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Il rispetto delle regole interne (o coerenza) nei manga/anime


Marko

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Quanto conta, per voi, il rispetto delle regole interne (o coerenza) di un manga/anime?

Secondo me è importantissima, e anzi la credibilità che ne consegue è uno dei fattori principali per il successo di una storia, specie se lunga e complessa.

 

Recentemente mi è capitato di rileggere Sky High, il magnifico manga di Tsutomu Takahashi. Questa seconda rilettura mi ha coinvolto tanto da spingermi alla ricerca del dorama e del film, in una vera e propria "fame di Sky High". Grazie al rotolo croccante ho trovato gli episodi 1x8, 1x9 e 1x10 del dorama che ripercorrono l'ultima storia del manga, ovvero la più lunga, articolata, ben sceneggiata, commovente ma anche pungente "ministoria" dell'intera opera. Come sicuramente saprete, il mondo di Sky High si regge su delle particolari regole che coordinano il rapporto tra vita terrena e al di là, e negli episodi del dorama - che pure hanno apportato qualche lieve modifica all'originale - ho ritrovato - nonostante il ridotto budget - un grande rispetto per le regole precise e coerenti scritte da Takahashi, e il risultato è una trilogia di episodi secondo me di eccellente fattura, credibile, commovente e molto coinvolgente.

Il film, invece, forte (probabilmente) di un budget ben superiore a cui è corrisposta un'analoga arroganza, ha letteralmente calpestato il poetico e crudo mondo di Takahashi riscrivendolo completamente, mantenendo gli elementi di facciata ma facendo implodere la sostanza. Il risultato, nonostante gli effetti speciali, i combattimenti, la love story (che comunque ho apprezzato, vista anche l'ottima interpretazione) ecc. è una storia senza né capo né coda, in cui tutti i personaggi agiscono come più piace a loro perché ognuno di essi ha la capacità di scrivere le proprie regole, morendo, resuscitando, uccidendo i morti (!?), come se recitassero in film paralleli anziché nel medesimo, in ottemperanza a una sceneggiatura che fa invidia a una groviera.

 

Un altro esempio di opera che si autodistrugge per colpa della totale mancanza di coerenza è, ad esempio, Angel Sanctuary. Ovviamente un manga/anime può piacere o no, ma credo sia indiscusso il fatto che AS sembrava un'opera assolutamente promettente per il suo genere. L'inizio, a mio avviso di rara bellezza, deteneva tutte le caratteristiche necessarie a renderlo grande, e penso che non a caso sia stato proprio l'inizio l'unica parte trasposta in anime (e che ha sicuramente spinto le vendite del fumetto). Ma ecco che dopo, tra miliardi di personaggi, regole che vengono create e il momento dopo calpestate e ignorate, la credibilità della storia raggiunge livelli a dir poco infimi.

 

Un Death Note, invece, può piacere o no, può essere ritenuto verosimile o no, ma è oggettivo il fatto che abbia mantenuto (come anche la sua "autrice" ha affermato), a partire dalle regole poste in origine, una coerenza interna come è difficilissimo vederla in opere dalla trama complessa. Questo ha sicuramente contribuito al suo enorme successo, e difficilmente avremmo avuto tanti fan di DN se la storia si fosse autodistrutta tra decine di Kira, decine di quaderni e regole inventate e cancellate come accade in Angel Sanctuary.

 

Un altro esempio caro a questo forum è il contrasto Gunbuster/Diebuster.

Gunbuster è un'opera ambiziosa che ha introdotto (con le dovute licenze poetiche del caso) elementi della fisica nell'animazione. Il rispetto delle regole - scientifiche e non - che l'anime stesso si è posto, e quindi la sua coerenza, grazie all'abilità dei suoi creatori è riuscita a mescolarsi perfettamente con i temi cari alla Gainax quali la rivalità, la consapevolezza di se stesso del singolo, ecc. creando un anime che ancora oggi ricordiamo.

