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http://animemanga.popcorntv.it/video/?cid=9437 Per chi interessa, siamo in onda! XD
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Pacific Rim - Si realizza il sogno di noi poveri robofan???!!!
topic ha risposto a Zenone in una m0ntella_9 nella sezione Cinema
Posto che non ho nulla da ridire su quanto detto da Shito e Shuji, faccio notare che il "segno" per l'avvenuto neural handshake è il congiungimento del pugno nel palmo della mano. Non è propriamente una stretta di mano, ma contando che è comunque l'azione di un singolo corpo, e che il processo di handshake serve a concludere la sincronizzazione di due piloti che gestiscono uno l'emisfero destro e uno l'emisfero sinistro, direi che la doppia valenza di handshake come termine informatico e come "stretta di mano" fosse voluta anche in originale. Penso quindi che possa esistere un po' più di spazio per discutere del modo di tradurlo. P.S. Lo avrei preferito un po' meno TOP GUN GO GO AMERICA, e ha qualche buco qua e là, però mi è piaciuto un sacco e voglio vedere sempre più robot menare mostri sempre più grossi! -
Hajime vince il premio per il più sistematico uso della copula SSU. Neanche il peggior burino di campagna la ha mai usata così tanto Il fetish per le moleskine vedo che è una cosa tipica, sono sicuro che lo seguiremo tutti contenti per questo XD Poi probabilmente sarà una roba insensata, caotica e dove i dialoghi smetteranno presto di aver alcun significato. Mi sta benissimo! Oltretutto, articoli di cancelleria come armi? Hajime è Senjogahara-approved XD GATCHA!
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Sì, e grazie a queste serie impressionerò ogni giapponese che incontrerò con termini tipo "ovidotto" e "cloaca"!
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Arriverà la FABULOUS versione italiana, comunque seguitelo per solidarietà dato che in qualche modo ci porto il nome del pluschan
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Benvenuti nella giungla di traduzioni, adattamenti, regole ed intenzioni.
topic ha risposto a Zenone in una Shito nella sezione Anime & Manga
Letto adesso. Non sono pratico della vita di Akutagawa e di questi scritti a tema cristiano, ma molto interessante. La visione del culto propriamente giapponese che è parte del paese stesso, ed è capace di accogliere e riadattare ogni stimolo esterno, riprende idee che erano discusse dai folkloristi del tempo, ma lui le ripropone in modo estremamente moderno. Tocchi come il mito di Amaterasu nella caverna visto dagli occhi di un gesuita e Ulisse accolto da un kami al suo sbarco sono deliziosi. Molto bello, grazie di avermelo fatto accidentalmente leggere. Sulla traduzione... mah, qui si spalanca un mondo, tante traduzioni, tante epoche. Una traduzione veramente italiana del genji monogatari l'abbiamo avuta solo l'anno scorso. Ognuna andrebbe analizzata a sé, ho poco da pronunciarmi in generale. Amo molto approcciarmi alla lettura da lettore finale, quindi se leggo un racconto giapponese in italiano cerco di fidarmi XD -
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topic ha risposto a Zenone in una Shito nella sezione Anime & Manga
Allora, non lo ho letto, ma immaginando che tu stia cercando di ricordare il titolo ho provato a fare una ricerca https://scholarsbank.uoregon.edu/xmlui/bitstream/handle/1794/12402/Bassoe_oregon_0171N_10392.pdf?sequence=1 a pagina 81 di questa tesi, che è sui racconti a tema cristiano di Akutagawa, si parla di questo The subtle smile of the gods/kamigami no bishou dove tale padre Organtino ha una conversazione con un kami. Potrebbe essere questo? In caso negativo, credo ci sia comunque una buona possibilità che se ne parli all'interno del testo. http://www.japanese-religions.jp/publications/assets/JR31_1_a_Dykstra.pdf A pagine 39 nel testo qui c'è una traduzione intitolata Smiles of the Gods, se vuoi verificare -
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topic ha risposto a Zenone in una Shito nella sezione Anime & Manga
