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Kaguya-hime no monogatari (Autunno 2013)


genbu77

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Non credo si possa dire che Takahata abbia mai fatto film "per bambini" e Kaguyahime non è certo da meno. Ancora di più per bambini occidentali ai quali la storia stessa della principessa è aliena.

L'estrema "giapponesità" del film (con i suoi ritmi e durata) lo rende certamente non facile agli stranieri.

Personalmente l'ho già visto due volte e non lo trovo così tanto pesante.

Impegnativo certamente.

Da vedere, assolutamente.

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Visto.

La prima cosa che posso dire per definirlo è "pesante"

 

E' il film di un signore anziano fatto per altri signori anziani (e per gli appassionati, ma quelli non sono un target definito per età).

 

Immagino che shito non sarà d'accordo, ma portare un bambino (a meno che sia molto piccolo e quindi si faccia rapire dalla qualità dei disegni) è fargli un dispetto.

 

 

Come altri, non sono d'accordo nel definirlo 'pesante'. C'è da dire che l'hai visto davvero nelle peggiori condizioni, ma in tutte le visioni cinematografiche che ne ho avuto il tempo mi è sempre 'volato via', a dispetto della lunga durata e del ritmo non certo da film di avventura.

 

Concordo chiaramente quando, più in basso, parli di film impegnativo. Aggiungo anche 'pregno', 'denso', 'ricco' di significati.

 

Sicuramente è un gilm fatto da un anziano signore. Ma credo sia fatto per tutte le persone sufficientemente adulte, non per i bambini, ma neppure per gli anziani. Non credo abbia un target di riferimento preciso, ma se chiedi a me è prezioso soprattutto per i giovani adolescenti. Peché è un film che parla di vita, di come viverla. Quindi, chi l'ha già vissuta lo troverebbe forse un po' ozioso.

 

Non posso non concordare col fatto che non sia un film per bimbi: l'ha detto l'autore. Non si può non concordare. :-)

 

 

 

Un film molto lento e molto impegnativo, con lunghe pause e disegni curatissimi, che tengono sempre occhio e mente impegnati per cogliere i particolari (i lavori dei servitori del palazzo, le piante, le scene inframezzo come la nascita e crescita degli insetti o la quest del dragone).

 

Più che un anime è una serie di stampe o papiri animati (l'immagine del vecchio che vede la bambina nata dal bambù all'inizio del film mi ha ricordato tantissimo la classica immagine del vecchio nell'iconografia giapponese), che affatica proprio per la curatezza dei disegni.

 

Ho apprezzato molto le scene della principessa neonata, soprattutto quando ha la rana in mano e poi quando salta via si mette a piangere, esattamente come avrebbe fatto un bambino vero, e si è vista proprio la conoscenza dell'autore riguardo i bambini, così come si è vista la sua fistanza, per limiti di età nella specie di "storia d'amore" tra principessa e il contadino, la parte senz'altro più debole dell'intero film.

 

Qui è impossibile non sottoscriverti. Dici dati di fatto, e rilevi cose confermate dall'autore stesso (sull'ispirazione dai ritoli dipinti -gli emaki- cosa su cui Takahata aveva già scritto un libro intero.

 

 

Ho capito anche come mai si dice che Takahata sputa in faccia a Miyazaki considerandolo uno sfigato.

 

 

Ma non lo fa affatto! Takahata apprezza e loda molto Miyazaki, in un modo molto genuino, almeno per due motivi cardine:

 

1) il suo talento mi ha permesso di realizzare buone opere, con persone di minor talento non ci sarei riuscito

 

2) la sua energia mi ha sempre spronato alla creazione reale, perché sono un bradipo

 

 

 

P.S. Shito perchè "Takahata Isao", "Miyazaki Hayao" e "Michelangelo" come fosse un tuo compagno di merende delle elementari? E' proprio per cose come questa che sei inviso a parte del fagdom

 

 

Ehm, credo che Michelagniolo Bona Rota sia noto con il nome d'arte solo di 'Michelangelo', soprattutto. Ogni libro a lui dedicato lo cita così, tanto quanto Dante Alighieri è spesso solo 'Dante', mentre Francesco Petrarca è spesso solo 'Petrarca'. Tant'è che diciamo: Dante e Petrarca, come diciamo Michelangelo e Leonardo. Peraltro, già nella prima versione del suo libro, Vasari lo cita (errando) come "Michelangelo fiorentino".

