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Storytelling e comunicazione, al cinema come nei media.


Shito

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Sono incappato in questo post molto interessante di Shuji, a cui volevo rispondere, ovvero dal quale volevo anche apportare delle rfilessioni, da molto tempo.

 

Vediamo cosa riesco a scrivere.

 

 

Provando a non cadere nel baratro della vecchia discussione ( :ph34r: ), io faccio una domanda provocatoria; ma al giorno d'oggi ha ancora un senso l'esistenza di una storia?

 

Voglio dire, siamo costantemente bersagliati non da notizie, non da storie, ma da personaggi.

 

A volte mi sembra quasi che il mondo sia diventato una specie di circo viaggiante ove ogni tanto spunta fuori un nuovo fenomeno da baraccone, e noi ad applaudire.

 

Ergo, ritengo che le vicende 'plot driven' siano sempre piu' latitanti, e che da anni furoreggi il 'character driven'.

 

Credo che quello che qui rilevi sia un fatto.

 

Ovviamente si stava parlando di immagine, di narrativa in immagini.

 

Ma il fenomeno è ben noto anche nella letteratura, ed è esattamente lo stesso.

 

Ab inizio, l'arte imitativa è un modo per mettere 'in scena' (in senso lato, anche un libro) un falso che possa veicolare un contenuto educativo.

 

Ovvero, piuttosto che scrivere un saggio, si scrive una stora da cui 'emana' lo stesso significato ultimo del saggio.

 

E' una cosa che ho sempre ritenuto nobile.

 

In barba a Federico, ho sempre ritenuto e ancora ritengo che i tragici greci siano nati così (e Plato deprecava pure quelli, o forse quello che avevano finito a diventare nell'uso?).

 

Ovviamente, non è facile.

 

Ci vuole una fabula, dei personaggi, e l'intreccio fra loro. Tutto deve essere credibile per riuscire a entrare nel pubblico. Deve funzionare. Altrimenti non serve.

 

Altrimenti il messaggio, il 'contenuto vero', non viene fuori dal suo mezzo. Che è tutto il resto.

 

Se partiamo da quest'ottica, tutto si spiega con la volgarizzazione (in senso proprio: volgo = popolo) dell'arte imitativa della realtà, o imitativa.

 

Nel momento in cui entra una logica 'democratica', ovvero 'di mercato' nella mente creativa dell'arte, colui che è al vertice di una piramide -l'autore- invece di pensare autolegittimandosi di dare un'educazione alla base della piramente -il pubblico, il popolo- semplicemente si adegua a quello che il pubblico chiede.

 

Ma il pubblico, il popolo, il volgo era ciò che l'arte di uno intendeva educare, non ciò che si intendeva determinare l'arte.

 

Indi, a rapporto invertito, si va a slavina.

 

Il pubblico non vuole capire nulla. Non vuole nulla da capire. Non vuole imparare, non vuole migliorare sé stesso, non vuole neppure riflettere.

 

Nessuno vuole prendere le medicine, e già per Lucrezio la poesia era inganno per passare i contenuti a un pubblico volgare.

 

Quindi l'arte imitativa, la narrativa, si depreca.

 

Prima si perde l'idea che il fine sia un contenuto educativo, ovvero la trama per sé stessa.

 

E' il periodo in cui ci sono trame avvincenti e ben congegnate in opere senza un messaggio, una comunicazione etica intrinseca.

 

Poi ci si rende conto che il pubblico, come donnette, vuole solo impicciarsi della 'vita' dei personaggi.

 

E allora la narrativa gira tutto intorno ai personaggi, ai loro fatti.

 

Nella letteratura questo punto si raggiunse in primis nell'Inghilterra post prima rivoluzione industriale.

 

Perché? Perché c'erano soldi abbastanza da far leggere i libri alle massaie annoiate. C'era la stampa industriale.

 

E' sempre così: più si allarga la base determinante, più tutto va in vacca.

 

Avete visto costa succede con l'animazione, quando l'otakuzoku diviene mainstream? Che si può fare un anime SOLO per far vedere quattro cretine che fanno il nulla.

 

Occhio, GunBuster era uno 'bishoujo to robotto anime', sì, ma quello era il MEZZO, non il fine. Parlava di altro. Eccome.