Però uhm, tradurre un termine in modo diversi in base a chi lo dice, soprattutto per ragionamenti così astratti, è abbastanza ardita come scelta. Non necessariamente sbagliata, ma devi anche pensare che il ragionamento che hai fatto è esterno alla serie. In queste serie non mi sembra si parli di chi abbia creato il termine, e trovo veramente difficile pensare che un giapponese abbia pensato al termine così. Alla fine "mazoku" è un termine che esiste da più di 20 anni, e oramai non c'è proprio questa fase di riflessione, sono abbastanza sicuro che quasi qualunque giapponese sentendola pensi "i demoni di Dragon Quest" e si fermi là. Insomma, si può tradurre in tanti modi, ma questo come livello di analisi del termine mi sembra un po' ardito e, soprattutto, poco proficuo per la traduzione XD -
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topic ha risposto a Zenone in una Shito nella sezione Anime & Manga
Beh, i testi che ho effettivamente letto e che posso suggerire sono: http://www.amazon.com/The-Christian-Century-Japan-1549-1650/dp/1857540352 http://www.amazon.com/Deus-Destroyed-Christianity-Harvard-Monographs/dp/0674199626 Il primo è del 1951 e il secondo del 1973, quindi va anche inquadrata la prospettiva della storiografia del periodo. Boxer tratta le persecuzioni dei cristiani come un atto orrendo che ha scacciato via il cristianesimo - e quindi la civiltà - dal Giappone, che è così ripiombato in un'età oscura. Elison col secondo scrive già in una fase dove si riconosce che il Giappone ha semplicemente tagliato fuori la componente cristiana da un periodo comunque estremamente complesso, e soprattutto che la persecuzione dei cristiani ha avuto ben poco a che fare con la tolleranza religiosa. Nel complesso comunque qualunque testo parli della evangelizzazione in Giappone può essere interessante. Il cristianesimo è arrivato per mano dei missionari europei al fianco dei mercanti, soprattutto si parla di cattolicesimo portato dai paesi iberici. La terminologia ha avuto vari tentativi di adattamento, ma spesso si è appunto optato per usare i termini europei, vedi appunto deus. La storia della terminologia dell'epoca è tutt'uno con la storia dei missionari. -
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topic ha risposto a Zenone in una Shito nella sezione Anime & Manga
-zoku indica l'appartenenza a una tribù, un clan, una "famiglia". Per mazoku - che non è una parola da dizionario, ma il composto inventato per parlare della razza dei demoni in Dragon Quest - io penso che famiglia demoniaca o stirpe demoniaca sia il modo migliore di tradurre, perché secondo me il più vicino a quello che è il significato di -zoku. Essere demoniaci mi sembra porre una maggiore attenzione sulla loro fisiologia, e per quello credo sarebbero state usate espressioni diverse. Comunque, posto che secondo me "Re Demone" è un ottimo modo di tradurre, davvero, mettersi a dire che "maou" sia re demone mentre "ma no ou" re dei demoni è un modo di distinguere assolutamente italiano, e che non avrebbe senso per un giapponese. Maou è il nome di un ruolo, che può essere reso in uno sfacelo di modi indipendentemente dal metterci in mezzo un no. Non sono parole vere, quindi alla fine la scelta di traduzione è una decisione personale originata da una riflessione sulla parola e sul suo uso. Cercare "l'unica via" non serve a molto XD -
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topic ha risposto a Zenone in una Shito nella sezione Anime & Manga
Non ho letto tutto nel dettaglio e non vorrei prendere di petto nessuna particolare questione di traduzione, però vorrei proporre un paio di spunti riguardo quello che si stava dicendo. Uno, i dizionari giapponese/lingue occidentali sono uno strumento fondamentale, ma non prendeteli mai alla lettera per una traduzione, soprattutto quando si tratta di termini come "maou", che hanno diverse implicazioni in diversi contesti. I campi semantici delle parole hanno una coincidenza molto scarsa, e soprattutto per distinguere l'uso dei sinonimi i dizionari bilingue sono completamente inadeguati. In questi casi, se si ha anche solo una minima base di grammatica giapponese, conviene guardare i diversi monolingua disponibili online con rikaichan alla mano. Due, per i termini di serie come maoyuu e hataraku maousama, si è detto che ci si sta riferendo all'ambito dei gdr e del fantasy, ma ancor più nello specifico, si sta parlando di quel tipo di fantasy giapponese che ha la sua espressione più celebre in Dragon Quest. Yuusha e maou sono termini usati in questo senso, sono letteralmente l'eroe e il demone di un dragon quest. Si possono tradurre in molti modi diversi, e non conviene più di tanto pensare all'uso dei termini in altri contesti, perché tanto nessun giapponese sentendolo