Diebuster, al contrario, anche se sappiamo avere uno stile differente e un metodo comunicativo più moderno e alternativo, a prescindere da ciò che è riuscito a trasmettere a ognuno non è riuscito a salvare la facciata, l'apparenza, perché la sua veste scientifica o presunta tale è senza né capo né coda, con mostri, armi, "salvatori del pianeta" inverosimili e non convincenti. Attenzione, io non sto facendo il processo alle intenzioni: non voglio assolutamente dire che i creatori di Diebuster abbiano fallito nel creare un anime coerente, perché sicuramente non era nemmeno il loro obiettivo. Ma è indubbio che a uno spettatore che cerca una forma adeguata, nonostante la sostanza, Diebuster faccia storcere il naso, perché la consapevolezza che "ci si può aspettare di tutto, perché tanto non esistono regole" cozzi fortemente con un'opera il cui inizio appariva invece credibile e ambizioso.

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Giusto dire che in Diebuster non si sono prefissati di seguire delel regole fisiche, però allora non avrebbero dovuto collegarlo a Gunbuster.

Questo lo rende veremente incosistente, fosse stato a se stante, sarebbe stato più credibile, persino per Shiuggi. :sisi:

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Anche per me le regole, quelle che un autore pone alle sue opere, sono fondamentali.

 

Fanno la differenza tra una storia e un accozzaglia di situazioni di vario genere.

 

Il raccontare e' anche cio' che non viene espressamente scritto volta per volta; ponendo ad esempio un personaggio che sia eternamente insicuro, se questi viene posto davanti ad un bivio stradale, non scegliera' e probabilmente si blocchera', delegando a qualche evento esterno (qualcuno che decide per lui, una moneta, un 'segno' particolare) la scelta della strada.

MA l'autore gia' da molto prima ha fatto sapere al lettore, delineando delle 'regole' di comportamento, che QUEL personaggio si sarebbe comportato cosi', che ci si doveva aspettare che si comportasse cosi', e' parte del 'patto' non scritto tra autore e lettore che indica dei punti precisi che NON verranno stravolti o disattesi; lasciando nel contempo iniziativa all'autore stesso di fare dei voli pindarici su altri fronti; ad esempio col personaggio di prima, un lettore avrebbe piu' da ridire o da restare perplesso se, stante e conoscendo il personaggio fino a quel momento, tale personaggio se ne fregasse del bivio ed andasse senza problemi a destra, rispetto a far luccicare 'casualmente' una moneta nei paraggi del sentiero a destra, motivo per il quale decide di prendere quella direzione. Chi ce l'ha messa quella moneta? E' una domanda che non genera profondi dubbi, perche' il rispetto di regole dichiarate dall'autore stesso fa' seguire bene la vicenda al lettore, e queste soprattutto diventano i pilastri della sospensione dell'incredulita'. Mentre invece il far andare senza problemi il personaggio a destra, farebbe piantare li' l'attenzione del lettore; puo' realmente accadere qualunque cosa, non seguo piu' la vicenda dando credito all'autore.

 

Anche per un motivo di coinvolgimento; io, poiche' l'autore mi ha fatto conoscere bene il personaggio e so come si comporterebbe, quale direzione avrei preso e per quale ragione al posto del personaggio?

 

Alla fine poi le 'regole' esistono in qualunque tipo di scritto, di storia, di racconto, e altro non sono che punti fermi che l'autore stesso indica.

Perche' qualcuno dovrebbe seguire cio' che scriviamo, se quelli che sono indicati da noi stessi come punti importanti e di 'rivoluzione' dell'asse della vicenda, mostriamo essere invece del tutto inutili?

 

Certo, ad esempio esistono i macguffin, spunti 'interni' e non esplicitati nella narrazione, ma anche questi in se' assumono importanza e non sono facilmente negabili.

 

Cosi' come esistono falsi spunti, false strade, ma anche queste per essere in qualche modo credibili hanno bisogno di costruzione e di coerenza.

 

Le favole stesse, perche', forse a qualcuno questo sembrera' strano, i racconti per bambini sono i piu' difficili da raccontare in quanto hanno necessita' di fortissima coerenza interna ed esterna, in quanto cio' che magari per lettori piu' scafati puo' essere una citazione, un artificio, un vezzo autoriale, per i bambini sono solamente 'non sense' o 'buchi'... le favole stesse per l'appunto, nonostante l'apparente semplicita' del 'target' (che non e' tale) hanno una forte coerenza, anche per forti assonanze o riferimenti didattici.

 

Quando si racconta una storia che non ha coerenza o segue in qualche modo importante delle regole interne, si realizza un divertissment personale, che sicuramente a piu' di qualcuno piacera', com'e' nella natura delle cose.

