parla di montaggio senza, ai giorni nostri, aver presente cosa sia una timeline.

 

Un altro elemento e' quello del, secondo me, troppo veloce accostamento tra vari nomi di altri film.

 

Il punto comunque e' che ognuno trova uno 'stile', un po' come fanno i disegnatori, i registi, anche nello scrivere articoli, e alla fine e' piu' che sensato continuare a seguire gli scritti di chi si reputa comunque piu' vicino al proprio punto di vista.

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Il problema insito nella (modesta) critica cinematografica nostrana è non solo un'ignoranza di fondo della storia del cinema e del linguaggio cinematografico ma anche una conclamata miopia che declina in parodia involontaria di se stessa. Spesso la maggioranza delle recensioni si risolvono in un riassuntino della trama e nulla più e mai un film è analizzato da un punto di vista squisitamente visivo. Altro nodo cruciale è il mancato ricambio generazionale, si tratta perloppiù di simpatici vegliardi con il catetere, indi dotati di un armamentario critico così obsoleto e schiacciati da un retaggio culturale superato e sepolto dalla Storia, che hanno perso completamente il contatto con gli umori reali e il cosiddetto zeitgeist.

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io trovo che spesso nella concezione comune del critico (artistico in generale) manchi totalmente l'aspetto dello storico dell'arte, figura a mio avviso (e non solo ovviamente) importantissima tesa a salvaguardare le opere che sono patrimonio culturale di tutti e che senza di lui non avrebbero tali attenzioni.

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Credo sia abbastanza controproducente leggere solo critici che si sa abbiano (di solito) una visione simile alla nostra: si esulerebbe dal processo di giudizio, che deve avere per forza più punti di vista, per avere una guida a ciò che dovrebbe piacerci nella maniera più soggettiva possibile. A sto punto fregarsene dei critici e vedere di tutto un po', o comunque non pretendere di avere un giudizio critico.

 

Tra l'altro, come il thread originale diceva, è abbastanza ridicolo che esista un critico "vero" (non amatoriale) che non conosca e non consideri i segreti del mestiere. Non che abbia fatto film, badate: ma come si deve parlare della rivoluzione costruttiva del gotico in termini anche proprio delle nuove conoscenze di statica e quant'altro dei costruttori, così uno deve considerare, che ne so, l'impatto della CG per i film catastrofici anni '90 (si parva magnis licet componere :happy:).

 

In ogni caso, debbo dubitare solo i critici italiani vedano la trama come aspetto principale a priori dei film, ahimé.

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Beh, infatti in molte occasioni la dicotomia critica/regista (nel caso specifico del film) e' alquanto opinabile.

 

io trovo che spesso nella concezione comune del critico (artistico in generale) manchi totalmente l'aspetto dello storico dell'arte, figura a mio avviso (e non solo ovviamente) importantissima tesa a salvaguardare le opere che sono patrimonio culturale di tutti e che senza di lui non avrebbero tali attenzioni.

 

Verissimo, come infatti e' vero che ogni opera di ingegno non nasce 'ex abrupto' manco fosse la Divina Concezione © ma e' iscritta in un contesto socioculturale preciso, e che le influenze dirette o metabolizzate sono comunque riscontrabili.

 

Cite: Hauser, storia sociale dell'arte. (ed. Einaudi).

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