pensa al buddhismo o altri suoi usi. Poi già che ci sono, qualcuno aveva chiesto un paio di opinioni su dei termini. Yuusha ed eiyuu non sono termini così diversi, o meglio, hanno connotazioni diverse in contesti diversi ma come uso generico sono quasi sinonimi. Le loro definizioni da dizionario sono "Persona dotata di coraggio. Soldato valoroso." nel caso di yuusha e "persona incredibile per ingegno e valore, capace di fare cose impossibili per gli uomini normali" nel caso di eiyuu. Se proprio si vuole una distinzione, yuusha è usato quasi sempre per identificare un guerriero, mentre eiyuu non ha necessariamente una connotazione bellica. Personalmente, io ho sempre amato il "prode guerriero" delle traduzioni dei fumetti di dragon quest in Italia XD Per il dio cristiano, nel periodo di penetrazione del cristianesimo in Giappone - sedicesimo e diciassettesimo secolo - il termine maggiormente utilizzato era Deus, con il dainichi buddhista come primo tentativo poi scartato di adattarlo attraverso la terminologia giapponese. Oggigiorno convenzionalmente si usa molto "kamisama", ma in realtà da dizionario in genere non lo indica mai. Il discorso è più lungo, ma in sostanza quando in un anime uno tra sé e sé si rivolge a "kamisama", non è necessariamente cristiano. Come definizione, il generico kami - che in realtà non ha necessariamente una connotazione shintoista - è ancora il termine per rendere il concetto di "entità superiore" per cui noi diciamo dio. -
Shingeki no Kyojin (a.k.a. Attack on Titan)
topic ha risposto a Zenone in una Shuji nella sezione Anime & Manga
http://www.youtube.com/watch?v=zukOhiUPm0I&feature=player_embedded Funziona pure con i fumetti! -
Ho visto il primo episodio incuriosito dalle vostre descrizioni del soggetto, in quanto drogato di Dragon Quest e di una certa vecchia scuola di fantasy giapponese mi sono inevitabilmente divertito XD Non è questa esplosione di dinamismo ed eventi, ma il soggetto mi piace e il duo mi è risultato sfizioso, la tonnaggine è evidente ma per adesso l'ho trovata abbastanza diluita e sopportabile. L'eroe alla fine è il "prode guerriero" di Dragon Quest fatto e finito, tiara e spada in primis - è decisamente la versione del prode Roto classico mutuata da Dragon Quest 3 -, si va direttamente al Re dei demoni di turno - vorrei ricordare un attimo come in italia "maou" sia stato adattato in modi meravigliosi, da "Satana" a "Re magico" - e poi puff, alleanza, fidanzamento, salviamo i regni e l'economia! Sono sicurissimo che il tutto sarà gestito molto all'acqua di rose, ma mi tocca quantomeno provare a continuarlo XD Piccolo aneddoto: non credo di essere stato il solo qui a sentir parlare di "demone dagli occhi di rubino", in Slayers in realtà si parla di "akame no maou" con "ruby eyes" come lettura, mentre dice "kougyoku no hitomi" che sarebbe "occhi di rubino" in modo più letterale. Tuttavia ho notato con piacere che molti giapponesi nei commenti hanno fatto il collegamento con Slayers, e anche nel mio cuore resterà una citazione, anche se in tutto il resto la tipa rimane una grossa parodia dei "maou" di Dragon Quest, corna rimuovibili in primis XD
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Mea culpa, in quella parte del discorso mi riferivo a Utena XD Saltavo un po' indiscriminatamente tra i due, in quel paragrafo, prime due righe a parte, mi riferivo alla serie precedente, il "di nuovo" era ingannatore. Se hai visto qualche episodio, sai del principe che lascia il suo anello a Utena: ecco, mi riferivo a quello come "predestinazione", se poi guarderai per bene la serie magari ci dici che ne pensi. Comunque, sul ritmo della serie, concordo che nell'economia complessiva della serie il ciclo di Ringo stalker concentrato nei primi otto episodi sia abbastanza innecessario e pure un po' ingannatore. Di certo introducono dei personaggi, di certo hanno un loro valore specifico - Ringo sfocia nel puro escapismo, la sua negazione della realtà spesso più che farmi ridere mi faceva paura - ma danno un'idea sbagliata della serie e diventano presto ripetitivi. Però, dal nono episodio, con l'arrivo di Sanetoshi, il ritmo sale, e il crescendo narrativo credo funzioni bene. Soprattutto l'ultimo terzo di serie lo ho trovato veramente al cardiopalma, e in un prodotto che comunque ha una sua narrativa "da serial" non ci sta male. Al di là del piacere intellettuale, la serie non mi è dispiaciuta affatto sul fronte del "plot"