 

In TV, beh, siamo arrivati prima alle soap opera (trama schiava dei personaggi), e poi al 'reality show', ovvero un ossimoro che mettere in scena delle maschere vive (scusami, Luigi!) che fanno da personaggi di cui impiaccarsi.

 

Ora, si noti che ci sono anche delle minoritarie inversioni di tendenza.

 

Per esempio, nell'Inghilterra che citavo c'era chi facendo dei libri tutti sui personaggi cercava di tornare alle origini, ovvero metterci un significato diffuso.

 

Tipo, Charles Dickens. L'ho sempre stimato a dispetto delle critiche ipocrite dei suoi contemporanei.

 

Il vero problema è la spaccatura che si viene a creare tra la 'cultura', che diviene autoreferenziale, autocompiaciuta e sterile, e il 'popolo', che si involgarisce nel senso peggiore del termine.

 

Quindi ho si ha un autore 'impegnato', oppure lammerda. E sono due cose distinte.

 

Questo non fa bene a nessuno.

 

 

Quindi, perche' ogni tanto ce la si prende con qualche storia, arrivando poi quasi a ergere altari per un Inception, che regge tutta la propria vicenda su di una trottola che non si sa che cade?

 

Come ho scritto, credo che quel film sia molto sopravvalutato.

 

L'effettistica mi ha infastidito. Anche la spettacolarità gratuita.

 

Però però, mi dico, alla fine così l'ha visto più gente. Un significato c'era. Non epocale, certo, ma c'era.

 

Alla fine il trottolino amoroso non era così da deprecare. Lo sto rivalutando.

 

 

Quello che molti sottovalutano, alla fine di un po' tutte le arti che hanno qualche componente visiva, e' che le immagini, le riprese, il vissuto del girato, rappresentano la storia.

 

Del resto, infine, com del resto in molta letteratura di genere, cio' che cataloghiamo come atmosfera-ambientazione, e' alla fine il vero protagonista della vicenda. Ed e' uno dei canoni fondamentali del "genere", in uanto se pure una vicenda e' narrata da un personaggio, noi sappiamo che cio' che resta, il punto fermo e che non potra' portarsi dietro con la propria 'fine' tutto l'impianto narrativo della storia, e' appunto l'ambientazione.

 

Va tutto bene, ma parliamo dello strumento.

 

Ovviamente io parto dal presupposto che tutta, e dico tutta, la letteratura la narrativa l'arte di evasione sia merda, merda diseducativa che non andrebbe fatta e non ha dignità di esistenza.

 

Ovvero, o c'è il fine (la comunicazione di un messaggio reale), o il mezzo non deve esistere.

 

Perché la non educazione è cattiva educazione, educa infatti al peggio: alla presunzione di non-necessità di un fine negli atti umani.

 

 

Ad esempio, nel signore degli anelli, era la terra di mezzo ad essere in pericolo, i personaggi potevano andare e venire, pur con rammarico, in quanto un punto fermo e immutabile restava.

 

 

So che il Signore degli Anelli è divenuto un mostro sacro (in tutti i sensi di entrambi i termini), ma alla fine credo che la sua onestà sia quella di una buona favola: una storia di fantasia che in mezzo a una narrazione ben fatta (con ambientazione, con trama, con personaggi - il tutto ben congegnato), parla di quello che voleva parlare. E ci riesce.

 

Alla fine, infatti, credo che le favole -in tutte le loro forme- siano rimaste in età moderna le storie migliori. PERCHE' MANTENGONO UN FINE EDUCATIVO.

 

Ovvero, quasi tutti i film della Pixar hanno un senso. Dico quasi. In questo senso, The Incredibles e Wall-E sono straordinari. Valeva la pena di realizzarli, perché vale la pena di vederli. E anche altri.

 

Anche alcuni film dello Studio Ghibli sono così. Quelli di Takahata sicuramente.

 

Ovviamente, sono film per bambini. Vederli da adulti è un mezzo furto, un uso improprio.

 

Ma il punto è che la narrativa per adulti, ormai, è da buttare.

 

Non ci sono più adulti che parlino agli adulti. Nessuno si prende questa responsabilità.

 

Gli adulti o parlano a loro stessi, oppure non parlano a nessuno.

 

Esattamente il contrarion di quello che io, ad esempio, sto cercando di fare qui.

