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La critica


Shuji

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“La critica cinematografica si è eclissata... nel dimenticatoio sono finiti gli insegnamenti della nostra giovinezza, quando imparavamo che l’esercizio della critica consiste nella conoscenza, nel discernere, nell’analisi, nell’approfondimento, nell’osservazione, nella scelta, nella maturazione riflessiva che promuove la qualità dello spettatore, del creatore e della crescita intellettiva...”.

 

Mi piace iniziare con le parole di Domenico aka Mino Argentieri, uno dei pochi critici 'di razza' che e' scomparso lo scorso marzo.

 

In un paese storicamente con 50 milioni di allenatori di calcio, e nell'epoca massimizzante di stelline e mi piace, c'e' davvero bisogno o la voglia di sentire argomenti e non le solite risse, condite dall'infallibilita' a prescindere della soggettivita'?

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La voglia non saprei, ma per il bisogno metto la mano sul fuoco: sì.

Certo aiuterebbe non poco uscire dal paradigma "a me non è piaciuto =0 MERDA vs. a a me è piaciuto = CAPOLAVORO"

Altro problema mica da ridere: la percentuale infima di veri approfondimenti e analisi a fronte delle "recensioni" che si limitano alla descrizione della trama del film, più qualche nota da cartella stampa.

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Quello che mi 'ha spinto' infatti ad iniziare l'argomento e' la curiosa controtendenza dei circoli di cinema qua e la' per l'Italia, che si sbattono, e a volte pubblicano anche delle 'riviste' specie a diffusione interna o locale, con quello che mi sono stranito a pensare tale:

 

tanti approfondimenti, e in special modo di 'testo'.

Mi e' sembrato quasi che a furia di dover rispettare dei vincoli di spazio sempre piu' stringenti, alla fine molti, tra i quali io, si siano progressivamente 'rassegnati' o 'tarati' a buttare giu' testi monocromi e monocordi di poche righe.

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a me, da un po' di anni (gli ultimi 15-20?), fa paura la piega che ha preso la critica nostrana, che tende ad adorare non ho capito cosa e perchè ma spesso è un polpettone indigestissimo (spesso prodotto dalla rai) fatto passare per opera intellettuale.

ho poi questa strana impressione... come una tendenza ad uniformare il pensiero critico SULLE opere, creando delle classi di giudizio da tramandare eternamente al prossimo (critico o lettore che sia), e non vorrei che il problema fosse proprio a monte, cioè dove si dovrebbe studiare per apprendere gli sturmenti giusti per analizzare un'opera.

tradotto significa che ci sono degli schemi entro i quali viene collocato, anche forzatamente, un film. questi schemi sono prefissati in una gerarchia universale al cui apice ci sono i registi italiani del b/n.

tutto il resto e tutti gli altri sono a scendere e guai a non rispettare l'ordine.

e... ehm... solitamente più qualcosa è criptico (meglio se però un nome te lo sei già un po' fatto, poi passi a venezia, cannes e forse berlino e siamo a posto) e più ha possibilità di essere definito "d'autore" :giggle:

 

imo il peccato originale è accaduto quando è stato rivalutato il genere pecoreccio portandolo addirittura a cult :lolla:

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Sai che...  :°_°:

 

http://www.cineclubromafedic.it/

 

guardate un po' il numero 51 di giugno a questo indirizzo, e' un file pdf visibile anche online

http://www.cineclubromafedic.it/images/ccroma/diaricineclub/diaricineclub_051.pdf

 

nello specifico, il pezzo iniziale (che continua a pagina 5) di Roberto Chiesi:

 

"Il conformismo della

“critica-spazzatura”
 
Appunti sul negazionismo
(in salsa accademica e non)
del cinema d’autore"

(omissis)

 