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Non credo tu stia sbagliando con l'idea del "penguindrum" che gira, alla fine la storia si chiude come un passaggio di testimone che è un passaggio di affetto, di vita. Il riconoscimento sociale è anche secondo me l'elemento determinante per intendere il child broiler e la questione dei bambini indesiderati, dato che di certo il broiler non è qualcosa che possa venir preso letteralmente. In generale la serie parla per metafore, calate sì nel contesto urbano, il che le rende precise, puntuali, e terribili, soprattutto per chi Tokyo la ha vissuta, ma restano cose che non sempre è possibile concretizzare, e dopotutto non è necessario per coglierne il senso. Mi sembra tu sia d'accordo su questo. Certo, la serie verso la fine sul metaforico vira di brutto, il che rende le sensazioni alla "fine della corsa" molto stranianti. Però è emozionante, e le parole "emozionante e straniante" direi che rendono bene Ikuhara come autore. Tu giustamente parli molto di destino, e vorrei riprendere questa tua frase Per dire che secondo me il destino di cui si parla è spesso una questione di "ruolo", che trovo sia forse il tema più rappresentativo dell'autore. Persone messe dal destino in un proprio ruolo e costrette a seguirlo senza scampo, vedi i bambini che si lasciano consumare dal broiler nella rassegnazione. Tu hai nominato spesso Utena, e posto che per non averlo visto davvero trovo tu abbia afferrato molte cose giuste, quello che forse ti manca è che in quella serie - che segna Penguindrum, e non c'è ragione di far finta che non sia così - la prospettiva femminile non sia necessariamente così determinante, o meglio, è un punto tra tanti. Non solo perché il "terzo protagonista" è decisamente un maschio, ma perché quella è in generale una storia di personaggi che, per "rivoluzionare il mondo", cioé realizzare i propri sogni d'infanzia, si trovano a interpretare una serie di ruoli che a volte sono sociali - maschio o femmina, ragazzo o adulto - a volte sono narrativi - principe e principessa e via dicenda, possiamo essere ragionevolmente sicuri che Ikuhara oltre a Hesse abbia letto Propp XD. Di nuovo è una storia di predestinati, di poche persone che hanno la possibilità di combattere contro il proprio destino, di continuare a essere "ragazzi" e poter così inseguire i propri sogni. è una storia crudele, con un intero ciclo narrativo dedicato a personaggi secondari che "rubano" il ruolo ai protagonisti, ottenendo così il diritto, effimero perché non davvero loro, a combattere per i propri sogni. è crudele perché la protagonista è "prima tra i predestinati", non può perdere perché il suo primo ruolo è quella di protagonista della storia, prescelta da chi è inesorabile "sopra" a questo "vortice" di sofferenza. Mi vien da parlare di "struggling for survival", il che è molto pinguinesco, no? Strategia di sopravvivenza! Dove Utena parlava puramente per metafore, rese però concrete da personaggi belli e veri, Penguindrum si lega di più al sociale, toccando la metropoli, toccando un incidente che ha risonanza nella mente del suo pubblico. I temi secondo me sono gli stessi - e va benissimo, ci sta che un creativo di una cosa ci voglia parlare - ma mentre Utena ci parlava per archetipi narrativi, qui ci parlano di famiglie spezzate, di persone invisibili tra i propri simili. Il cerchio non può essere spezzato, perché a una vita alla fine corrisponde sempre un'altra vita. Non era stato veramente spezzato in Utena, e l'autore è coerente a se stesso. Però con il sacrificio, la propria scomparsa assume valore attraverso quello che si lascia a chi resta. Il sacrificio per amore è l'unica cosa che rompe veramente il ciclo. Sebbene legati agli eventi narrativi, Sanetoshi e Momoka sono i personaggi più archetipali, chi rinnega tutti e chi accetta tutti. Il loro è un conflitto universale, che trascende i loro legami e i loro volti. Ma credo che la storia, finendo, abbia voluto mostrare una piccola, grande vittoria di Momoka. Dove alla fine la matematica non è stata cambiata, e due mezze mele restano due mezze mele, ma chi resta non ha dimenticato del tutto.
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Avevo capito non la vedessi negativamente come cosa, anzi, venivo a darti ragione! XD Mi ero solo lasciato prendere dallo sproloquio e son finito a lanciare la domanda ai posteri.