 

Lo si può chiamare Michelangelo, Michelangelo Buonarroti o il Buonarroti - per carità. Ma dire che chiamarlo solo come "Michelangelo" sia bislacca familiarità è come dire: perché chiami Alessandro Filipepi col suo soprannome (Botticelli), e perché chiami Michelangelo Merisi col suo soprannome (Caravaggio)?

 

Al contrario; Miyazaki Hayao come Takahata Isao come AnnoHideaki come Suzuki Toshio sono contemporanei e viventi, no?

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Rispondo senza quotare per non appesantire, per chiarire alcuni punti, quelli meno attinenti al topic, pregandoti, se vorrai replicare di farlo nel topic nella sezione raduni:

 

- Sulla questione Michelangelo, è un appunto alla tua fissazione  di chiamare i giapponesi con cognome-nome, mentre per un italiano, pur essendo lui "Buonarroti Michelangelo" non lo hai fatto. Ti sei spiegato, ho capito la tua spiegazione, e la trovo poco convincente.

 

- Sulla questione film per bambini: mi riferisco al fatto che numerose volte hai lasciato intendere che, per te, il medium animazione è solo ed esclusivamente rivolto ai bambini e che l'animazione non per bambini è, usando un eufemismo ma nemmeno troppo, "merda eretica prodotta da otaku ritardati e che può essere apprezzata solo da altri otaku ritardati".

 

- Su Takahata e Miyazaki è un errore mio evidentemente, non so perchè ma leggendo qua e là avevo inteso che Miyazaki avesse un grandissimo rispetto e ammirazione per Takahata, e di converso questi invece lo disprezzasse.

 

 

Finita la parte triviale e tornando al film.

 

Che sia pesante è ovviamente solo una mia sensazione personale, ed in quanto tale senz'altro suscettibile di obiezioni. Anche perchè la pesantezza è soggettiva (per dire io lessi ISDA a 11 anni senza trovarlo affatto pesante, mentre ci sono 30enni che fanno difficoltà).

Forse se ci fossero stati i 5 minuti di pausa canonici primo-secondo tempo avrei potuto riordinare le idee e riprendere la visione con una maggiore stamina.

 

Per gli Emaki, grazie per il termine, ho verificato ed effettivamente mi riferivo a quelli senza saperne il nome.

Ho anche letto, su wikipedia, la trama del racconto originale, e mi pare di capire che ci sia una differenza di fondo enorme nello stato d'animo di Kaguya Hime nel finale, e mi chiedo se sia dovuto all'età del regista o ad una sua chiamiamola "laicità" rispetto alla storia originale che richiama sempre il mito dell'imperatore divinità (e quindi meritevole di doni magici).

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Che sia pesante è ovviamente solo una mia sensazione personale, ed in quanto tale senz'altro suscettibile di obiezioni. Anche perchè la pesantezza è soggettiva (per dire io lessi ISDA a 11 anni senza trovarlo affatto pesante, mentre ci sono 30enni che fanno difficoltà).

Forse se ci fossero stati i 5 minuti di pausa canonici primo-secondo tempo avrei potuto riordinare le idee e riprendere la visione con una maggiore stamina.

 

Per gli Emaki, grazie per il termine, ho verificato ed effettivamente mi riferivo a quelli senza saperne il nome.

Ho anche letto, su wikipedia, la trama del racconto originale, e mi pare di capire che ci sia una differenza di fondo enorme nello stato d'animo di Kaguya Hime nel finale, e mi chiedo se sia dovuto all'età del regista o ad una sua chiamiamola "laicità" rispetto alla storia originale che richiama sempre il mito dell'imperatore divinità (e quindi meritevole di doni magici).