 

Ovvero, vi chiedo: ma voi davvero sopportare l'idea di andare a vedere una cosa come Iron Man 2? O di vedere anime idioti come K-On! o Working!! o tanti altri?

 

Io non ce la faccio più da tanti anni.

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Grazie a te per il bel post da cui ho preso le mosse e scusa per l'OT.

Se poi con la tua risposta vorrai spostare tutto dove tu lo ritenessi più opportuno, concorderei. Visto che lo spunto veniva da qui, ho inteso rispondere qui, ma non intendevo ammorbare il thread. :)

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(prima parte)

Io penso che l'epoca della massima estensione delle possibilita' e dei mezzi di comunicazione, abbia evidenziato una cosa importante; che se ci sono molti modi di comunicare, non ci sono cose da dire.

 

Prima il microverso individuale si spegneva spesso e volentieri con il progredire dell'eta', della pochezza relativa dello scambio di opinioni con il prossimo, si accumulava invidia nei confronti di quelli che invece ce l'avevano fatta, per poi questa divenire rancore che piu' o meno si portava poi nella tomba.

 

Oggi le possibilita' di esprimersi esistono, la comunicazione specie via internet e cellulari e' ampissima... e alla fine scopriamo che in realta' non c'era niente da dire.

 

Per la maggior parte dei casi quei canali poi sono occupati da vari tipi di promozione pubblicitaria.

 

In quest'ottica cio' che come mi pare dicessi anche tu, cio' che conta e' piazzare personaggi, che a loro volta vendono e si vendono per le figures e non solo.

 

Poi ci raccontiamo un po' tutti la storia auto assolutoria che cio' che conta non sono tanto le storie, quanto il come vengono raccontate.

Non che in fondo quest'affermazione non sia vera, anzi, ma il fatto in qualche modo taciuto dall'affermazione precedente, e' che di per se le storie stanno "morendo";

 

A questo si aggiunge la convinzione che 'il nuovo' sia l'originalita' a tutti i costi.

 

Il risultato e' un maelstrom in cui c'e' una quantita' di storie che si basano su personaggi, e picchi ed eccessi di originalita' che sconfinano e superano il confine del grottesco.

 

E parafrasando full metal jacket; 'la prima vittima' e' il "dire qualcosa" da parte di personaggi ed autori.

 

Ma, considerando quanto detto all'inizio, ci sono veramente delle 'vittime' in tal senso?

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Trovo questo tuo post molto onesto.

 

Attenderò la seconda parte, ma mi è venuta in mente una cosa al volo, ovvero che ho sempre creduto che in tutte le attività umane la difficoltà di applicazione sia ciò che al tempo stesso stimola e purifica l'ingegno.

 

Ovvero, da un lato "di necessità virtù": il virtuosismo artistico nasce quasi sempre come 'workaround' per una latenza tecnica.

 

Dall'altro, "only the brave": la difficoltà intrinseca purfica l'intenzione meschina.

 

Voglio dire che se penso all'impressionismo, per me è tutta merda di gente che incominciava ad avere i colori bell'e pronti, e imbrattava tele per noia o quasi.

 

Quando Michelangelo faceva la Sistina, si faceva i colori. Come tutti i pittori del tempo, eh! Voglio dire: doveva averne proprio tanta di voglia. C'era un impeto inderogabile a fare quelle pitture, evidentemente.

 

Poi vedi i suoi disegni di quattordicenne e capisci tutto.

 

Allo stesso modo, mi hai fatto pensare, che deve valere per la comunicazione.

 

Ora che il mezzo comunicativo è palesemente sovradimensionato, non se ne può che abusae per il nulla contenutistico.

 

E su questo, direi che torniamo al cinema, anche.

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Voglio dire che se penso all'impressionismo, per me è tutta merda di gente che incominciava ad avere i colori bell'e pronti, e imbrattava tele per noia o quasi.

 

Se è per questo era da almeno cinquant'anni che i colori si trovavano "bell'e pronti" e che per ciò fiorivano i "pittori della domenica" (probabile comunque che l'Impressionismo siano nato anche come naturale evoluzione di questi ultimi..).

In ogni caso i maggiori stimoli all'evoluzione dell'Impressionismo provennero (guarda un pò..) dalla diffusione in Europa, nella seconda metà dell'Ottocento, dell'arte giapponese (in particolare Hokusai e gli Ukiyo-e..).