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Beh, il folle successo al botteghino mi sembra già da solo convalidare molto di quello che dici. Evangelion in Giappone ha un richiamo che si è dimostrato al livello di One Piece, Miyazaki, diamine, al weekend del lancio ha fatto più di Harry Potter! E tutto questo ha un tempo non breve dalla serie, quando serie animata e questi nuovi film son gli unici prodotti del brand realmente capaci di raggiungere una larga fetta di pubblico. Al di là delle persone che da quasi 20 anni continua comprare gadget, modellini e via dicendo, questo successo è quello dato da persone per cui il nome Evangelion ha uno spazio, piccolo o grande che sia, nell'immaginario. Insomma, credo di averne parlato in un'altra discussione, ho incontrato in giappone persone senza nulla di "otaku" che al sentir parlare di Evangelion ricordano quando andava in televisione e loro lo iniziavano a vedere quasi per caso, e magari loro ti sanno ancora citare qualche battuta a memoria. La parola "girella" da noi ha una sua connotazione, in Giappone semplicemente ci sono da sempre serie e personaggi che sono riuscite a penetrare nell'immaginario collettivo e lasciarci il loro segno. Ashita no joe, Versailles no bara, Garasu no kamen sono tra queste, e lo è anche Evangelion. Al di là degli otaku contamporanei, c'è sicuramente un'enorme quantità di persone che ha reagito ai ricordi della serie, e ha piacere di vederne i personaggi e le situazioni riproposte. Insomma, immagino che anche qui vari da persona a persona, ma se io guardo questi film di Evangelion non è per vedere come si ricolleghi il tutto alla serie, o per rivedere quello che ho già visto. Li guardo perché Asuka è Asuka e Rei è Rei e Shinji è Shinji. Mi fa piacere rivederli, mi fa ancora più piacere che le carte in tavola siano diverse, perché Evangelion come serie è là, nel suo tempo, e non può essere toccata o cambiata. Ma la traccia che ha lasciato sono i personaggi, le immagini, che possono venire riproposte, e non importa che questo sia Evangeliwon, perché Evangelion con un qualsiasi altro nome resta Evangelion. E diamine, che male c'è?
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Miyazaki verrà premiato dall'Imperatore...
topic ha risposto a Zenone in una Shito nella sezione Anime & Manga
Parlando di branche accademiche, la distinzione tra "yamatologo" e "nipponista" è, per la maggior parte, una questione puramente accademica nata in seno al contrasto tra l'Orientale di Napoli, che ha sempre teso a usare più il primo termine, e la Ca' Foscari di Venezia, che in certi contesti ha usato maggiormente il secondo termine. Dubito che qualcuno a cui interessi un dibattito così da prima metà del novecento sia ancora in vita. Oggigiorno, nell'ambiente, i due termini sono perfettamente equivalenti. A livello di lingua italiana in realtà la questione non esiste perché, pur non potendo escludere che un dizionario particolarmente aggiornato possa aver aggiunto il termine "nipponista" come sinonimo, il termine corretto è "yamatologia", derivato dall'originale "iamatologia", terminologia figlia di periodi in cui ci si avvicinava al paese e si introducevano altre terminologie - per dire, sul Dizionario italiano ragionato potete trovare "Tenno", senza l'allungamento sulla o, per definire l'imperatore giapponese. Immagino si possa voler condurre una battaglia personale su una presunta arretratezza culturale del termine, ma la verità è che in caso "nipponistica" è una pessima alternativa, dato che parlare di "nippon" - invece di "nihon" - è in verità una scelta linguistica che oggi reca in sé molto più nazionalismo spicciolo e arretratezza culturale di un rimando al clan di Yamato. Gli inglesi sono a posto perché possono dire "Japanology", se proprio qualcuno li invidia trovi un modo di far suonare bene "Giapponologia" in italiano, ma intanto la lingua italiana è quella. -
Sto spostando dopo tipo 15 anni un mobile per sostituirlo con un altro, in questo momento sento che potrei empatizzare molto con lei
