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Visualizzazione di contenuti con la più alta reputazione 17/03/2020 in tutte le aree
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0.9 - intenti autoriali, mondi meniali, protagonisti reali Proseguiamo dritti al punto. Un vero e proprio punto fermo collocato sulla nostra linea di partenza. Per addentrarci nello specifico del pensiero e del tentativo di comunicazione artistica di Anno Hideaki che era giunto ormai alla metà degli Anni Novanta, ovvero alla vigilia della sua opera più famosa e celebrata, la serie originale di ShinSeiki Evangelion, sarà infatti utile e opportuno partire da un documento preciso, del tutto ufficiale, basilare e specifico, ovvero da un particolare testo che lo stesso Anno Hideaki scrisse proprio poco prima del debutto della serie animata in TV. Si tratta di un elemento preziosissimo e imprescindibile, poiché il brano si concentra, fin dal titolo, sul focalizzare il "tentativo espressivo" del regista e del suo staff. Direi che si tratta a tutti gli effetti di una dichiarazione di intenti, ma niente affatto vaga, né vagheggiante. Non si tratta di un'embrionale prima teorizzazione dell'idea generale dell'opera, anzi. Il testo che segue non era parte dell'antico "documento di progetto" (企画書, kikakusho), di cui si potrà semmai parlare nel thread gemello di questo. Il testo che segue venne ufficialmente pubblicato nel primo volume di raccolta del manga, ma la data in calce non lascia dubbio alcuno: possiamo infatti pensare che il testo risalga all'incirca a quando l'autore, gli autori, si avvicinavano alla conclusione del "primo nucleo" di episodi del prodotto finito, ovvero gli episodi 1-6. Ciò significa che Anno Hideaki lo scrisse quando la produzione reale della serie animata era infatti già ben avviata. Forse proprio questo lo scritto del regista si appunta, in maniera estremamente precisa e concreta, nitidamente focalizzata, sull'intenzione espressiva dell'opera reale, mostrando quasi un velato senso di lucida riconsiderazione delle proprie intenzioni. In questo senso, non è eccessivo ragguagliarvi una nettissima direttrice di interpretazione autentica dell'opera. Questa è una trascrizione dell'originale giapponese: Ed ecco qui di seguito una traduzione diretta, amatoriale e improvvisata all'uopo: Leggendo questo testo, mi sembra innanzitutto palese che lo scenario post-post-moderno che Anno ha descritto intenda rappresentare, metaforizzare il senso di vacuo della postmodernità giapponese, seguito alla ricostruzione postbellica, seguito alla tragedia nucleare. I punti notevoli della questione tornano proprio tutti: una tragedia apocalittica, la ricostruzione "miracolosa", una società di consumismo diffuso (gli scaffali pieni dei konbini/minimarket) dove la crescita individuale delle persone è effettualmente bloccata in un stadio pseudo-infantile. Per la cronaca, mi capitò di proporre questa stessa riflessione (con fonte documentaria) al filosofo Morioka Masahiro, altresì docente unversitario di filosofia a Tokyo. Per pura coincidenza, si tratta anche dello stesso filosofo che si occupava dell'approfondimento televisivo proposto dopo ciascun episodio di Evangelion ai tempi della seconda messa in onda su TV-Tokyo, la prima notturna. Ma quando diventammo corrispondenti e poi lo conobbi personalmente incontrandolo dal vivo, ancora non sapevo del suo personale coinvolgimento con Evangelion. In ogni caso, in seguito gli accennai anche della mia lettura sulla "dichiarazione di intenti" di Anno Hideaki, e in particolare dello scenario della serie inteso come allegoria del Giappone post-bellico – il suo commento fu: "Non ci avevo mai pensato, ma certo, è evidente che è così". In ogni caso, una simile prospettiva psicosociologica porta subito alla mente Little Boy di Murakami Takashi, e le annesse speculazioni di Azuma Hiroki: il Giappone forzosamente consumista ricostruito con pezzi di americanità rabberciati con snobismo di foggia Meiji. Una sorta di golem, potremmo dire, o un mostro di Frankestein demente, una specie di fantoccio o un bamboccio. Ed è in effetti proprio quello che Anno Hideaki ha rappresentato nella creazione del "mondo di Evangelion". Un mondo di serenità fasulla costruito su bugie, silenzi e soprattutto su indotto semplicismo, faciloneria, sedazione sociale. Parimenti, se torniamo a dar conto a quanto messo in scena fin dal DAICON-III e DAICON-IV Opening Anime, potremmo altrettanto dire che la medesima prospettiva si esprime "metanarrativamente" nel modulo autoriale del regista, e forse della sua intera (prima) generazione di otakuzoku – la cui "elite" era passata dal lato dei fruitori a quello dei creatori del settore. Ovvero, la tecnica narrativa di Anno Hideaki e dei suoi "compari" altro non è che un metodo ricombinativo di frammenti, citazioni, pezzi di finzione