 

Quello che intendevo è che soprattutto, togliendo l'immersitivà, il film diventa pesante.

 

Per esempio, a me Laputa è sempre parso pesante. Poi vedendolo al cinema, ed era la millesima volta, non fu pesante., Perché le vedute, l'ampio respiro delle inquadrature eccetera mi suscitavano un sense of wonder cherendeva il tempo di visione tutto diverso. Ne fui molto sorpreso.

 

Mi chiedo genuinamente che effetto ri farebbe vedere questo film come dio comanda, ecco.

 

Sul rapporto col racconto originale, il regista si è molto spiegato. Essenzialmente, cambiando il fuoco del racconto dal tagliatore di bambù alla principessa, lui è voluto andare ad indagare principalmente due cose che nel racconto originale sono assenti:

 

1) lo stato d'animo interiore della Principessa: cosa prova, e perché? Nel racconto originale è più un oggetto che un soggetto.

 

2) Perché la Principessa è venuta sulla Terra dalla Luna, e perché poi torna sulla Luna?

 

Nel fare questo, ha modernizzato la psicologia della Principessa, rendendola un'allegoria di una ragazza moderna, contemporanea. Il tutto per parlare della vita umana, di come sia più giusto o sensato o degno vivere la vita umana, intendere una vita umana.

 

Da un paradiso puro e atarassico, un'anima di fanciulla empatizza con la nostalgia di un -pur dimenticato- 'viaggio sulla terra' di un'altra anima femminile.

 

Nel mondo dell'oblio, l'anima della ragazza desidera le passioni.

 

E per punizione, viene precipitata, fatta nascere viva nel mondo dei vivi.

 

Dove vive, cresce e poi gioisce e poi soffre. Nell'imperfezione dell'uomo prova tutte le emozioni degli essere sincroni.

 

Quando la vita che le viene offerta si avvicina alla formalità ambita dalla corte Heian, ha un accesso di rabbia.

 

Si calma solo scoprendo che la vita è ciclica: dopo l'inverno torna la privamera (il discorso col carbonaio: lì lei non ha ancora vissuto un anno, eh).

 

Da qui inzia a vivere una vita dissociata: recita la figlia che suo padre vorrebbe, e si rinchiude nella finzione escapistica.

 

Anche questa non vita arriva al crash con una vittima delle sue finzioni (il Medio Consigliere Isonokami).

 

Da cui la depressione.

 

La vita irrompe di nuovo con la violenza dell'imperatore.

 

La disperazione è tanta che Principessa desidera la morte, il desiderio di suicido: NON VOGLIO PIU' STARE QUI!

 

Ed è una malattia mortale, irrevocabile: ha rifiutato le passioni, perché non ha retto, e l'oblio se la viene a riprendere.

 

Prima di questo vuota il sacco, si spiega con i suoi genitori, e la madre si permette la sua prima *azione* che porterà Principessa a risolversi col tipo di vita che avrebbe voluto:

 

"Ero venuta al mondo per vivere... come gli uccelli, gli insetti e le bestie."

 

Ritrova il compagno di infanzia che sarebbe stato un compagno di vita potenziale, perché vive la vita per la vita come lei avrebbe voluto fare.

 

Nel canto finale dei bambini che ripetono della ciclicità della vita, Principessa si congeda dai suoi genitori straziandosi di lacrime. La selenita chiama quelle passioni sporcizia, Principessa la sgrida con veemenza (passione), facendo poi l'elogio della vita umana: "su questa terra gli esseri sono pieni di tutte le emozioni in tutte le sfumature".

 

Fine: era solo bambina.

 

------

 

 

E' un tema che mi è molto molto caro, su cui mi interrogo tanto. Io tendo al formalismo, ovvero all'immobilismo. La ricerca dell'ordine è ricerca della stasi, della morte. La vita è la turbativa essa stessa, è il coas. Increspature nel mare di Dirac. L'intelletto maschile è omeostatico, è antientropico. Ma la vita sincrona è entropia. La portano avanti le femminie: ninfe per Warburg (e Orfeo ne viene sbranato, lui che non accettavva la fine di Euridice), Fanciulle Magige per Kyubei, ma la stora è sempre la dannata stessa.