Esiste infatti una
certa tendenza della critica nostrana, che ha
proliferato come una metastasi in alcune università.
Questa tendenza ha fatto dell’indifferenziato
la propria bandiera, arrivando al
punto di sminuire, denigrare, delegittimare
in ogni modo la nozione di autore cinematografico.
Come se l’individualità, la specificità,
la peculiarità che identificano un artista e il
suo mondo espressivo fossero elementi deteriori
o sorpassati. È una tendenza che nasce,
storicamente, dalla reazione - legittima, ampiamente
giustificata e datata già negli anni
‘70 - contro l’aristocrazia del gusto e delle ideologie
che ha dominato la critica negli anni ‘50
e ‘60, quando non esisteva nessuna attenzione
ai fenomeni di cinema popolare, di cinema
di genere, che anzi venivano sistematicamente
disprezzati e ignorati. Era assolutamente
necessario reagire contro i pregiudizi di quella
critica che ha sdegnato, per esempio, la
commedia italiana, i film di Monicelli, Dino
Risi o Luigi Zampa e anche il cinema degli attori-mattatori
(Sordi, Manfredi, Tognazzi,
Gassman) e degli sceneggiatori (Age, Scarpelli,
Benvenuti, De Bernardi), valorizzato adeguatamente,
per lungo tempo, solo dalla critica
francese. Negli ultimi vent’anni, la
rivalutazione del cinema del passato è però
degenerata in una esaltazione indiscriminata,
spesso delirante e sciocca,
di ogni genere, cineasta, film, privilegiando
anzi i sottoprodotti più
beceri e scadenti dell’industria, con
l’alibi che si trattava di “cinema popolare”
e “nazionalpopolare”, non
esitando quindi a strumentalizzare,
nel modo più vergognoso e dilettantesco,
il pensiero gramsciano. Questa
“critica-spazzatura” che riduce il
cinema a referto sociologico, in realtà,
non è né critica né sociologia ma
soltanto spazzatura. Si può facilmente
prevedere che, nel giro di pochi
anni, non ne rimarrà nulla e i libri
che ha prodotto ammuffiranno in qualche
scantinato. Rimarranno e graveranno, purtroppo,
i danni culturali (ed economici, se
pensiamo al costo delle rette universitarie)
causati ai poveri studenti sprovveduti che
hanno seguito i corsi universitari su Quel gran
pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda e simili,
pensando che quello sia cinema. In effetti, il
caso della critica-spazzatura, nella sua ridicola
irrilevanza, può essere considerato un piccolo
referto emblematico del degrado italiano.
Ne condensa in sé i connotati, a
cominciare dalla mistificazione come sistema,
come metodo, come attitudine. Per esempio,
definiscono il sottogenere del cinema cosiddetto
sexy scolastico come un “cinema
popolare” ma in realtà non erano film visti da
ogni fascia di pubblico: le famiglie li evitavano
(ovviamente) e i loro spettatori erano principalmente
militari, pensionati e tardo adolescenti.
Soprattutto non erano l’espressione di
una cultura “popolare”, come pretendono i
mistificatori accademici o meno, bensì di una
sottocultura piccolo-borghese, come piccolo-borghesi
erano i personaggi di professionisti,
impiegati, commercianti etc. interpretati
da Lino Banfi, mediocrissimo, monocorde protagonista
di tanti sottoprodotti del genere. Come
piccolo-borghesi erano i personaggi interpretati
da Christian De Sica e Massimo Boldi
nei sottoprodotti della Filmauro alias “cinepanettoni”,
fortunatamente ormai estintosi come
filone. Questi ultimi, in particolare, rappresentano
la quintessenza della sottocultura
piccolo-borghese italiana in tutto il suo squallore
di razzismo, machismo, trivialità, sciatteria.
Un’altra mistificazione riguarda, poi, la
patente di “spregiudicatezza” che i “critici-spazzatura”
si arrogano: in realtà non esiste
nulla di più conformistico dei loro scritti,
delle loro teorie, dei loro corsi universitari.

 

 

(continua)

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Per intenderci, quella di qua sopra e' forse la piu' nota e 'vecchia' di rivista di critica italiana, che oramai da un po' di anni esce piu' o meno due volte l'anno, basta avere presente che l'ultimo numero 328 e' di aprile/giugno 2016. Essendo abbastanza certo che non la si conosce, la faccio presente.

 

Nel caso, molti di quelli che ci scrivono lo fanno anche per quell'inserto di prima, messo online in pdf da anni ^^

Penso sia abbastanza importante avere un qualche terreno di confronto comune sull'argomento, in quanto se voi avete presente solo le recensioni che leggete qua e la' attualmente, vi fate un'idea sbagliata sia su cosa sia una recensione, sia su cosa sia davvero la critica.