 

Quando Michelangelo faceva la Sistina, si faceva i colori. Come tutti i pittori del tempo, eh! Voglio dire: doveva averne proprio tanta di voglia. C'era un impeto inderogabile a fare quelle pitture, evidentemente.

 

Poi vedi i suoi disegni di quattordicenne e capisci tutto.

 

E cioè?

Che amava disegnare e c'era naturalmente portato?

Comunque i colori a Michelangelo di solito glieli preparavano degli assistenti con tale preciso compito, ed in quanto alla voglia di dipingere la Sistina questa era notevolmente incentivata da tutti i soldi che gli dava Giulio II (che addirittura spesso lo "sorvegliava" personalmente mentre dipingeva, minacciando di prenderlo a bastonate se non si metteva d'impegmno..).

 

Allo stesso modo, mi hai fatto pensare, che deve valere per la comunicazione.

 

Ora che il mezzo comunicativo è palesemente sovradimensionato, non se ne può che abusae per il nulla contenutistico.

 

E su questo, direi che torniamo al cinema, anche.

 

Com'è che si diceva?

Melius abundare quam deficere.

Meglio che il mezzo comunicativo sia alla portata di più gente possibile, affinchè tutti possano esprimersi, e che così il pubblico possa usufruire delle "idee" di tutti..

Successivanete si provvederà a separare il grano dal loglio, anche se effettivamente la moltitudine di opere prodotte potrebbe rendere il compito arduo (ma del resto in campo artistico è sempre valsa la "Legge di Sturgeon", anche se questa era relativa alla sola carta stampata: "Il 90% di tutto ciò che viene pubblicato, in qualsiasi campo, è merda..").

Modificato da EYMERICH
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Voglio dire che se penso all'impressionismo, per me è tutta merda di gente che incominciava ad avere i colori bell'e pronti, e imbrattava tele per noia o quasi.

 

Se è per questo era da almeno cinquant'anni che i colori si trovavano "bell'e pronti" e che per ciò fiorivano i "pittori della domenica" (probabile comunque che l'Impressionismo siano nato anche come naturale evoluzione di questi ultimi..).

In ogni caso i maggiori stimoli all'evoluzione dell'Impressionismo provennero (guarda un pò..) dalla diffusione in Europa, nella seconda metà dell'Ottocento, dell'arte giapponese (in particolare Hokusai e gli Ukiyo-e..).

 

Cosa c'entra il japonisme? Lo so anch'io che HTL era un povero minorato che disegnava mignotte, ma queste sono questioni stilistiche. E non parlarmi di pioggia fatta a china, dai.

 

Io stavo parlando di un rapporto mezzo/intenzione. Ovvero, la difficoltà intrinseca di un mezzo funge da filtro per l'intensità dell'intezione nell'usarlo.

 

 

Quando Michelangelo faceva la Sistina, si faceva i colori. Come tutti i pittori del tempo, eh! Voglio dire: doveva averne proprio tanta di voglia. C'era un impeto inderogabile a fare quelle pitture, evidentemente.

 

Poi vedi i suoi disegni di quattordicenne e capisci tutto.

 

E cioè?

Che amava disegnare e c'era naturalmente portato?

Comunque i colori a Michelangelo di solito glieli preparavano degli assistenti con tale preciso compito, ed in quanto alla voglia di dipingere la Sistina questa era notevolmente incentivata da tutti i soldi che gli dava Giulio II (che addirittura spesso lo "sorvegliava" personalmente mentre dipingeva, minacciando di prenderlo a bastonate se non si metteva d'impegmno..).

 

Hai una strana visione romanzata di M.

 

Ovviamente quando per dipingere ci devi mettere tutta la vita che hai, devi anche tirarne fuori un sostentamento.

 

Che poi Giulio sbroccasse perché M mise affianco le sibille pagane con i profeti dei vecchio testamento, beh, è cosa nota.

 

Comunque il rapporto di Michelangelo con i suoi 'assistenti', che neppure pare davvero che fossero assistenti, è tutto che chiaro. E il punto è che a prescindere da chi pestasse i lapis lazuli per ottenere il blu che M voleva e che Giulio diceva di ridurre, erano i colori di Michelangelo (no, non quelli che poi Colalucci si è vantato di aver scoperto col suo stupro della Sistina, ma quelli che fecero dire a Goethe, e dico Goethe, che si stava stancando della natura stessa dinanzi alla 'natura di Michelangelo).