precedentemente consumata dal lato del pubblico, come per l'opera di un mosaicista che usasse solo tasselli recuperati da materiale "di spoglio", e come in fondo lo stesso Anno ammette con candida e persino spiazzante onestà, dicendo fin nella sua dichiarazione di intenti che "benché sobbarcati del rischio di "in fin dei conti si tratta di imitazione", al momento non abbiamo altra metodologia di creazione. Perché il nostro "originale" non può trovarsi che in quel luogo..." Si tratta in effetti della limitata originalità creativa di una generazione di autori la cui narrazione fittizia non può che attingere da un'esperienza di vita a sua volta principalmente caratterizzata dal consumo di pregressa finzione, e diviene quindi ridondante nella ricombinazione di parti di quella. Per contro, quell'angoscia esistenziale che per il "nocciolo" dell'otakuzoku pare affondare le sue radici in quella nausea da indigestione e senso di prigionia della finzione già espressa fin nel DAICON-IV O.A. – dapprima l'istanza dell'avangarde della postmodernità giapponese che era l'otakuzoku di prima generazione – con ShinSeiki Evangelion viene apertamente e disperatamente denunciata sul piano della società intera, nazionale. Dunque, come "risposta allo spirito del suo tempo", la creazione dell'originale di Evangelion può considerarsi davvero affine a quella del film Mononoke Hime: la trasfigurazione dell'epoca contemporanea in un'altra epoca fantasizzata, nel passato per Miyazaki (l'epoca Muromachi del suo jidai-drama ideale), e in un prossimo futuro (SciFi) per Anno. Un altro punto fondamentale della "dichiarazione di intenti" di Anno Hideaki è che – accanto all'affresco del "mondo" (l'ambientazione) della storia – solo due personaggi sono introdotti, tratteggiati e indicati i due protagonisti: Shinji e Misato. Naturalmente tutti pensano che il protagonista di Evangelion sia Shinji, e questo è certamente vero, ma leggendo la "dichiarazione di intenti" di Anno Hideaki è chiaro e dichiarato che i protagonisti sono quantomeno due: Shinji e Misato, su cui Anno ha proiettato due potenziali e opposte risposte allo stesso problema di sociopatia: quella introiettiva (Shinji) e quella estroiettiva (Misato). Forse è perché noialtri siamo italiani, e siamo portati a pensare che Misato sia solo una bomba di scanzonata simpatia e prorompente sensualità, che non ci rendiamo conto di quanto la sua frivolezza, la sua leggerezza, la sua estroversione sia falsa, falsa, falsa (e invito i lettori a cogliere la tragica citazione). Costruita. Artefatta. Misato viene da subito (proprio negli episodi 1 e 2) presentata chiaramente come una persona il cui modulo relazionale è enfaticamente, affettatamente euforico, e questo viene detto a chiare lettere e a più riprese nella serie. Lo dice lei stessa sempre nell'episodio 2, lo ribadisce con maggiore serietà nel 12, e poi con drammaticità parlando con Kaji nel 15. Misato è un personaggio che conosce come unico modo di comunicazione reale la comunicazione fisica. È come se, in un certo senso, non avesse mai smesso di essere afasica. Infatti pare che dapprima l'autore la intendeva essere un personaggio ipersessualizzato, cosa che si è sfumata per poi fare capolino nel tentativo di offrirsi sessualmente a Shinji (episodio 23) e poi baciarlo "da adulta" come estremo congedo, in un mondo in ultimo tanto impacciato e goffo da essere davvero triste, e tristemente dolce (episodio 25' - Air). Dunque Shinji e Misato, i due protagonisti intesi e dichiarati della storia, sono parimenti due persone che si sforzano di vivere o sopravvivere, ma falliscono nell'avere una propria vita. E sono notoriamente entrambi la proiezione di due aspetti della personalità di Anno: quella che cerca di rispondere all'ansa sociale rintanandosi (Shinji) e quella che cerca di rispondere all'ansia sociale recitando esuberanza fasulla (Misato). Anche perché nella stessa dichiarazione d'intenti è evidente il modo in cui il regista ha proiettato i suoi propri turbamenti nel comune senso di incapacità relazionale di quei due precisi personaggi, pur manifestato e precisamente delineato lungo le loro reciprocamente opposte "strategie di sopravvivenza" (tra loro ci sarà in effetti un pinguino). Ma su questo si elaborerà magari in seguito, entrando nello specifico soprattutto dell'evoluzione che la gestione di questa storia, e dei suoi significati, ha incontrato nella mente del suo creatore durante la sua creazione. Per contro, nella "dichiarazione di intenti" del regista nessun altro personaggio viene neppure lontanamente vagheggiato. Non si parla di Gendo, non si parla di Ritsuko, non si parla neppure di Rei, per dire anche solo di quelli che hanno maggior ruolo nei primi sei episodi della serie, che andava ormai a debuttare. Inoltre, non c'è praticamente nulla sui robot, sulla tecnologia, sull'impianto