Nel quale la fruizione non e' piu' importante che si espliciti esternamente, cio' che conta e' la realizzazione di un insieme di assonanze e dissonanze atte in qualche modo a ricostruire almeno all'apparenza le sembianze di una struttura narrativa, ma che siano soprattutto piegate e distorte ad uso e consumo di una visione affatto personale, che e' tutto quello che l'autore in quel caso intende rappresentare.

 

Una storia, una vicenda, per poter beneficiare di un minimo di sospensione dell'incredulita' ha bisogno dei pilastri di regole interne ed esterne, dotate di forte coerenza e di difficile mutevolezza, raggiungibile solo con un percorso altrettanto coerente, e spesso in qualche modo 'stridente' e 'doloroso' con la volonta' dei personaggi che 'vivono' in essa.

 

Tutto il resto, gettato in un malestrom di intangibile mutevolezza, spessissime volte ha quel sentore di istanza minimalista che 'si attacca' a pelle all'ossatura delle intenzioni dell'autore. Dove poi tali istanze sono estese, magari con forti estensioni mediali di natura spettacolare, il tutto muta in un giocattolo ad uso e consumo dell'autore.

 

Che sono piu' che certo trovera' qualcuno che giochi con lui al SUO giocattolo.

 

Io preferisco passare il mio tempo in altro modo, che non ringalluzzendo il suo ego ;)

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Ogni opera narrativa stabilisce da sola (e autonomamente) i confini della 'coerenza interna' sufficente/necessaria al mantenimento della sospensione di incredulità narrativa.

 

Ciò significa che ogni opera, intrinsecamente, mostra una propra 'importanza' di rispetto delle regole di coerenza interna alla narrazione. :)

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E magari ogni cosa realizzata dall'essere umano e' un'opera d'arte, come soleva sostenere un vecchio adagio  o:)

 

 

Io continuo a non comprendere il *perchè* rifiutare l'esistenza di modi per realizzare le cose al di la' della solita solfa dell"opera d'arte" che in se acquisisce ogni autogiustificazione per la propria esistenza, soltanto in quanto tale.

 

Gia' il fatto comunque di accennare alla suspension of disbelief e' un riferimento ad un certo modo di considerare e categoricizzare i contenuti.

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Non freintendermi, Shuji, non dico che ogni opera sia perfetta in sé in quanto esistente.

 

Capita talvolta che un'opera setti autonomamente le proprie regole -e l'equilibrio della propria importanza- e poi NON le rispetti. E' un'opera che 'non funziona', e lo si vedrà in massima parte. Analizzando si potrà modellizzarare a posteriori per enuclearne il perché, ma non funziona.

 

Piuttosto che fare una disanima su modellizzazioni tipicamente anglicizzanti (ah! la scientifizzazione dell'umanesimo!), potremmo piuttosto dire con un po' di psicanalisi e sociologia inversa che tipicamente la 'perfezione formale' è cruciale per l'autore giovane e il lettore giovane, insomma per la mente giovane (non dico anagraficamente), che forse in maniera idealistica ancora pensa di 'rendere perfetta la sua rappresenzazione' (c'è un o' di Schopy, qui). Al contrario, il lettore o narrazione anziano ritorna più sulla mente del poeta ingenuo (dico, come si diceva di Goethe, non di romantichetti random), che della coerenza se ne frega ed è un 'tutto significato' NEL sentimento narrato.

 

Forse. Sono cose su cui sto ancora pensando.

 

Certo Nausicaa ha le sue regole, come Terramare (by LeGuin), mentre Howl o Ponyo se ne fregano. Come Wagner. :)

 

PS solo per Shuji:

No, dai, non sono proprio io uomo da dire "tutto l'umano è arte, arte è tutto l'umano", né in produzione né in lettura. Ma tra la giusta necessità ermeneutica sensibile (non è un ossimoro) e l'ipercritica che tende a divenire ragion d'essere a sé stessa nella modelizzazione sterile (non mi riferisco strettamente a te), a mio avviso passano buon senso e percezione viva. Il resto è accademia morta. I M H O

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E' grave se non capisco di che discutano i 2 capoccioni qua? :D

 

Comunque la coerenza è SEMPRE importante. Cioè, se uno mi dice di essere LOLSORANDOM, per usare terminologia in voga, deve restarlo tale come o quasi come un'opera di hard sci-fi debba restare tale e tenersi le sue impostazioni di attenzione al realismo.

