Io l'Introduzione alla psicanalisi di Freud, Il mondo come voglia e rappresentazione di Schopenhauer e La nascita della tragedia di Nietzsche.
Credo che dall'incrocio funzionale di questi tre testi, si abbia essenzialmente tutto quello che serve.
Ovvero, quello che Shuji ha scritto come meccanica di sceneggiatura di finzione altro non è che ciò che già i greci antichi avevano intuito, e "messo in scena", come finzione di utilizzo catartico e sublimativo del funzionamento della psiche umana: l'esperienza del trauma e lo sforzo riparativo in elaborazione di quello. Il cosidetto "ordine" non è che la "rappresentazione" (della realtà) che il superego non può evitare di proiettare sulla realtà immanente delle cose, che in invero l'es subisce. Tutta la narrativa, la finzione, l'uso di quelle, la produzione di quelle, altro non sono che meccanismi di difesa autoterapeutici della psiche umana. Da cui anche il loro più recente utilizzo in ambito psicoterspeutico, almeno da Berne in poi. Si sapeva già tutto ai tempi di Edipo e Medea, due presi (quasi) a caso.
La mente umana è fatta per sopravvivere. A se stessa, che sopravvive in un corpo che vive nella realtà.
Ovvero l'uomo subisce l'esperienza della realtà, passivamente, e ha bisogno di raccontarla ovvero ricreala, attivamente.
Ne ha bisogno come un modo di debolezza. Insuperabile. Gli esseri medi e mediocri che siamo.
E così facciamo figli e arte, parti carnali e parti mentali. Non possiamo evitarlo (credo ci fosse arrivato anche Sartre).