 

Allo stesso modo, mi hai fatto pensare, che deve valere per la comunicazione.

 

Ora che il mezzo comunicativo è palesemente sovradimensionato, non se ne può che abusae per il nulla contenutistico.

 

E su questo, direi che torniamo al cinema, anche.

 

Com'è che si diceva?

Melius abundare quam deficere.

Meglio che il mezzo comunicativo sia alla portata di più gente possibile, affinchè tutti possano esprimersi, e che così il pubblico possa usufruire delle "idee" di tutti..

Successivanete si provvederà a separare il grano dal loglio, anche se effettivamente la moltitudine di opere prodotte potrebbe rendere il compito arduo (ma del resto in campo artistico è sempre valsa la "Legge di Sturgeon", anche se questa era relativa alla sola carta stampata: "Il 90% di tutto ciò che viene pubblicato, in qualsiasi campo, è merda..").

 

La penso all'inverso.

 

E' dando facile accesso ai mezzi -di ogni genere- che è nella logica delle cose che essi vengano abusati.

 

Al contrario, se il mezzo è di difficile uso e raggiungimento allora solo chi purifica la propria intenzione in quella difficoltà ne fara uso.

 

Sono sempre stato per un'elite autodeterminatasi, in tutto.

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Comunque i colori a Michelangelo di solito glieli preparavano degli assistenti con tale preciso compito, ed in quanto alla voglia di dipingere la Sistina questa era notevolmente incentivata da tutti i soldi che gli dava Giulio II (che addirittura spesso lo "sorvegliava" personalmente mentre dipingeva, minacciando di prenderlo a bastonate se non si metteva d'impegno..)

 

Era bello Il Tormento e l'Estasi, neh? ;)

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(suppongo il thread possa continuare a esulare alla grande dal cinema)

 

Comunque non mi pare affatto sia vero che si considera bene l'artista in base a come ha oltrepassato le restrizioni tecniche/economiche; è un caso raro, e peraltro molto contemporaneo (dove le tecnologie corrono per brevi periodi, e in quelli, si nota facilmente qualcuno che qualche genialata per oltrepassare le restrizioni momentanee).

 

Quanti erano in grado di dipingere un soffitto figurato all'epoca di Michelangelo? Tanti.

Quanti l'hanno fatto con molti meno mezzi (aiuti, denaro, tempo) di lui, e al contempo dignitosamente? Praticamente tutti.

Chi è il "migliore"?

Alla fine risulta "premiato" qualcosa di molto diverso dalla limitazione oltrepassata (men che meno per purificarsi di non si sa ben cosa, se posso).

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Quanti erano in grado di dipingere un soffitto figurato all'epoca di Michelangelo? Tanti.

Quanti l'hanno fatto con molti meno mezzi (aiuti, denaro, tempo) di lui, e al contempo dignitosamente? Praticamente tutti.

 

E' un altro film, vero?

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Sigh. No, gli esempi di un centinaio di pittori non li cercherò. Quindi, insomma, proiettati il tuo film, che te posso dì? Mi pare strano prendi così male le contraddizioni più pacifiche, questo penso di doverlo dire.

Modificato da Dairon
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Tu sei mai stato alla Sistina per capacitarti della monumentalità dell'opera?

 

Centinaia di pittori quando, davvero coevi a M. o posteriori, ai tempi di manierismo e barocco?

 

Ma soprattutto, centinaia di pittori capaci di produrre dipinti di quel livello stilistico e contenutistico?

 

No, davvero, perché allora cosa aspetti a riscrivere tutta la storia dell'arte e a rivoluzionare il mondo? :lolla:

Modificato da Shito
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Riprendendo il filo del discorso di prima, non e' un cas che abbia chiamato il tpic sintetizzando qua e la' talune posizioni.

 

La narrativa in se' e per se', come del resto la saggistica, ritengo anch'io che non sia da prendere in considerazione, MA lo e' in quanto mezzo di comunicare qualcosa.

 

Ma cosa?