Ecco... forse era questo il difetto di Kemeko DX, te faceva ridere tutto il tempo poi salta fuori che c'era una storia "vera" dietro...

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e' prova di coerenza interna anche la completa assenza della stessa, poiche' e' coerente con sé nella mancanza di coerenza(tipo Lamu o Bastard!!).

 

il problema e' quando vi e' una coerenza interna che viene infranta, QUELLA e' mancanza di coerenza(tipo, non so, Saint Seiya).

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Mi preoccupo perché ogni tanto li capisco, forse sono rimbecillito  :ph34r:


Allora siamo in due, e forse io più di te perché temo di aver capito tutto quanto  :fear:

Per il resto concordo con "Dildao"  :rotfl: si può anche essere coerentemente incoerenti se questa è l'impostazione che si è voluta dare a tutta l'opera, però se invece hai deciso che delle regole ci devono essere le devi rispettare salvo trovare dei ben precisi motivi per infrangerle. Mi viene in mente la legge delo scambio equivalente di FMA che all'inizio viene presentata come una verità assoluta poi invece la si mette in discussione ma ci sta tutto un ragionamento dietro a sua volta coerente non è che a un certo punto decidono di dimenticarsene semplicemente perché gli fa comodo.

Comunque per me i CdZ sono perfettamente coerenti, infatti rispondono perfettamente alla legge fondamentale per cui "contro le raccomandazioni divine non ce la fa manco Gundam"  :lolla:
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Te vuoi far parlare Shito dei Santi per far venire i travasi di bile ai mitologici volatili che lurkano in queste lande, confessa! :lolla:
io? assolutamente SI:D
ma c'e' verita' in quel che dico... per fare un esempio di coerenza di mancanza di coerenza, G-Gundam.
Fan quello che gli pare, compresi i bunshin solidi che ti picchiano, ma non han mai detto che non si poteva, quindi e' coerente anche quando usano l'Ammmmore per fare buchi a forma di cuore
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Per tutti: "modellizzazioni tipicamente anglicizzanti".

 

Avrei potuto scrivere anche "filostatunitensi" ma sarei stato un po' ingiusto dal pdv storico, e quindi ho allargato all'area lingustica estesa.

 

Avete letto che ho citato la "sospensione di incredulità", che è un canone piuttosto sensato a riguardo dell'oggetto in esame, messo in piazza da Mark0. Ciò che Mark0 si chiede è oggetto di studio, analisi e modellizzazione da parte dell'accademia diciamo linguistica da molto tempo, e in modi più o meno specifici.

 

Chiaramente Manzoni ha parlato di cose analoghe, e ha tracciato teorie e modelli.

 

Ma in tempi più recenti, la 'tecnica narrativa', specie più 'moderna' (fumetto incluso) è stata assai indagata e modellizzata dagli inglesi. Per esempio, Shuji ha ri-citato la mia citata "sospensione di incredulità" con il termine di matrice originaria -anglofona- "suspension of disbilief".

 

Vedete, gli inglesi sono per tradizione empiristi. Significa: tendenzialmente gretti. Indi modellizano tutto. "Life for dummies", "How to be happy in life for dummies", tutto viene modellizzato secondo una logica statistica, sociostatistica o quel che l'è, dai modelli di mercato a quelli produttivi e sociali. Io non sono un autoingannato socialista alla Miyazaki, per carità (significa: si crede un massimalista della libertà a tutti, ma è di fatto un autarca imperialista, ovvero fascista vero), però almeno ad alto livello il modello ha il suo limite, imho. Anche in tecnica letteraria, linguistica, o persino fumettistica -indi- gli inglesi e gli americani hanno prodotto molta meta-pseudo-letteratura modellizzante. Un nome per tutto: leggi questo manuale tecnomistico e conoscerai i 'segreti' dello 'scrivere'. Wow.

 

Tornando indi alla Suspension of Disbilief, anche io l'avevo conosciuta così, quando la incontrai insieme a tanti schemi e modelli pensati da altri: come scorre il tempo della narrazione, come passa tra un baloon e l'altro, tante cose. Inevitabilmente per gli esseri umani analizzare le cose significa ordinarle, ovvero categorizzarle: contenitori e etichette, ovvero modelli e nomi.