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Che coincidenza,m'ero rivisto l'Ubalda giusto ieri sera....  :D

 

Personalmente non condivido minimamente i contenuti dell'articolo sopra riportato. La critica non s'è ammosciata a causa/per colpa della rivalutazione di un certo cinema popolare appartenente ormai a un'epoca remota,tant'è che quest'ultimo continua a venir stroncato tutt'oggi ,così come è sempre stato stroncato il cinepanettone (vanziniano e non) . Il cinema di genere è stato il perno su cui si fondava -per decenni- tutta la struttura,non solo italiana bensì internazionale e non va mai dimenticato che i sedicenti capolavori tanto amati dalla critica -contemporanea e passata- spesso risultavano essere clamorosi buchi nell'acqua al botteghino. Senza il cinema di genere,brutto o gradevole che fosse,produttori ed esercenti non avrebbero mai recuperato i miliardi investiti in capolavori che ben pochi consideravano. 

La rivalutazione postuma del cosiddetto trash (termine che trovo del tutto fuori luogo) ,che potrebbe trovare i suoi vagiti nella metà degli anni '90,non era affare esclusivamente italiano ma mondiale. Ci si accorgeva che certe pellicole,certi registi e certi attori riuscivano a compiere miracoli con due lire,a fronte di incassi che all'epoca i "capolavori" nemmeno potevano sognarsi di raggiungere. 

Non capisco poi l'infondato disprezzo su Banfi,uno che ha dovuto farsi un culo quadro per emergere e che è sempre stato un passo più avanti di molti altri. Uno che non ha mai fatto mistero di detestare le commedie che era 'costretto' a interpretare per fare carriera,in cui ha comunque messo tutto se stesso senza mai risparmiarsi. C'è voluto Tarantino per convincerlo finalmente che i suoi vecchi film non erano spazzatura (e comunque,col tempo e la vecchiaia,ha avuto anch'egli modo di dimostrare di saper essere tutt'altro che monotematico,dando grandi prove di drammaticità). E poi,diciamocelo: molte di quelle commedie,al di là della povertà di mezzi,avevano tutto quello che manca al cinema di oggi. Perché il problema attuale è che il cinema,in Italia, IHMO "non è" cinema. E' televisione su grande schermo. Rassicurante,costruito,destinato ad essere cotto,mangiato,digerito coi pop corn e dimenticato. Piuttosto che incolpare il cinema di genere di un tempo,caciarone quanto si vuole ma vitale e multiforme,bisognerebbe incolpare il vuoto pneumatico di questi tristi tempi,dove tutto è già stato scritto e si tende ad annacquare sempre più.

La critica attuale non è altro che lo specchio del cinema italiano odierno,distrutto dal passaggio al digitale,dal totale controllo a tavolino dei produttori (per la serie "mai una volta che qualcuno rischi" ,e guarda caso l'unico azzardo dell'anno scorso a voler uscire dagli schemi,Jeeg Robot,è stato un successo)  e da un ricambio generazionale di maestranze cresciute con la televisione. 

Centomila volte meglio i tempi in cui andare al cinema significava stare in mezzo alla gente,in cui non era necessario fare 10 o 20 km per raggiungere l'unico multi-fottuto-sala in zona  ma bastava recarsi alla parrocchia locale,non era necessario pagare 15 euro per l' "evento" programmato in soli due giorni ; tempi in cui cinema voleva dire pellicola e "la fotografia" aveva un senso tecnico e visivo  (sono il solo a pensare che oggi la fotografia digitale faccia semplicemente ribrezzo? ) . Tempi in cui cinema era sinonimo di incassi miliardari anche col filmetto da 100 milioni di lire di budget. Adesso che i generi sono morti e il pubblico si è spostato altrove,la critica ha lo stesso senso del cinema che le major (sempre meno pure loro) pretendono di imporre : allineata col vuoto dei tempi correnti.

Magari mi sbaglio,eh.... Magari divago per nulla. Magari sono solo io a vederla così grigia. Ma la vedo così.  :frown:

 

(e comunque se il vecchio Banfi dovesse farmi schifo per le ragioni descritte dal tizio dell'articolo,automaticamente dovrei bruciare anche tutti gli albi di Nagai...visto che lì il pecoreccio abbonda anche di più! 8) ) 

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In realta' il discorso e' opposto;

 

se ti dai da fare per parlare senza pregiudizi (negativi) di un tipo di film, non puoi arrivare a passare dall'altra parte parlando con pregiudizio (positivo) dello stesso.

 

Ogni opera va valutata a se stante; i 'richiami', se ci sono, rappresentano il modo piu' facile di fare due chiacchere su di un'opera, ma la cosa si ferma proprio ad un passo dal divenire, ove poi lo divenga, non molto piu' di un parere tipo 'Mi Piace'.

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Allora, tanto per.

 

 

Se qualcuno trova la scena completa la posti.