della trama fantascientifica, sull'intreccio. Ci sono solo due personaggi del tutto inetti dal punto di vista relazionale che si muovo nello scenario di una società martoriata, malamente curata, e ancora malata. Proprio in un brano autoriale eloquentemente intitolato "Noi che cosa stiamo cercando di creare?", manca del tutto l'espressione di una qualche volontà di intrattenimento della narrazione stessa. Non c'è neppure un singolo cenno che lasci intendere la volontà del regista di proporre al pubblico una storia avvincente, divertente, emozionante. Piuttosto appare evidente che ogni punto narrativo di questa storia è invece funzionale a una comunicazione reale da parte del suo autore. In summa, si potrebbe dire che Evangelion nasce come una storia di inabilità alla comunicazione interpersonale, scaturita dalla vacuità del consumismo postmoderno del Giappone postbellico e trasfigurata in primis nei due protagonisti, Misato e Shinji, il cui senso di inadeguatezza psico-sociale incarna il sentimento di stasi depressiva del regista – pur rivoltosi verso un tentativo di risoluzione. Le dichiarazioni di Anno Hideaki in cui lui stesso ribadisce di avere messo "tutto sé stesso" in quest'opera animata si sprecano, e le loro reiterate citazioni ancor più, non sarà quindi il caso di riportarle anche qui per un'ennesima, superflua volta. Ritengo piuttosto che quanto sin qui analizzato costituisca davvero il più schietto e solido punto di partenza per ragionare sensatamente e interpretare correttamente tutto quello che è stato ed è tutt'ora ShinSeiki Evanangelion. * * * continua * * *3 punti
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Ti prego in primis di non farti trarre in inganno da una convergenza di adattamento: ネオ東京 non è 第N新東京. Non combacia il nome, ma soprattutto non combacia la sostanza, se NEO-TOKYO (AKIRA) è una tipica città da hard-SF postmoderna, NeoTokyo-2 è una "normale" nuova capitale, mentre NeoTokyo-3 (Evangelion) è un campo di battaglia anti-Apostolo dissimulato. Lo scenario sociale di Evangelion è del tutto affine alla società contemporanea del 1995, l'elemento fantascientifico è in effetti minimo: i konbini, i treni urbani, e scuole, i cinema... tutto è identico. Il "futuro" di Evangelion è un futuro per modo di dire, tant'è che nel 2015immaginario non c'erano neppure dei simil-smartphones, anzi è palesemente un mondo modellato su un presente pre-avanzamento delle telecomunicazioni digitali. Al contrario, AKIRA mette molto più classicamente in scena un futuro deragliato, volendo distopico, volendo un po' a là Blade Runner (ovvero, a là Metropolis?), un cui i bosozoku (gang motociclistiche giovanili) e la violenza per le strade sono il tipico segno del deragliamento sociale. In Evangelion non c'è nulla di tutto ciò. Se parliamo di scenari fantascientifici, AKIRA mi sembra molto convenzionale su un certo filone urban-cyperpunk, con l'aggiunta di una vague messianico-generazionale che forse è presente *anche* in Evangelion, ma di certo non solo in quello e neppure a partire da lì (tra shinjinrui, new-type e Aum Shinrikyou, se ne parlava da ben prima). Sul discorso dei "bambini vecchi" come frutto della post-modernizzazione posso invece concordare, ma anche qui si tratta di un qualcosa che è patrimonio della SciFi almeno da Brave New World, ancora, che già negli anni '30 immaginava una società stabile, bio-ingegnerizzata, dove l'infatilismo era anziin reguisito sociale (ma l'invecchiamento fisico era per contro ritardato) - e si moriva tutti come "bambini di sessant'anni circa". In Evangelion la "non crescita interiore" è molto meno "fantascientifica", è "solo" un blocco sociologico dello sviluppo emotivo. Per capirci: Misato non gioca con le bambole e i peluche, ma pure non riesce ad "andare avanti" lungo le età e le fasi della vita – un po' come Taeko in PoroPoro, volendo. Anche in questo, siamo dinanzi a un'analisi sociologica di quanto era già in atto nei Novanta, direi - più che fantascienza mi pare un onesto circumspice. Il mio personale consiglio è sempre quello a non sovraimporre alla lettura delle forme a degli schemi interpretativi a priori. :-)2 punti
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Leggendo Kiasa mi sono detto "Ma non è quello che fa Hentai?" ... e infatti ...1 punto
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Stando alla bibliografia del libro del mio amico Jacopo Mistè, se ne parla nell'ncontro tra Anno e Nobi Nobita pubblicato sulla rivista "June" del '96.1 punto
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1 punto
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Molto bene. Ho incorporato quell'osservazione nella recensione commentandola, facendo tesoro anche di questo tuo ultimo post. E' davvero fondamentale direi. Grazie mille1 punto
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