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Non sono un esperto di definizioni dei generi letterari, ma se iniziamo a parlare di letteratura fantastica in senso ampio, citando Gallo, la mia impressione è che si voglia andare a parlare di cose molto più di varie di quanto un italiano intenda quando parla di letteratura fantasy. Per dire, concordo che il realismo magico possa essere considerato come letteratura fantastica, e in questo senso non ho problemi a dire che quella di Borges è "letteratura di genere fantastico", ma dubito che qualcuno lo definirebbe mai un fantasy. Prendendo i titoli citati da Shuji, 'Che fine ha fatto Mr. Y' e 'Jonathan Strange & Mr.Norrell', che ho letto, non mi verrebbe da definire nessuno dei due fantasy, entrambi si muovono nel reale, tra presente e storia, introducendo un elemento sovrannaturale, più o meno marcato. Il che è come alla fine definirei "realismo magico", che mi sembra un genere racchiudente opere di animo molto diverso, sicuramente una diversità maggiore di quella che immagino quando parlo di fantasy. Tanto per fare un altro esempio, a sentir parlare di Bradbury sicuramente chiunque pensa alla fantascienza, ma Eymerich ha parlato di come si possa discutere se la distopia di 'Fahrenheit 451' sia fantascienza o no, e io tirerei in mezzo 'L'Estate Incantata'/'Dandelion Wine', un libro che definirei realismo magico, fantastico, ma non fantasy. Ovviamente, non faccio critica letteraria, e il mio uso del termine è potenzialmente arbitrario, ma quando penso al fantasy tendo a pensare o a quegli elementi dello high fantasy che tricondurreia Tolkien, o a serie con ambientazioni medievaleggianti e gestioni più o meno tendenti all'intrigo politico come quelle di Jordan o Martin. Fondamentale poi è il gusto per il worldbuilding, la creazione di luoghi e strutture politiche con un approccio quasi da manualistica - dopotutto, è il genere che va più a braccetto con il gioco di ruolo. Oggi è sicuramente più complicato, tra gente che parla di weird, urban fantasy e compagnia cantante. Li uso molto a sentimento, dopotutto mi sembra chiaro che urban fantasy non sia una definizione basata solo sulla presenza di elementi fantastici in un contesto contemporaneo/urbano, altrimenti il sopracitato 'Che Fine ha Fatto Mr.Y' rientrerebbe nel genere, e a pelle direi di no, mentre trovo si addica molto alla serie dei 'Dresden Files' di Jim Butcher - serie che, approposito, ho letto nell'ultimo anno e molto gradito, credo potrebbe piacere parecchio in questo forum. Tanto per fare qualcosa di completamente diverso e in linea con il topic, ho letto con quindici anni di ritardo 'Pastorale Americana' di Roth e mi è piaciuto un sacco. La letteratura americana tendo ad amarla in generale, e avevo voglia di qualcosa di ampio respiro. Ho trovato forse la più bella allegoria politica e sociale della distruzione del sogno americano. Nessuno è salvo, e tutto viene ridotto al grottesco. Alla fine ride solo la brutta figura di una intellettuale che non è capace di credere in nulla, e tutto il resto è in rovina. Bello, bello, bello e un po' terribile. Un po' sul tema, anche se si tratta di un'opera che a pelle direi avere un respiro ben diverso, ora sto leggendo 'Underworld' di DeLillo, pure qui un libro per cui non serve troppo venga a fare i complimenti io, immagino. Per adesso ho letto solo il prologo, ambientato durante la finale tra Giants e Dodgers del 3 ottobre 1951. Questo prologo è stato pubblicato anche autonomamente e si vede, lo ho letto di un fiato e mi sono ritrovato quasi già soddisfatto alla fine. Vedrò come prosegue.
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Di sottotitoli e di doppiaggi
topic ha risposto a Zenone in una Alex Halman nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Ok, ma Simon Belmont, a cui voglio un sacco di bene, è un personaggio inquadrato come occidentale di un setting occidentale. Simon - non credete che parlando normalmente io dica shimon, eh, mi sembra un punto interessante, non una battaglia - come ha riportato sopra Garion fa parte di un trio di nomi basati su un gioco di parole giapponese. Hanno fatto le versioni in caratteri latini ufficiali di tre nomi giapponesi, due sono venuti bene e uno male. Sappiamo che bisogna fare in un modo e così sia, ma solo io vedo un problema per l'utente finale dell'adattamento? XD -
Di sottotitoli e di doppiaggi
topic ha risposto a Zenone in una Alex Halman nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Spero si sia capito che non ho dubbi che vada fatto così, sto prendendo l'altra parte tanto per vedere che può saltare fuori affrontando la questione dall'altro lato. A questo punto chiedo: ho visto un po' della trasmissione televisiva, in italiano pronunciano "Simon", giusto? Qui lo chiedo come curiosità al professionista, pronunciare così è obbligato? Perché proprio seguendo il ragionamento che non è che debbano corrispondere, che male ci sarebbe a dire Shimon e scrivere Simon sui materiali dell'edizione? Tantopiù che l'etimo è noto, sarebbe tanto balzana come idea? -