 

Temo ormai sia un conflitto irrisolto destinato a rimanere tale. :-/

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- Sulla questione Michelangelo, è un appunto alla tua fissazione  di chiamare i giapponesi con cognome-nome, mentre per un italiano, pur essendo lui "Buonarroti Michelangelo" non lo hai fatto. Ti sei spiegato, ho capito la tua spiegazione, e la trovo poco convincente.

 

 

In Italiano dovrebbe essere "Michelangelo Buonarroti", da noi c'è l'utilizzo di Nome - Cognome. Sinceramente non so come la grammatica e la consuetudine preveda l'ordine in caso di nomi stranieri, se si mantiene l'ordine originale o si italianizza. Per il genere dei forestierismi solitamente si fa riferimento alla lingua di origine.  

 

 

Sul film anche io credo che non sia un film per bambini, probabilmente neanche per adolescenti. E forse neanche per tutti gli adulti, conosco almeno due amici che si addormenterebbero se non fosse per la qualità dei disegni. 

E' un opera densa di simbolismo, richiede una visione attenta e molto probabilmente anche una rivisione, almeno è quello che ho provato io alla fine del film. Sono convinto di aver visto solo la superficie ma che nelle pieghe del film c'è sicuramente qualcos'altro. 

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Io certe scene le ho trovate un pò esagerate: la scena con lei che scappa dal castello perché indispettita dalle parole scortesi del cortiginao, ad esempio.

Cioè, si arrabbia ed esce fuori e fa non solo quanti chilometri correndo  di notte nella foresta.

Una scena molto bella,ma anche esagerata  e un pò ridicola, quando la riguardi una seconda volta, più a freddo.

Peraltro la scena è disegnata in maniera un pò troppo scarabocchiata: ok, magari è fatto apposta per rendere graficamente il turbamento interiore della principessa, però da troppo lo stacco con il resto del film

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Io certe scene le ho trovate un pò esagerate: la scena con lei che scappa dal castello perché indispettita dalle parole scortesi del cortiginao, ad esempio.

Cioè, si arrabbia ed esce fuori e fa non solo quanti chilometri correndo  di notte nella foresta.

Una scena molto bella,ma anche esagerata  e un pò ridicola, quando la riguardi una seconda volta, più a freddo.

Peraltro la scena è disegnata in maniera un pò troppo scarabocchiata: ok, magari è fatto apposta per rendere graficamente il turbamento interiore della principessa, però da troppo lo stacco con il resto del film

 

Non hai capito.

 

Il punto è che lì si crea un climax di estraneazione. Già prima lei aveva detto all'ancella: "Ma questa festa è per me? A me sembra porprio di non esserci."

 

Ovvero, nella fissità formale, lei si sente non viva, inesistente. Alla fine, complice l'alcool, qualcuno dubita che lei esista davvero: "non sarà mica un fantasma?"

 

E allora lei esplode come a dire: ESISTO E SONO VIVA.

 

La scena dopo, reprise di Heidi (o di Ponpoko), vede lei spogliarsi di tutti gli 'strati di vestiario' della civiltà - è una fissa di Takahata.

 

Lei lo fa con la Luna che guarda, però.

 

Torna di corsa al luogo della sua infanzia (che era solo due stagioni prima), e qui lo trova morto: è l'inverno.

 

Ma il carbonaio le spiega la ciclicità della vita.

 

Prima di rinvenire, c'è il memento mori del paesaggio lunare: "Questo paesaggio... lo conosco..."

Modificato da Shito
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La forma, specie in Takahata, è strettamente legata, motivata dal contenuto.

