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    • In tutta franchezza shito,ne ho abbastanza. Ne avevo già abbastanza quando la prima volta quando dicevi 'per rispondere sul serio ' o com'era scritta, forse leggerò il seguito probabilmente no.   Saluto tutti.   Arrivederci
    • Dunque, per me è difficile rispondere per bene. Faccio del mio meglio. Ok, ti seguo. Senza citare Russell, è una questione di definizione. Indi salto al tuo post successivo e riparto da lì.   Dunque se partiamo da questa definizione di "post-verità", ci troviamo dinanzi a un concetto di – diciamo – sociologia descrittiva. Di tale branca dello scibile discussi con esimi sociologi dottorati et alia, dato che personalmente non ritengo una scienza umana meramente descrittiva in alcun modo utile, forse nemmeno sensata. "Le cose stanno così", ok. Ma se da questa componente deduttiva non discende un comparto induttivo, "quindi dobbiamo fare cosà", qui valet? Dall'interpretazione della realtà contemplata credo debba discendere una linea d'azione reale e presente. Come di mi diceva un docente di filosofia a Tokyou sono forse un pensatore mediterraneo "vecchio stampo", ossia come un filoso greco, ossia un religioso ascetico. Forse. Mi rendo conto di stare un po' dirottando l'argomento della discussione, am del rest il valore della finzione credo possa essere al massimo fornire spunti sulla realtà. Il che risponde implicitamente al tuo ultimo interrogativo: come siamo arrivati a questa situazione. La mia risposta è: dando valore indipendente alla finzione. Presumendo che la finzione possa avere valore in sé stessa. Per me questo è un assunto di pazzia che genera psicosi. La finzione, essendo finta, non vale nulla in sé. Mai, mai, mai. NON esiste valore formale che sia reale. La realtà è solo nella sostanza ed è l'unica cosa di reale valore. Pensate a Kaguya che ha un attacco isterico, distrugge il suo "giardinetto a plastico del passato" gridando "è falso, è falso, è falso! E anche io... sono falsa." Ecco. Questa per me è la basa di TUTTA l'iconoclastia. Il falso è male in sé. E siccome ogni rappresentazione della realtà è un falso, ogni rappresentazione è male. Che si parli di condanna platonica dell'arte imitativa, o di iconoclastia religiosa ebraica/islamica radicale (non costruirti idoli!), per me è lo stesso. Quindi per me tutta l'arte si giustifica e si ammette SOLO se può SERVIRE ad AVVICINARSI alla VERITÀ. Ne consegue che ciò che si diefinisce "post-verità" è solo un nome elegante per una pazzia, o psicosi, dilagante. Il fatto che sia dilagante non la rende una realtà meno pazza o psicotica che dir si voglia. Torno al punto: No, non ci sono tante verità. Usare il termine "verità" in questo modo è un magheggio retorico. Non va bene. È un inganno. Una causa di confusione. La verità o è verità in sé o non deve essere appellata tale. E una persona a cui non interessi ciò, ma chiam a verità una sua percezione, ebbene o è un decerebrato o è una persona in preda alla psicosi. C'è una ragione se ogni visita psichiatrica si apre con un rapido esame di realtà.Non so se avete realmente presente la cosa. Nessuna narrazione ha senso se diviene un simulacro. Non voglio citare Baudrillard, ma davvero. Ogni finzione che diventi inganno è MALE: fa divergere lo sguardo dalla realtà, che è l'unica verità. La meta-narrazione è ancora più rischiosa. Ogni fizione è accettabile solo quando serve per riflettere sulla realtà, con onestoe  positivo nichilismo (Lacan per la sopravvivenza). Non esiste un escapismo positivo mi spiace. E voi come vivrete? MALE. O si vive nella verità o si impazzisce. La finzione escapistica conduce alla pazzia. Bisogna restare svegli, attenti e soprattutto onesti. Il vero è vero, il falso è falso, poco altro conta. Da Seita a Kaguya, lo sappiamo. Quella era finzione buona, perché utile alla vita resale e vera, nel vero e nel reale.    
    • Credo ci saranno tutti quelli vivi presentati finora... 
    • Questo di prima è interessante.   Lasciatemi sottolineare il clima in cui ci troviamo perché mi sembra ci sia un po' di gente che cade dal pero e altra che parla del dito e non della luna. Devo dare per scontato qualche passaggio per fare il prossimo esempio, se non seguite la cosa americana o non sapete cosa siano i due elementi successivi, cortesemente cercateveli: pete hegseth e lo scandalo signal chat, Stephen colbert e il suo late show. Ai tempi dello scandalo dell'uso di hegseth del software di messaggistica Signal, in una chat in cui oltretutto era stato invitato anche un giornalista (chat line in cui da capo del pentagono hegseth riceveva informazioni militari) dopo qualche giorno erano iniziati a fioccare sui social, YouTube in primis, video strani. Uno era una simil ospitata, "raccontata" per immagini di hegseth al late show di colbert, in cui veniva fatto a pezzi da colbert (dialetticamente si intende, si sa mai). Poi sono usciti altri video Tra i quali ce ne era uno, uguale a quello cui sopra, ma... Con colbert invece fatto a pezzi. Più varianti Ed altri I primi due... Erano stati postati dallo stesso account. Crederte che il problema sia questo? No, perché il problema è che hegseth non ha mai fatto ospitate da Colbert   Il clima di post verità è banalmente questo.   Ci sono tante verità (non perché lo siano in sé) e a nessuno interessa più realmente quale sia la vera verità, dato che ce ne sono tante, tutto può essere, non si va a cercare di capire, di fare ricerca, di assumere poi una verità dal confronto; se si dice una castroneria resterà a circolare sui social a prescindere, non c'è correlazione con una possibile smentita, perché questa non ha più dignità tale. E' solo un altro punto di vista, un'altra verità.   Ecco.   In un clima del genere, ha senso davvero una meta narrazione, come appunto in Digger? A mio avviso il problema essenziale del film non è il film ma l'essere arrivato lungo in un periodo in cui meta narrazione,allegoria, e similari vivono in quanto tali in un 'regime di sospensione " in quanto superati dalla complessità del reale attuale.
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