 

Siccome il tema della suspension of disbilief mi convinse, lo feci mio. A questo serve studiare, no? Altrimenti ciascuno dovrebbe 'ripensare da solo' quello che l'umanità ha già pensato nel corso della sua storia, e ripartendo sempre da zero non si progredirebbe mai. Lo studio è il privilegio di poter beneficiare della memoria storica, ovvero del pensiero pregresso, dei nostri simili. Ripartire da dove altri sono arrivari. Il difficile, credo, sta solo nel sapersi affaciare al pensiero altrui con seria considerazione, ma pure con la cognizione che il pensiero altrui -per quanto creditato- non sia assoluto. Come non lo è il mio.

 

Per questo in genere non sono un fan delle modellizzazzioni accademiche assolute. Anche se io stesso parlo di sospensione di incredulità riferendomi al tema introdotto da Mark0, non credo che la sospensione di incredulità "esista". E' solo un modo che qualcuno ha pensato, e che io ho trovato funzionale, per esprimermi. Altri potranno dire che è un'idiozia. E magari convincermi che lo sia. Dirò che hanno ragione loro e smetterò di usare quel concetto, eventualmente. :)

 

Il mio assoluto esiste nella cognizione di fondo dell'assolutà relatività, ecco.

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Te vuoi far parlare Shito dei Santi per far venire i travasi di bile ai mitologici volatili che lurkano in queste lande, confessa! :lolla:
io? assolutamente SI:D


Genio del male :lolla::lolla::lolla:

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Chiaramente Manzoni ha parlato di cose analoghe, e ha tracciato teorie e modelli


Non è il mio ambito di studi/conoscenze, però venendo un po' più sul moderno dovrebbe esserci anche la teoria del "quarto muro" di Brecht correlata all'ambito della "suspension of desbielief". Spero non aver detto una vaccata e aver contribuito alla discussione ;)
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Tutto questo mi sembra avere relativamente poca logica (E vabbuò :P ) ma soprattutto, non rispondere affatto alla domanda che mi pareva l'OP avesse posto, Gualtiero.


Scusa, era un po' OT per rispondere a chi implicitamente mi chiedeva di cosa stessi parlando / cosa stessi dicendo nelle due precedenti risposte, più in-topic (soprattutto la prima, direi, che in fondo esauriva il mio pdv sulla questione posta).
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Non è il mio ambito di studi/conoscenze, però venendo un po' più sul moderno dovrebbe esserci anche la teoria del "quarto muro" di Brecht correlata all'ambito della "suspension of desbielief". Spero non aver detto una vaccata e aver contribuito alla discussione ;)

la Quarta Parete statunitense e' stata uccisa da She-Hulk, Deadpool e Squirrel Girl.
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Per questo in genere non sono un fan delle modellizzazzioni accademiche assolute. Anche se io stesso parlo di sospensione di incredulità riferendomi al tema introdotto da Mark0, non credo che la sospensione di incredulità "esista". E' solo un modo che qualcuno ha pensato, e che io ho trovato funzionale, per esprimermi. Altri potranno dire che è un'idiozia. E magari convincermi che lo sia. Dirò che hanno ragione loro e smetterò di usare quel concetto, eventualmente. :)



Il mio assoluto esiste nella cognizione di fondo dell'assolutà relatività, ecco.


Sai, a mio avviso c'e' un lato singolare in quanto affermi.
Ossia, che in qualche modo esista una specie di 'iperuranio' astratto e costruito in modo artificioso, slegato in qualche modo relativo dalla realta', mentre di converso esiste la realta' che puo' scorrere e defluire nella vita al di la' di esso.

Mi spiego.
La sospensione dell'incredulita'.
Come si diceva e' la codificazione di un concetto in una frase, come spesso ed abitualmente in qualunque linguaggio siamo soliti fare con i termini piu' o meno composti o derivativi. Ad esempio, "psicologia" deriva in qualche modo da psyche e logos, ed etimologicamente inqualche modo studio dello spirito. La stessa storia del termine ha cambi concettuali differenti, seppur in modo relativo, ma comunemente noi adoperiamo la parola psicologia, senza problemi. Se alcuni lo adoperano come 'paravento' anche per realizzarne una serie animata, significa che da mera codificazione concettuale pure abbastanza specializzata e' diventata di uso abbastanza comune.

