i figli del mare / Kaiju no kodomo
In un periodo che si protrae da piu' di 10 anni e passa, in cui il lato piu' importante di una qualunque produzione cinematografica non e' oramai piu' il Cosa viene raccontato, quanto il Come lo e', ecco che si inserisce questo film per rimescolare le carte; senz'ombra di dubbio dalla eccellente resa tecnica, che in questo caso non intende sottolineare unicamente il disegno ma la rappresentazione stessa delle scene e delle sequence, assume su di se' una dicotomia particolare:
la forma non e' sostanza, in quanto l'essenza della forma e' da qualche altra parte.
Di che vuole parlare questo film, o per meglio dire, quali spunti predilige e disincanta dalla favola visiva?
In pratica abbiamo che cio' che in altri film rappresenterebbe un livello sottotestuale, qua diventa una linea narrativa che si dimena nelle scene:
con un po' di ulteriore immaginazione rispetto alla rappresentazione (ed e' dura farlo) si potrebbe quasi dire che puo' parlare di cio' che piu' vi piace.
Quindi, in sintesi, questo film rappresenta l'assai strana dicotomia in cui la rappresentazione eccellente non e' piu' di per se' nell'alveo del discorso dell'importanza del come una vicenda viene narrata, spesso con la transizione magari un po' facilona tra l'estetica che diventa sostanza, in quanto nel film l'essenza e' legata alla cifra soggettiva dello spettatore.
Suggerisco la visione dopo adeguate libagioni alcoliche; a parte che non guastano mai, magari vi ampliano l'effetto bokeh delle lucine sullo schermo. E per quanto sia una battuta splendidamente cattiva, oltre che un po' di non immediata decifratura se non si conosce l'argomento, e' anche di per se' una prima sintesi del mood del film.
Oltre essere anche vera.