Di sottotitoli e di doppiaggi
topic ha risposto a Zenone in una Alex Halman nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Sì, però Shito, se di nomi inventati parliamo, alla fine qual'è la cosa che personalmente uno vuole ricevere? Ti ho dato ragione su tutta la linea, metodologicamente parlando, e non discuto di cosa si debba assumere come dato. Però io sono un utente, e la verità è che come utente a me interessa ricevere il prodotto nel modo più possibile vicino alla fruizione originale. Mi dirai che è lo stesso che dici tu, ma son due approcci diversi - e non intendo criticare il tuo. Pace che uno possa fare errori, il caso stadio jiburi/Studio Ghibli è lampante, e sarà il suo diritto di creatore. Ma un giapponese non ha problemi a imparare ad associare quella pronuncia a quel modo di scriverlo, l'italiano impara male. Lo so che l'italiano non si pronuncia come si scrive, ma le lingue reali hanno ragioni storiche ed etimologiche dietro l'essere arrivati a certe distinzioni, quando ci si trova davanti a un nome creato dall'autore io sono interessato a come l'autore lo ha immaginato nella sua testa. Ovviamente a volte chiedo l'oro e non puoi neanche sapere se il nome è stato pensato prima in forma scritta o parlata. Però se una forma scritta "ufficiale" conduce a una fonetica sbagliata, allora si può individuare un problema per chi riceve. L'adattamento è prima un servizio verso l'opera originale e poi un servizio verso l'utente, magari? Non so se la vedi così, in caso è accettabile e persino nobile, però io vedo anche quello che viene a mancare a me. Probabilmente non studiassi la lingua e non mi fossi trovato a dover parlare nella lingua in questione di queste cose sarei ben poco interessato al punto, e alla fine per quello che dica può anche bastare, come alla fine faccio, andare a vedere/rivedere il materiale in originale. Però se un errore, assoluto diritto creativo di un autore, porta a perdere certi elementi per uno straniero, in questo caso la fonetica , mi sembra se ne possa quantomeno parlare. Poi sul lavoro si fa quel che si deve, ovviamente. Rilancio: non esiste la corrispondenza biunivoca tra scrittura e lettura, ok, certo. Ma proprio per questo, allora perché è la parte scritta che deve rimanere intoccata, nel caso di un nome di fantasia? Esci un attimo dalle vesti lavorative: nel caso in cui fosse opportuno ritenere che sia la pronuncia del nome l'elemento più voluto dall'autore, perché la parte scritta non potrebbe adattarsi al far ricevere nelle diverse lingue quella pronuncia? Lo so che non si può fare così, e lo so che se uno vuole fare tanto il pignolo alla fine va di ricerca personale, ma tanto per discutere. -
Di sottotitoli e di doppiaggi
topic ha risposto a Zenone in una Alex Halman nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Beh, in questo tipo di caso, immagino che il nirvana sarebbe conoscere l'opinione dell'autore XD Soprattutto con un prodotto solo scritto sarebbe l'unica opportunità, in mancanza della quale o hai una versione occidentale ufficiale, e dubbi o non dubbi non resta che usare quella, o sei lasciato a te stesso e vedi che puoi fare, credo. Se c'è un doppiaggio però è un po' diverso, soprattutto con nomi di fantasia e in cui quindi si può ipotizzare che non sia pronunciato male. Ma anche là si può trovare una fregatura a ogni passo, immagino. -
Di sottotitoli e di doppiaggi
topic ha risposto a Zenone in una Alex Halman nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Volevo scrivere due cose riguardo alle questioni di adattamento dell'odiato katakana, ma mi permetto una nota riguardo il Conte di Montecristo. Per quanto il suo status di "mezzo classico" nella critica italiana sia indubbio, e non possiamo certo vantare la lunga serie di revisioni dell'opera che c'è invece in Francia, la situazione è meno tragica di quanto stia venendo scritto qui. Nel 2010 il Conte è stato pubblicato da Donzelli Editore con una nuova traduzione condotta sull'edizione francese stabilita da Claude Schopp, la più aggiornata. Per quanto in ritardo, siamo comunque riusciti a riportarci al passo, e in ogni caso, anche prima, assicuro che le versioni che trovavi in giro non erano le stesse traduzioni del 1847! Ora, riguardo le questioni di traslitterazione, sono più che concorde con i princìpi e casi elencati da Shito. Tuttavia mi verrebbe da citare un paio di casi, alcuni più noti, altri meno, che possono far riflettere su come anche nei primi due tipi di situazione