CMQ, questo e' quanto per me il Cinema puo' fare; una sintassi perfetta al limite dell'accademismo, ma mai senza svicolare sul gratuito pietismo o sull'effetto d'accatto.

Il film e' 'Le Concert' di Radu Mihaileanu

(ovviamente straconsiglio di vederlo a chi non l'avesse gia' colpevolmente non visto)


Volete una 'dimostrazione' sul cosa significhi valutare un film con criteri oggettivi?

Questa scena e' di circa 15 minuti complessivi

 

 

qua sopra c'e' quasi tutta solo con frames e stills.

 

Allora;

 

'sintatticamente'; i campi lunghi servono e si usano per inserire qualcosa o qualcuno in un contesto preciso; Brian de Palma nella sua cifra stilistica era ossessionato dalla 'chiarezza', dal dover lui sempre rendere 'padrone' lo spettatore dello 'spazio' in cui un'azione si svolgeva.

 

Ora, man mano che si 'stringe' con la camera su di una scena, si va progressivamente ad evidenziare un dettaglio; anche ove non si arrivi al dettaglio e si sposti la camera in un senso o in un altro, sempre attenti allo scavalcamento di campo e alla regola dei 30°, l'effetto e' comunque sempre quello di far 'smarrire' il punto di vista dello spettatore.

Quindi dopo pure ogni scena convoluta, tra carrellate e movimenti vari, e' indispensabile 'resettare' (alla faccia della brutta parola), il punto di vista tornando comunque ad un 'campo totale' che mostri il contesto, sempre senza perdere di vista il protragonista sul cui si sta centrando l'azione, i tempi in cui le successive inquadrature si fanno, il senso fino al momento imposto nell'usare un dettaglio. In una parola, preservando l'equilibrio della rappresentazione.

Salvo 'staccare' ove fosse necessario, con fare 'impetuoso' e repentino, ad esempio per cenni di un flashback, con altra sequenza (chi nel caso usasse tendine nel montaggio sarebbe un criminale di guerra o troppo uso a filmare matrimoni), perche' solo con una netta separazione di un contesto dall'altro, si puo' continuare a rendere intelligibile l'atto e il movimento in essere.

 

In questa scena la verve diegetica della musica a volte si stempera in extra diegetica proprio negli inserti dei flashback, limitatamente a quegli attimi.

 

Il tutto e' ottimamente molto ben bilanciato, intelligibile, e mai senza cadute di stile.

 

Ecco, questo e' in teoria come si valuta una scena.

Altri direbbero 'come regia e sceneggiatura e' molto valida'.
Quando sentite queste cose, scappate, in quanto per il 99% dei casi chi le dice non ha idea di cosa stia dicendo.


P.S.

per chi non conoscesse lo scavalcamento di campo (o dei 180), come la regola dei 30 questo tipo lo trovo molto chiaro nell'esposizione:

 

http://simonebissolati.weebly.com/la-regola-dei-30-gradi.html


p.p.s.

Tanto per rincarare la dose.

 

 

la prima volta c'e' uno scavalcamento di campo.

 

Ora, alla fine, e' anche possibile farlo 'volutamente', ma bisogna avere esperienza e abilita' per farlo, altrimenti si fa solo confusione.

L'unica cosa certa che rimane e' che, comunque, sono cose che e' necessario sapere, salvo con un proprio stile e modo farle proprie.
Chi sbaglia soltanto, invece, lo fa e basta.

E anche questo e' uno degli ambiti della critica.

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Ok, ma stai parlando unicamente dell'analisi "tecnica".

Il che va benissimo e già se si facesse bene avremmo fatto un poderoso balzo in avanti.

Ma è solo un primo passo (IL primo passo, anzi), secondo me.

Nel senso che ruolo fondamentale della critica non è solo l'analisi tecnica, ma anche sociologica (o antropologica, addirittura).

Per dirla alla Barthes, svelare (o suggerire) il senso del segno immagine/fotogramma/sequenza/film.

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Nel senso che ruolo fondamentale della critica non è solo l'analisi tecnica, ma anche sociologica (o antropologica, addirittura).

Non concordo. Io penso invece che dovrebbe essere solo una critica tecnica, poiché ritengo che se un film, per essere compreso\apprezzato appieno, necessita di qualsiasi cosa oltre al vederlo vuol dire che il film ha fallito nel suo scopo narrativo.