 

Lo stile 'estremo' ed estremamente espressionista della corsa di Kaguya, la dimensione della Luna dinanzia alla quale lei si sveste, il fatto che lei corra idealmente per tanto sino a swembrare una derelitta (la madre che porta via il bambino, nella vecchia casa di lei, e poi le fa la carità - che lei accetta). Tutto è simbolicamente funzionale.

 

Inoltre, non dimenticare che quewlla è una scena onirica: Kaguya si 'risveglia' nel suo baldacchino, dal qualche probabilmente non è mai uscita.

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  • 1 year later...

Entrambi i due ultimi post sono veritieri, direi.

 

Ma l'irreversibilità dell'atto di Kaguya, e tutto il dualismo tra il mondo Lunare e quello Terrestre, e la connotazione di quello lunare come mondo della dimenticanza, della stasi, dell'oblio e du Amithaba (!), direi che chiariscono molto l'allegorica del suicidio di Kaguya: l'atto volontario di escapismo definitivo, nel vero senso della parola.

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Io non credo che la richiesta di aiuto in sè sia definibile suicidio. Non che il suicidio in sè sia estraneo a Kaguya, capisco l'accostamento dell'irreversibilità del gesto con quello della richiesta d'aiuto ma è diverso. I ricordi della Luna le vengono dopo l'incontro con l'imperatore, il suicidio sarebbe la volontà di indossare la veste piumata ma la realizzazione è postuma, motivo per cui sono entrato a gamba tesa sul termine.

Di suicidio se ne parla piuttosto con la rassegnazione, quando dice che se la felicità del padre era il rango di corte allora sarebbe stata disposta a sposarsi e uccidersi ma anche lì, non è così che va la storia.

 

L'irreversibilità del gesto in sè lo penso sempre legato al senso originario del Taketori, ovvero all'impossibilità di convivenza tra umano e divino, motivo per cui Kaguya, una volta realizzata la propria natura, non può che tornare sulla Luna.

Modificato da Chroniko
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Garion: sì, ti prego, sposta - grazie in anticipo.

 

Chroniko: la richiesta di Kaguya non è 'di aiuto'. E' di "NON VOGLIO PIU' STARE QUI!"

 

E nota che per i giapponesi 'stare' = 'esistere', perché in quella lingua la categoria di 'esistenza' è essenzialmente quella della 'presenza'.

 

No, i ricordi della Luna in qualche modo li aveva da bambina (la canzone) e altresì quando vede il paesaggio innevato, che 'riconoce' (come quello lunare).

 

Il suicidio è quando "non vuole più esserci". Game over. Anche se poi si pente, e "li ha implorati infinite volte", è game over.

 

Nata perché, nella quiete, aveva desiderato il turbamento - un'anima fatta nascere incarnata per punizione.

 

Morta perché, non reggendo al turbamento, ha desiderato la quiete. Morta suicida.

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Garion: sì, ti prego, sposta - grazie in anticipo.

 

Chroniko: la richiesta di Kaguya non è 'di aiuto'. E' di "NON VOGLIO PIU' STARE QUI!"

 

E nota che per i giapponesi 'stare' = 'esistere', perché in quella lingua la categoria di 'esistenza' è essenzialmente quella della 'presenza'.

 

No, i ricordi della Luna in qualche modo li aveva da bambina (la canzone) e altresì quando vede il paesaggio innevato, che 'riconoce' (come quello lunare).

 

Il suicidio è quando "non vuole più esserci". Game over. Anche se poi si pente, e "li ha implorati infinite volte", è game over.

 

Nata perché, nella quiete, aveva desiderato il turbamento - un'anima fatta nascere incarnata per punizione.

 

Morta perché, non reggendo al turbamento, ha desiderato la quiete. Morta suicida.

 

 

Stare non è esistere in giapponese. Nel quote mi sembra un miscuglio di ikiru con aru e iru, ma questi ultimi due indicano uno stato e comunque non capisco bene il motivo del tutto dato che io stesso ho parlato di escapismo, solo non in quella forma estrema.

 

E i ricordi della Luna le vengono dopo, avere un déjà-vu è un conto, l'avere cognizione della situazione un altro.