Ora, riprendiamo la sospensione dell'incredulita', che roba e'?

Molto semplicemente, qualcuno qua dentro puo' dire di credere realmente o che esistano realmente personaggi come dokurochan? O di un tipo fatto di gomma che combatte con uno che diventa di fumo? Nelle serie di telefilm, ove si parli di vampiri e demoni vari?

Noi SAPPIAMO che tutte queste sono frottole.
Ciononostante ne seguiamo le storie, perche'?
Semplicemente 'sospendiamo' in qualche modo il normale giudizio, e diamo corda all'autore o alla storia che vede partecipare dokurochan, vampiri o alligatori parlanti o meno, anche se ben sappiamo che sono frottole.

In QUEL momento, una storia funziona, un racconto funziona, e non perche' siamo in uno stato di temporanea infermita' mentale (tale stato e' a tutti gli effetti al massimo proprio degli autori) ma semplicemente perche' operiamo la SCELTA NON di credere a cio' che vediamo o leggiamo, ma di SOSPENDERE il giudizio, semplicemente poi seguendo quanto accade.

Ora, questo, come *tutti* i concetti che si pretenderebbero in qualche modo 'immanenti' in quanto elaborazioni accademiche, non sono tali, in quanto non sono teorie elaborate in qualche asettico laboratorio su cavie di varia natura, MA sono frutto della mera comprensione della realta' effettiva delle cose, piu' che altro elaborazioni concettuali di pratoche consuetudinarie acquiste e reiterate nel tempo.

Perche' quindi pensare ad una qualche 'separazione' tra 'accademia' e 'realta', per questi argomenti, se i termini e i concetti adoperati altro non sono che frutto della elaborazione concettuale della realta' stessa, in modo che ne diventino mera codifica?

Chi ha studiato la narrazione non l'ha fatto su basi ideali, ma sulla base delle consuetudini reali, delle rappresentazioni della realta' come appaiono da racconti e narrazioni varie.

Quando McKee, come praticamente la quasi totalita' degli sceneggiatori americani, riprendono la struttura aristotelica in 3 atti, non lo fa per sforzo iperuranico, (nonostante tal termine non sia ora nettamente espunto da un contesto filosoficamente inteso) ma per mera osservazione della realta'.

Cosi' come a 27 minuti dall'inizio di taxi Driver una prosituta minorenne, iris, entra nel taxi di Travis, per poi dopo ecco che sempre Travis, vista la ragazza ributtata in strada dal protettore, in lui viene acceso il desiderio di salvarla. E nel film lo Squalo, Benchley inizia il film con una bagnante divorata e lo sceriffo che ne copre il corpo.
Questi due esempi sempre McKee li chiama Eventi Dinamici; semplicemente cio' che da' origine all'azione del film.
E' un termine accademico? No, in quanto, per una scuola di sceneggiatura (e non solo direi) e' frutto di mera osservazione ed esperienza, cosi' come il *dove* porre tale evento e' frutto di altrettanta esperienza concreta e di natura fortemente pragmatica.

Dove sta la 'separazione' tra iperuranio e realta' in tutto cio'? Perche' parlare di 'accademia' quando si tratta solamente di esperienza codificata e di non astratti nozionismi?

Certo, chiunque (ma questo vale veramente per ogni disciplina umana) prenda un manuale di medicina e pretenda di essere un medico, sbaglia nella grossa.

Posso quindi pensare ad una separazione tra accademia/istintivita' latente e immanente artisticamente orientata nella realta' alla "Emile", alla fine, solo quando vi sia un tentativo di associare in modo fittizio delle codificazioni frutto di esperienza neanche per mera mimesi ma soprattutto per suggestione o pretese autoriali scevre dalla realta' nelle quali e dalle quali dovrebbero avere adeguato supporto. Questo e' un discorso che posso condividere, quello cioe' di una relativa 'mitizzazione' della codificazione stessa, ma tale codificazione, essendo frutto di esperienza concreta elaborata in sintesi, non appartiene alla 'accademia' o ad un iperuranio invadente nella sua immanenza da rifuggire in quanto tale, ma alla vita concreta delle cose e nello specifico della narrazione e dell'arte.

E in quanto tale consente di avere presenti tutta una serie di elementi che sicuramente si sarebbero incontrati ma senza nome e senza l'esperienza codificata dietro tal nome o dietro una frase che la rappresenti.