 

E' vero quanto si afferma che alla fine le storie, le favole, le fiabe, erano un mezzo per tramandare prima tradizioni, poi creare miti e tra i due ambiti identificare se non archetipi puri, prototipi degli stessi che legati ad un contesto socio-culturale potessero comunque raccontare un qualcosa di correlato al presente del narratore, pur basandosi su esperienze codificate in precedenza.

In quest'ultimo caso si continua a tramandare, raccontando con diversi punti di vista e modi quali sono quelli dell'autore 'contemporaneo', e anche in questo caso in qualche modo recupera una valenza.

 

E' quindi vero che le storie hanno una valenza importante quando si tratta di tramandare esperienze codificate in storie, in modi che lezioni 'impartite dall'alto' da anziani non potranno mai riuscire a fare; del resto la stessa codificazione delle avventure porta da qualunque parte la si guardi ad un meccanismo di 'crescita', indicando che e' necessario porsi un obiettivo, e' giusto fidarsi di qualcuno in tale processo, che si devono affrontare varie avversita' e difficolta' prima di raggiungere quanto ci si propone.

 

Un percorso che porti sia alla vita adulta, sia all'accettazione nel gruppo.

 

Le storie hanno quindi una qualche funzione sociale, propedeutica.

Ma solo questa?

 

Si dice che il diavolo stia nei dettagli; io direi che sta nel modo in cui un autore puo' infilare in un contesto preparato appositamente, determinate riflessioni personali in modo che trovino in quel contesto un 'humus' intaccabile o meno.

 

E' li' che l'autore comunica.

Non in infiniti voice over, che spesso scivolano via come l'acqua, ma anche in singole battute che possano raggiungere quasi senza mediazione personale chi sta leggendo.

 

E quindi comunica.

 

Ci troviamo dinanzi quindi ad un tipo di narrazione tutta particolare, nonostante noi insistiamo sulla morte delle storie, che mette panchetti di verdura per vendere pesci, in modo che sia perfettamente plausibile che questo accada.

 

Forse quindi a ben guardare, la progressiva accentuazione del lato 'character' sul lato 'plot', deriva anche e non solo da una esigenza comunicativa anche pur vagamente repressa, perche' e' con i personaggi che l'autore puo' "parlare".

 

Ma un qualcosa di legato ad un personaggio e con poco e nulla impianto di storia, pur se asservita ai personaggi, che cosa realmente puo' comunicare? Abitudini, impressioni, considerazioni, creare nuovo linguaggio modificandone elementi precisi con battute, sottotesti e similari.

 

Cio' che manca in quel caso e' il 'porre' un ambito preciso, delle 'regole' in cui riconoscere e farsi riconoscere, perche' tutti si parlano addosso. Manca quel 'gusto' per la vicenda, che invece viene delegato e relegato a uno scambio di battute.

 

Mancando il 'gusto' per la storia viene a mancare quel gran lavoro che l'autore realizza per creare un contesto preciso, ed e' in quel contesto preciso che la funzione propedeutica riprende ad esserci.

 

Per dire, molti autori della Golden Age della fantascienza (quasi tutti) erano ricercatori, studiosi, e nelle loro storie mettevano un elemento particolare di cui volevano parlare e con la 'scusa' della storia di avventura ne facevano divulgazione.

In quale altro misterioso motivo saremmo venuti in tal modo in contatto con la scienza ed avvenimenti di natura scientifica se non con la 'vulgata' delle storie? Piu' o meno tutti sanno che roba siano i 'naniti', ma se la cosa fosse stata relegata all'ambito accademico non lo sarebbe certo stato.

 

Comunicare Ed insegnare, alla fine le due cose non sono poi cosi' distanti anni luce (appunto) come si possa pensare, le due cose sono molto bidirezionali.

 

Raccontare storie ha la particolarita' che creando un contesto preciso riesce a far passare direttamente concetti senza mediazione intellettiva.

 

Una storia puo' quindi sia soltanto comunicare, che soltanto insegnare (anche se limitatamente a tradizioni e usanze) qualcosa.

 

Con i mezzi di comunicazione semrpe piu' diretti, ci rendiamo sempre piu' conto che trovato il mezzo, cio' che c'e' da dire e' ben poco.

Insegnare... non saprei piu'.

 

Non saprei dire se sia minore la voglia di imparare qualcosa o la voglia di comunicare qualcosa.