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ma così qualsiasi film "ben girato", indifferentemente che sia fatto con una sorta di stampino o ricco di personalizzazioni però rispettosissime di certi canoni, sarebbe bello e basta. è giusto che un film non ti stimoli *mai* a fare delle scelte? ed è possibile che un film ti dia tutto quello che un film può darti? no, non può esistere un film assoluto e perfettamente appagante.

al che, per rendere l'idea della situazione, mi viene in mente quel mattone che si chiama schindler's list.

questo secondo me è un esempio di film che, almeno un po', deve essere contestualizzato per apprezzarne i meriti effettivi perchè racconta la *sua* storia in una storia di dimensione più ampia. ma della storia più ampia prende (giustamente) dei pezzi, per creare una *base* contestuale sufficiente e consegnarla allo spettatore.

tuttavia così lo spettatore ha quella che sia chiama un'idea della situazione generale; nello specifico è un'idea forte, ma pur sempre parziale della realtà.

è giusto? sì che lo è, perchè il film di spielberg è una storia nella storia.

non è che guardando schindler's list so tutto sul nazismo, sugli ebrei e sulla WW2. pertanto, se non so l'effettivo contesto nel quale è inserito il film, posso capirne correttamente la drammaticità o l'epicità?

quindi ho due scelte: scartabellare libri e quant'altro per farmi una cultura (e pure con una certa selezione, essendo l'argomento in questione un po' dannatamente vastissimo ed in alcuni frangenti mutevole nonostante gli ovvi punti fissi) oppure affidarmi a qualcuno che me lo spieghi.

sarà che magari sono un po' fissato. in genere quando mi interessa vedere un film mi informo un po' prima ed un po' dopo la visione; alla prima raccolgo quegli elementi che mi fanno capire perchè il film dovrebbe interessarmi, alla seconda approfondisco perchè ci può sempre essere qualcosa che sfugge e magari non doveva (è come la storia degli easter's egg o delle citazioni - sfido chiunque a cogliere tutte le nerdate presenti in un film marvel alla prima visione; talvolta sono così tante che possono essere considerate oltre il citazionismo -> contesto).

per me la critica, quella buona, ha la possibilità di fare anche questo e non di vedere solo l'aspetto tecnico/registico di un film.

ok la critica NON è una guida, nel senso che è un qualcosa in più per chi la vuole (che poi sia usata come penosa arma pubblicitaria, lasciamo stare. presente quelle locandine di film sconosciuti o quasi, tappezzate da frasette entusiaste che ti fanno venire il dubbio se sei su candid camera?).

in quanto tale, per me può svilupparsi si più livelli piuttosto che essere a senso unico, e "dare una mano" allo spettatore.

 

p.s. esistono film senza buchi narrativi? si pensi per un istante all'osannata trilogia di star wars episodi 4-5-6. per definizione è qualcosa di incompleto aka fallimento narrativo finchè non sono arrivati episodi 1-2-3, e dunque si doveva stroncarli impietosamente.

stikazzi, sono dei gran bei film, segno che c'è modo e modo di fare qualcosa.

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Più semplicemente, la solidità della trama e della tecnica sono le uniche cose che IMHO un critico dovrebbe valutare, poiché tutto il resto ritengo che si tratti di valutazioni che DEVONO essere lasciate allo spettatore.

 

 

E se Schindler's List non è in grado di fornire a uno spettatore che idealmente è all'ignoto della seconda guerra mondiale e tutto la giusta comprensione del contesto, allora Schindler's List fallisce il suo scopo, almeno in parte.

 

Ritenere che uno spettatore "conosca già" il contesto, che sia tramite scuola elementare o articolo di critica, è a mio parere un enorme errore(nel caso migliore).

È una coa al massimo comprensibile in dei sequel, e anche su questo ci sarebbe molto da discutere.

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Credo che stiate confondendo un dettaglio.

 

Io ho portato questioni di natura 'tecnica' in quanto piu' facilmente visualizzabili come criteri in qualche modo oggettivi; questo in quanto se non si visualizza la nozione che la critica si basa anche su tali criteri, tana liberi tutti, ognuno dice quello che gli piace.

 

Ma anche questi altri strumenti vanno ben contestualizzati.

 

Gli strumenti di natura non prettamente 'tecnica', a maggior ragione ancora, non solo vanno contestualizzati nello specifico del film, ma il loro uso appartiene al recensore nel suo specifico caso; sono altresi' molto utili per ottenere un ambito contestualizzativo, nel quale poi inserire il contesto specifico (del film) in cui il recensore si muove.

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