Come ad esempio se totalmente all'oscuro di tale bagaglio di esperienza gia' avuta in passato da altri, mi venisse voglia di scrivere un racconto che prima vada indietro nel tempo mostrando taluni aspetti di un personaggio, per poi andare avanti rispetto alla situazione attuale, e mi fermassi a pensare e ripensare sull'espediente, magari mai avendo sentito parlare di analessi o di prolessi.

Oppure "se mi mettessi semplicemente a scrivere cio' che man mano mi passa per la testa che razza di tastiera con la lettera r mezza consunta pero' fa caldo nonostante il cattivo tempo e pero' quel libro sull'Ulisse devo leggerlo meglio", magari capendo un po' meglio come adoperare un flusso di coscienza.

Tutte le cose hanno un nome, chiunque faccia o studi musica SA i termini e le tecniche. Misteriosamente l'unica (in assoluto) "cosa umana" che non ha bisogno di studi o che questi siano inutili o immanenti nell'iperuranio, e' la scrittura. Qualche forma di espressione ha nella codifica data dall'esperienza pregressa la possibilita' di far migliorare costantemente chi si avvicini, senza indurlo a sbattere il naso, magari pensando alla "scrittura automatica" e parlando di "flussi di coscienza"; tutto tempo utilizzabile meglio per imparare e migliorare nello specifico argomento e non inseguendolo nella nebbia o magari vedendo le ombre delle proprie intenzioni dal fondo di una grotta.

Se quindi scrivo l'espressione 'aringhe rosse' (red herrings), vado a parlare di quando, nel medioevo, i bracconieri se la svignavano con le loro prede attaverso le foreste si trascinavano dietro un pesce , un'aringa rossa, per confondre i cani da caccia del padrone del castello. E ne parlo in relazione alla rappresentazione, in un antefatto qualunque, di eventi passati di un personaggio o dell'ambiente, stimolando la curiosita' con accenni o indizi di verita', per poi pero' tenere il ettore intenzionalmente al 'buio', fornendo, per l'appunto delle fuorvianti 'aringhe rosse'.

Curiosamente poi ad esempio della aringhe rosse possono portare all'ignoratio elenchi e al discorso 'fallacie'.

C'e' un universo di esperienza la' fuori, perche' pensare che lo sia in modo esteriore o immanente nei cieli? ;)

Per quanto poi riguarda, tornandoci, alla domanda; ribadisco, la coerenza in una storia e' cio' che non stranisce, favorisce l'immedesimazione e la sospensione dell'incredulita'. Questo ed altro, altro (sic) non fanno che far funzionare o meno una storia o un racconto. La coerenza quindi rappresenta il pilastro fondante perche' una storia funzioni e perche' la gente *voglia* seguirla, nonostante l'irrealta' della situazione illustrata.
Poi dipende anche dall'estensione della storia o della vicenda narrata; seppur squisitamente impossibili, le storie dei vari 'Twilight Zone' si basano suna certa coerenza interna, ma che piu' che un pilastro e' una tenda teatrale; dovendo durare piu' di quanto era previsto dall'autore come 'corto', mostrerebbe la propria incoerenza; dall'altro canto e' inutile per un racconto breve una coerenza estrema, basta che regga fino alla fine del racconto stesso.
Per una serie tv la coerenza e' piu' che fondamentale, per via della propria estensione temporale, cosi' per via del fatto che spesso accade che cambi direzione o script tra  vari episodi, quindi non essendoci 'pilastri' si tenderebbe a porre episodio per episodio delle 'pezze' che cadono ad ogni folata di vento pur minima o insignificante, come una banalissima domanda che possa venire in mente "ma perche' se ha usato quella tecnica in quel modo, ora la adopera in altro modo"?

Alla fine il raccontare stesso e' mimesi della elaborazione di esperienze, rielaborate a vario titolo; essere quindi selettivi a vari livelli con anche esperienze significativamente formative, significa precludersi magari proprio la strada che possa condurre all'obiettivo pensato od agognato. Come per l'appunto l'evitare quelle esperienze prima codificate in termini solo apparentemente curiosi o accademici.


Un certo regista ha fatto un film basandosi su una mera tecnica, frutto di esperienza sulla macchina di presa; era "Effetto notte".

Non ogni 'accademia' vien per nuocere ;)
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