 

A volte mi viene da pensare al mondo come ad un immenso spazio vuoto sempre piu' bianco, in cui tutti parlano, nessuno ascolta, e a volte qualcuno, strillando piu' degli altri, attira l'attenzione di tutti che gli battono le mani per poi subito dopo tornare a parlarsi l'uno sopra l'altro e poi ripetere il ciclo.

 

Forse alla fine, se le storie stanno morendo, e' anche perche' siamo noi i primi a non riuscire a dare un senso concreto a cio' che ci circonda, figurarsi stare a pensare ad altri contesti.

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E comunque..

 

Cosa c'entra il japonisme? Lo so anch'io che HTL era un povero minorato che disegnava mignotte, ma queste sono questioni stilistiche. E non parlarmi di pioggia fatta a china, dai.

 

Più che a una questione stilistica mi riferivo alla rappresentazione di scene di vita quotidiana tipica degli Ukiyo-e (utilizzando però uno stile non esattamente realistico, almeno dal punto di vista occidentale..), ripresa anche dagli Impressionisti e pure dal povero HTL.

Comunque l'influenza dell'arte orientale ci fu anche sul piano stilistico, come dimostra ad esempio il dipinto Giapponeseria: Oiran di Van Gogh (pittore non esattamente impressionista, ma che come altri all'epoca prendeva spunto direttamente dall'arte giapponese..).

 

Io stavo parlando di un rapporto mezzo/intenzione. Ovvero, la difficoltà intrinseca di un mezzo funge da filtro per l'intensità dell'intezione nell'usarlo.

 

Mah, a me pare invece una questione soggettiva..

Ovvero, la difficoltà nel padroneggiare un mezzo (per quanto esso possa essere in teoria "alla portata di tutti"..) in realtà varia sempre da individuo ad individuo, a seconda delle capacità intrinsiche dell'individuo stesso ed anche (in parte..) indipendentemente dall'impegno profuso nel suddetto mezzo (cioè quello che tu chiami l'intensità dell'intezione nell'usarlo..).

 

Hai una strana visione romanzata di M.

 

Ovviamente quando per dipingere ci devi mettere tutta la vita che hai, devi anche tirarne fuori un sostentamento.

 

Che poi Giulio sbroccasse perché M mise affianco le sibille pagane con i profeti dei vecchio testamento, beh, è cosa nota.

 

E da parte mia penso che tu abbia una visione troppo idealizzata di Michelangelo (l'artista divorato dal "fuoco sacro" che tutto consuma..).

La mia invece personalmente la definirei più "terra-terra", con una maggiore attenzione alle contingenze della vita..

Ed infatti Giulio II, da bravo papa rinascimentale intriso di cultura classica e preoccupato più che altro delle questioni temporali, non sbroccava certo per le sibille pagane accanto ai profeti del Vecchio Testamento (da questo punto di vista i "problemi" per Michelangelo giunsero più tardi, con l'avvento della Controriforma..), visto che dell'ortodossia gli imporatava solo il giusto.

Giulio II aveva praticamente "imposto" di affrescare la Sistina a Michelangelo, che invece si considerava essenzialmente uno scultore ed avrebbe preferito di gran lunga realizzare l'imponente mausoleo che aveva progettato per lo stesso Giulio (il quale però, con tutte le guerre che erano la sua principale occupazione, non aveva i soldi per acquistare tutto il marmo necessario per tale progetto..).

Da qui quindi gli "sbroccamenti" di Giulio nei confronti di Michelangelo (del quale però aveva intuito le enormi potenzialità di pittore oltre che di scultore..) per "stimolarlo" a completare l'opera come si doveva.

 

Comunque il rapporto di Michelangelo con i suoi 'assistenti', che neppure pare davvero che fossero assistenti, è tutto che chiaro. E il punto è che a prescindere da chi pestasse i lapis lazuli per ottenere il blu che M voleva e che Giulio diceva di ridurre, erano i colori di Michelangelo (no, non quelli che poi Colalucci si è vantato di aver scoperto col suo stupro della Sistina, ma quelli che fecero dire a Goethe, e dico Goethe, che si stava stancando della natura stessa dinanzi alla 'natura di Michelangelo).

 

Eh, saperlo quale fossero davvero i colori che Michelangelo volle per la Sistina, considerando che anche ai tempi di Goethe gli affreschi (oltre ai danni provocati dal tempo e dal nerofumo delle candele..) erano già stati sottoposti a vari "ritocchi" e "restauri".