Fino all'incontro con l'imperatore si considera umana, il posto a cui far ritorno è la baracca sui monti ma dopo non può più essere così, capisce il motivo dei déjà-vu, ricorda tutto e da lì non può tornare indietro. Tra l'altro il ritorno sulla Luna in sè, nel film di Takahata ma non nel Taketori, non implica necessariamente la perdita della memoria... parrebbe che le mettano la veste per sradicarla emotivamente dalla Terra e che non ne abbia bisogno per volare, in fondo volano anche i genitori.

 

A questo proposito io leggerei anche volentieri qualcosa in più riguardo al commento qui

 

 

Non hai notato che anche se è un'altra entità, a metterle/si la veste piumata è se stessa? Lì erano tutte Kaguya.

perchè no, se così fosse non l'ho notato. Forse mi era parso che la voce del bodhi potesse essere quella di Kaguya, ma non mi ero posto il problema, anche perchè a precindere dalla voce i contenuti del discorso in sè non mi pare fossero qualcosa sulla quale Kaguya potesse davvero essere divisa.

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Beh, in giapponese 'esistere' è 'sonzai-suru', praticamente 'fare presenza' (nel senso di esserCI, sui monolingua in genere "aru koto", "iru koto").

 

E non dimenticare che il concetto di 'essere qualcuno/qualcosa' ab inizio è una forma modale dell'essere, tipo: "Gualtiero de arimasu" (cis ono come Gualitero), con il 'de arimasu' che poi diventa -> 'desu'.

 

Ma al di là di questo, è vero che prima Kaguya ha precognizioni e flash della sua 'esistenza lunare', del resto è la vita dell'anima pre-natale. Poi recupera proprio la memoria cosciente, in pratica quando è nell'inter-regno tra la vita e la morte (dopo il suicidio, prima del trapasso).

 

Sì, la selenita che mette il manto di piuma a Kaguya è doppiata dalla voce di Kaguya stessa. :-)

 

Sì, vestire il manto di piuma corrisponde alla dimenticanza. Viene detto a chiare lettere nel film, quando lei lo spiega alla madre terrestre, parlando di colei che l'aveva preceduta nel viaggio luna-terra-luna.

Modificato da Shito
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Non so, per me nel suo voler fuggire in quell'istante non è ancora conscia delle conseguenze, che comunque non sembrano implicare necessariamente il suicidio allegorico in quanto nel movie non sembra esserci una necessità fisica della veste piumata (non serve per volare). Per dire "è stato un momento di debolezza" mi pare più sensato dire "non aveva capito le conseguenze" visto che vi è un nesso di causalità tra il principe che la stringe a sè/il suo desiderio di andarsene/le sue memorie che tornano e il suicidio per essere tale deve essere consapevole. Capisce l'ineluttabilità della sua partenza (ineluttabilità che non è sconosciuta al Taketori anche prima del movie di Takahata), se ne torna tra i monti a respirare un pò di quella vita che avrebbe voluto vivere e viene riportata indietro.
 
Suicida lo sarebbe stata nel caso in cui avesse pensato di usare la veste piumata per risolvere un conflitto tra la volontà di restare e quella di fuggire, motivo per cui ho effettivamente interesse in quella risposta di Garion.

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Credo che nessun suicida, nel momento in cui si suicida, sia davvero "conscio delle conseguenze".

 

Il suicidio, per quanto premeditato, nell'istante dell'atto credo sia sempre un attimo di incoscienza - perché deroga a un istinto primordiale.

 

In questo il suicidio di Kaguya è particolarmente realistico. E quando lei lo racconta al padre, a me fa paura.

 

Chroniko, tu stai ragionando con la fabula e basta. Ma devi addentrarti nel significato allegorico degli atti. Non è che la bimba Kaguya rida felice perché ha visto fiorire il fiore di susino. O che l'effetto sonoro che Takahata ha messo in quella scena si senta realmente dentro la quarta parete - per dirne un'altra. O l'unione carnale e quindi spirituale con Sutemaru - per dirne un'altra ancora.