possa non essere così facile, quantomeno per la "buona coscienza" di chi deve fare il lavoro. Qui ci sono tanti giocatori di Super Robot Wars, ne prendo un caso ben noto: due "mothership", una bianca, una nera, si chiamano, in chiaro katakana, usato per parole comunque giapponesi, Shirogane e Kurogane, con un doppiaggio che non lascia certo dubbi su come vadano chiamate. Nello artbook prodotto dopo l'uscita del gioco ci si ritrova però Shilowgane e Kulowgane. Ora, diciamo che con uno sforzo di fantasia, se nel gioco fosse effettivamente scritto così, uno potrebbe arguire "nel mondo di fantasia di questo gioco queste parole si scrivono così e si pronunciano cosà. Però sono scritte in un certo modo e pronunciato nel corrispondente, e oltretutto è giapponese, la loro lingua. Si può veramente prendere per buona quella traslitterazione, per quanto ufficiale? Quando i giochi per GBA sono stati portati in occidente hanno evitato, ed essendo giochi non doppiati in fondo potevano pure cavarsela senza creare incoerenze. Direi che hanno fatto bene. Si sono invece comportati diversamente riguardo i nomi dei personaggi, e direi che il caso principe è "Zengar". PArliamo di un personaggio il cui nome in katakana è Zengaa, e pronunciato in modo corrispondente nel doppiaggio. Ci troviamo di fronte a un nome di fantasia, e proprio sui nomi di fantasia vorrei dilungarmi un poco. Ora, quando tu giochi in giapponese uno dei titoli in cui lui appare e con un doppiaggio, tu leggi Zengaa e senti Zengaa. Tuttavia, nella sola schermata iniziale, quando selezioni il personaggio tra i quattro protagonisti disponibili, leggi sullo sfondo il nome Sanger. Ora, mi prendo l'arroganza di presumere che quando un giapponese inventa dal nulla un nome, in molti casi, non parta da una forma scritta in una lingua occidentale. Stiamo parlando di personaggi stereotipati di un personaggio stereotipato, e quando una giapponese pensa a lui che fa le sboronate pensa o eventualmente dice Zengaa. L'assolutamente amatoriale Zengar, usato da chiunque in occidente volesse parlare del gioco prima della versione in lingua occidentale, dove è stato usato Sanger, non avrà alcuna autorevolezza, ma è probabilmente il miglior compromesso affinché un anglofono riesca a pronunciare il nome nel modo "corretto". Ora, i giochi portati in occidente erano senza doppiaggio, quindi non si può rimproverare nulla per quanto riguarda la coerenza. Ma in caso contrario? Per dire, io accuso abbastanza, soprattutto con i nomi inventati, una netta discrepanza tra quello che leggo e quello che sento. Non è il caso più terribile, anche perché magari là una spiegazione la puoi trovare, ma a me con Gurren Lagann subbato pesava abbastanza leggere Simon e sentire Shimon. L'autore ha prima pensato al nome scritto in lettere occidentali e poi lo ha pronunciato "male"? O ha pensato a un nome con una fonetica molto giapponese e poi lo ha fatto corrispondere a un nome occidentale? Molti nomi, soprattutto quelli degli avversari, in Gurren Lagann partono da termini occidentali, quindi magari qui non c'è da fare tanto il pelo dell'uovo. Però dopotutto mi sembra che qui si parli di "nitpicking" in generale, quindi magari è uno spunto. Ancora, di recente ho comprato l'edizione giapponese del mai troppo lodato Alundra per psx, e con un istante di sorpresa lo ho trovato come Arandora. Vedo che sulla copertina ha comunque il logo "Alundra" arrivato anche in occidente e il mio cervello elabora quello che tutto sommato era abbastanza ovvio. Il nome Alundra è pensato rispetto alle lingue anglofone, quindi si pronuncia Alandra, quindi Arandora. Non è affatto strano trovarli insieme sulla copertina giapponese, e quando lo porti in America in realtà sarà pronunciato nel modo giusto! Double win! Ma se poi arriva in Italia? Bisogna privilegiare un nome internazionale o devi cercare di aiutare il tuo pubblico a pronunciarlo nel modo "giusto"? Cosa vorrebbe l'autore? Ovviamente se si continua per questa strada un protagonista non lavora più, ma esistono dei casi limite che possono essere d'interesse in questa sede. Quando vedi una traslitterazione "sbagliata" di una parola che puoi legittimamente definire giapponese, direi che due conti su un intervento si possono fare senza urlare al censore e alla snaturazione. Allo stesso modo, con i nomi di fantasia, io tendo a essere molto felice quando quello che leggo mi permette di pronunciare le cose nel modo inteso. Nessun altro si sente così? Discuss?
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