Certo però è vero che gli affreschi furono quasi esclusivamente opera sua, ma anche perchè, a parte quelli che gli macinavano i lapislazzuli, non trovò assistenti all'altezza dell'opera che potessero aiutarlo a dipingere (considerando poi che c'era Giulio che pretendeva un lavoro superlativo ma al contempo stringeva i cordoni della borsa, come per i lapislazzuli..).

 

La penso all'inverso.

 

E' dando facile accesso ai mezzi -di ogni genere- che è nella logica delle cose che essi vengano abusati.

 

Al contrario, se il mezzo è di difficile uso e raggiungimento allora solo chi purifica la propria intenzione in quella difficoltà ne fara uso.

 

Sono sempre stato per un'elite autodeterminatasi, in tutto.

 

Oh, ma anch'io sono per le elite, però quelle autodeterminatesi alle lunghe non funzionano perchè difettano di spirito di autocritica..

Vero che fornendo i mezzi a tutti si finisce per abusarne, ma in questo modo si offre a tutti la possibilità di mostrare ciò che valgono senza impedimenti di base: direi che io sono più per una "selezione darwiniana", nella quale alla fine solo il tempo ci dirà chi ha ottenuto i risultati più validi con la "sopravvivenza del più adatto".

Del resto, per tornare al campo cinematografico, anche in questa sezione del forum si è spesso parlato di progetti potenzialmente interessanti affossati dalle major perchè non volevano "rischiare" investendo i mezzi necessari, puntando invece su progetti considerati più remunerativi ma di fatto pure più convenzionali (e sicuramente anche da ciò trae origine la "morte delle storie" nel cinema contemporaneo della quale si parlava..).

Ben venga allora tutto ciò che rende ogni mezzo più alla portata di tutti.

Modificato da EYMERICH
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e tutto il resto?

 

Uhm... non c'è tutto il resto: il mio appunto verte sul fatto che la qualità dell'opera non è basata* sulla difficoltà dell'esecuzione. Se così fosse non solo altri artisti che facevano lavori pregevoli di pittura sui soffitti (esempio in questione) sarebbero considerati come lui, ma lo sarebbero meglio quelli che l'hanno fatto con mezzi palesemente minori.

E del resto, era o non era un grande già prima di questo lavoro borderline?

 

Ci sono altre cose degne di considerazione nel tuo post, ma preferirei provare ad analizzarne poche alla volta.

 

*=eccezioni possibili, ripeto; anche se curiosamente mi pare un fenomeno estremamente contemporaneo.

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Credo che tu non abbia proprio centrato il fuoco del mio discorso.

 

Io dicevo che l'arte umana nasce dal dover 'girare intorno' a un problema perché non hai i mezzi tecnici per risolvero.

 

Tipo, siccome non hai effetti speciali, usi la regia per creare degli effetti.

 

Siccome non hai il colore, usi luci e ombre per creare chiaroscuri plastici.

 

Sono necessità che ingenerano virtù.

 

E credo che questa sia una componente genetica dell'arte umana. Il 50%.

 

L'altro 50% è un imperativo categorico interiore dell'artista ad esprimersi tramite la sua arte.

 

Tale impeto deve purificarsi, a mio modo di vedere, tramite la difficoltà del raggiungimento della possibilità espressiva essa stessa.

 

Perché se l'impeto è molle, ovvero non riuscirebbe a superare la selezione dell'impervio cammino, anche l'arte che produrrebbe sarebbe insulsa.

 

Sulla Sistina Michelangelo c'ha lasciato gli occhi, nel verso senso della parola. E' diventato gobbo e mezzo cieco. E non voleva neppure fare il pittore, come EYMERICH giustamente ricordava. Lui voleva scolpire.

 

E' questa un'altra caratteristica dell'arte: ha sempre bisogno di una coercizione mecenatistica per prodursi in realtà.

 

Perché costa così tanta fatica che difficilmente un uomo ce la farebbe per sé.

 

E i migliori manga non sarebbero stati scritti, pur con tutto il sacrificio degli autori, senza il pungolo degli editor/redattori.

 

E' uno strano equilibrio tra necessità e virtù (intesi come due plurali).

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