Hai ragione. Provo a spiegarmi. Il punto è che "il pubblico" – che resta un elemento determinante del processo produttivo e commerciale – è una cosa ondivaga, e il suo interesse va sempre interpretato e persino diretto, quando non creato. Un tempo si diceva che è la domanda a determinare l'offerta, ma nel mondo del consumismo specie di beni di lusso, o comunque non primari, è dimostrato che è spesso l'esatto opposto, poiché i "bisogni" sono tutti "finti bisogni indotti". Ora un relatore sagace citerebbe certi sagaci one-liner di guru postumi quali Steve Jobs, quindi io non lo farà.
Ma ti (vi) passo un mio ricordo reale.
In Giappone, collaboravo con Square-Enix. In pausa, nascevano spesso dialoghi sulle visioni del mercato, ecc. Una volta mi spiegarono che in quel periodo la produzione cercava di creare giochi dall'appeal meno "giapponese", per essere più appetibili al punto internazionale.
Gli spiegai che era, secondo me, una follia.
Nella mia esperienza, infatti, il pubblico di riferimento dei loro prodotti, come di quelli del pubblico di manga/anime, erano persone interessate, o quantomeno sensibili, proprio al contenuto culturale "giapponese" dei loro prodotti. Persone che vagheggiano o idealizzano il Giappone, la sua società e la sua cultura più o meno come una El Dorado postmoderna, fatta di idealismi, purezze e finzioni. Ma soprattutto, gli spiegai, "una cosa puo' avere un sapore, e questo a qualcuno piacerà, a qualcuno no - ma cercando di avere tutti i sapori, sperando di piacere a tutti, poi non si ha più nessun sapore, e non si piace davvero a nessuno". Come coi colori in pittura, come coi sapori in cucina.
Certo, erano quasi due decadi fa. Più di tre lustri di sicuro. Ma l'uomo non cambia mai.