 

Questo film è un altro di quelli su cui non ho mai smesso di riflettere da quando l'ho visto.

 

AkiraSakura mi capirà: Takahata sembra qui più che mai inneggiare a una vita umana "animale", ma sembra così distante dalla vita umana "reanimalizzata" di cui Kojeve.

 

Che ne pensi?

Modificato da Shito
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E' un uso derogatorio quello che si è fatto qui di suicidio, non mi sembra cosa a cui dover girare tanto attorno. A riguardo di cosa ne penso, posso ispirarmi a questo
 

Nata perché, nella quiete, aveva desiderato il turbamento - un'anima fatta nascere incarnata per punizione.

Morta perché, non reggendo al turbamento, ha desiderato la quiete. Morta suicida.

per metterla così: penso che Kaguya sia dovuta morire come essere divino per nascere come essere umano e che sia dovuta morire come essere umano per rinascere come essere divino, che l'ineluttabilità della sua partenza stia nella convivenza impossibile delle due nature. E' per questo che il suo ritorno non è questione di volontà, anche se non vuole non può e quindi non cerca di combattere come il padre e non cerca di scappare come vorrebbe Sutemaru. Ed è qui che vedo la coerenza tra il racconto e il film di Takahata, pur essendo comunque le due cose differenti.
 
 

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A me sembra che, non so perché, tu stia sovraimponendo una tua lettura a tutto. A partire  dall'idea che in 'suicidio' ci sia qualcosa di 'derogatorio' in senso assoluto. Credo che per Takahata forse ci sia, e sicuramente Kaguya nel film s'è pentita alla grande, ma non è che la cosa sia insita nella parola.

 

Inoltre, lo slogan del film, ti ricordo, è "Il perpetrato delitto e la pena di una principessa". Nota: "delitto e pena" come nel romanzo di Dostojevski "Il delitto e la pena", tristemente noto da noi come "Delitto e castigo" perché dapprima tradotto dal francese, laddove l'autore russo intendeva citare Cesare Beccaria.

 

Ancora, Kaguya dice:

 

Aah, adesso sì che lo capisco… il sentimento di quella persona…! E poi anche perché, io che anelavo a questa terra proibita… come punizione sono stata precipitata in nessun altro luogo che questa terra!

 

Che mi pare francamente molto chiaro.

 

Come esprime la selenita, per l'etica "lunare" -ovvero della Terra Pura- ogni passione, turbamento o sentimento... è una scoria. E' lordura da cui mondarsi. La vita terrena essa stessa è scoria. Quindi, la punizione per un anima (sulla Luna) che ha osato desiderare quel tipo di esperienza è proprio concedergliela. Credo che Takahata desti proprio ogni forma di atarassia, figurarsi trascendente. Quindi forse detesta ogni tipo di buddhismo, figurarsi quello amidista.

 

Da un punto di vista lunare, il delitto di Kaguya è avere desiderato la vita. La pena è vivere.

 

Dal punto di vista terrestre, il delitto di Kaguya è avere desiderato la morte (il non-essere). La pena è morire.

 

Di mezzo a questi due paradigmi, non a caso, c'è la vita della corte Heian, che in un modo molto 'giapponese' fa del formalismo, dell'estetica, una forma di 'pseudo-essere'. Come fare dell'ontologico l'ontico. Kaguya rifiuta con veemenza questo, quando alla cerimonia per la sua nominazione "le sembra proprio come se non ci fosse". In quel paradigma, la sua appercezione di esistenza vacilla. Quindi impazzisce e scappa sui monti. Ma lì la vita è "sospesa", nel ciclo delle stagioni che Kaguya ancora non conosce. Al ché, anche Kaguya decide di 'sospendere' la sua vita, e si fa il suo bozzolo di freddezza e finzione. Ma questo la condurrà a una vita ancora più fasulla di quella vita cortese che spregiava, e come risultato il pentimento sarà totale.

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