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Il cinema di Takahata Isao

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Per parlare di Takahata, partiamo dalla fine. Ovvero, da una mia 'fine'. Partiamo da Yamada-kun, l'ultimo film Ghibli su cui mi sono trovato a lavorare, e l'ultimo film Ghibli cheuscirà in italiano.

 

Per stare in tema, apro con un haiku:

 

Era d'invero
tra le strade ingrigite
pioveva fine

 

-Shitarello

(nota: provate a leggere 'fine' come sostantivo - complemento oggetto, non come avverbio.)

 

Dunque, chissà quanti di voi hanno già visto questo film? Forse tra di voi ci sono persone molto più svelte di me. Dico di cervello. Io sono tardo. Per capire qualcosa, per capirlo a un buon livello di profondità, mi ci vuole tanto tempo. Ci sono persone che vedono un film e alla prima visione colgono un sacco di cose. Ma di mio non sono così, perché sono tardo. Quindi per arrivare nel profondo di un film mi ci vuole tanto tempo, tante visioni.

Ootsuka Yasuo sostiene che finché non disegna una cosa, non capisce a fondo come sia fatta. Dice che solo dopo che l'ha disegnata, dopo 'essersela messa nella mano destra', allora la capisce. Chissà se anche per Michelangelo e il corpo umano era così (invero sappiamo che lui sventrava cadaveri per capire come fosse assemlato il corpo umano, e riuscire poi a ricrearlo).

Nel mio molto più umile caso, finché non scrivo il copione di un film, analizandone così il testo parola per parola, e le immagini scena per scena, smofia per smorfia, sguardo per sguardo, non credo di arrivare a capirlo davvero. Poi non so dove dentro di me tutto il testo si vada a collocare, forse nell'area sinistra del cervello, ma di fatto solo allora sento di averlo fatto mio.

Beh, certo ci sono film più complessi, più difficili, più ricchi di altri.

Questo film in particolare non è difficile, non è complesso, è MONUMENTALE.

Alla fine delle PRIMA stesura del copione ero  in lacrime, dopo aver passato le scorse notti a pensarci e ripensarci, dopo aver passato i giorni di festa a lavorarci e lavorarci -Natale e Capodanno in casa dei vicini Yamada, davvero- ero completamente a pezzi. Non distrutto. Smontato. Non per la fatica. Per la riflessione.

 

Ora che ho finito anche di doppiarlo, ovvero di ri-crearlo nella mia lingua madre, e poi l'ho mixato (con il sempre grande Andrea Pochini), e ho scritto tutti i sottotitoli comprese tutte le canzoni, infine credo di avere capito il film. Oggi mentre ritoccavo la canzone finale mi è sembrato di averlo capito. Forse l'unico modo per vivere è arrendersi alla vita. Banale, eh?

Ma è incredibile quanto questo film colpisca, colpisca duro e colpisca nel profondo. Intendo a livello di rimettere in discussione tutta la propria vita.

Credo che Takahata abbia fatto questo film per fare due momenti in particolare: i due discorsi ai due matrimoni, in apertuira e chiusura. Azzarderei che quelli siano farina del suo sacco. Dubito fossero nell'originale, ma potrei essere smentito.

E poi, beh, le canzoni - appunto. Le collocazioni. Que sera sera aveva una traduzione giapponese, ma Takahata se l'è ritradotta da solo. E poi la scena dei purikura alla sera, con quei colori, quel tramonto.

E con ancora in testa le parole del discorso di congratulazioni nuziali di Takashi ("nella vita l'essenziale è la rassengazione!"), parte la ending "Ho smesso d'essere sola soletta".

 

La canzone finale. L'apologia della resa come vittoria e vita? Mmmh...

 

Dunque, apriamo il diaframma e pensiamo alle varie opere dell'autore.

Dunque, i film di Takahata Isao che ho profondamente analizzato sono:

Ponpoko
Kaguya-Hime
Hotaru no Haka
PoroPoro
Yamada-kun

Ovvero la totalità dei film che l'autore ha realizzato a marchio 'Ghibli'. Si noti che li ho messi nell'ordine in cui li ho affrontati.

Ora, se prendiamo soprattutto i tre centrali:

Kaguya-Hime
Hotaru no Haka
PoroPoro

mi viene da pensare e dire che il cuore di tutta, tutta l'opera (il pensiero?) di Takahata sia: NON FUGGIRE DALLA VITA.

Questa cosa è, chiaramente, davvero vibrante con Kaguya. Kaguya rifiuta e rifiuta, scappa dalla vita e trova la morte. Irrevocabilmente.

Ora, a pensarci, non è la stessissima cosa che fa Seita in La tomba delle lucciole?

Non è quanto stava facendo Taeko, prima di incontrare Toshio e risolversi con lui, in Ricordi a goccioloni?

Kaguya, Seita, Taeko non sono forse tre 'bambini viziati' che nella loro crescita rifiutano di accettare i compromessi, anche le brutture che sono parte della vita, e si fermano, restano 'morti' nella non-vita?

Mi sembra che Takahata dica: non si può ambire a una vita fatta solo di sorrisi. La vita umana è anche il pianto. Va bene anche il pianto. Bisogna gioire e soffrire perché la vita umana sta proprio in tutta quella gamma cromatica di emozioni.

Ancora, questo è detto chiaro e tondo in Kaguya: lo dice lei a Sutemaru (Anche se ti hanno picchiato non fa niente, finché si ha la percezione di essere vivi!), lo dice lei alla selenita alla fine, proprio spiattellato. Ma nella canzone finale di PoroPoro, tradotta da Takahata, c'è tutto quello stesso messaggio, preciso ed esatto.

 

Nel timore di avvilirsi…
il tuo animo non danza.

Nel timore di svegliarsi…
i tuoi sogni perdono le occasioni.

Nel rifiuto di venire rubato…
il tuo animo non si dona.

Temendo di morire…
non si riesce a vivere.

Una lunga notte…
tutta da sola.

Una strada lontana…
tutta da sola.

L’amore non arriverà mai…
quando la si pensa così.

Prova a ricordare…
d’inverno…

anche se viene
ricoperto dalla neve…

il seme, in primavera…
sotto l'alto Sole…

con l'amore,
sboccia in un fiore.


Non c'è già tutta la storia della Principessa Splendente, qui?

E ancora, edel resto, non è la stessa etica dei tanuki che Takahata esalta alla fine del film?

 

L’espressione “andare incontro alla vita”… ma non esisterà apposta per i tanuki? Non frenati né da sviluppo urbano né da incidenti stradali… spensierati e calorosamente allegri… vanno incontro alla vita facendo anche cuccioli… e poi, capitando pure a morire anzitempo.


E la stessa cosa viene in qualche modo, in maniera ancor più schietta e meno allegorica, espressa dal terribile discorso di congratulazioni nuziali di Takashi alla fine di Yamada-kun.

Al che mi viene davvero da ribadire che il cuore di tutta, tutta l'opera (il pensiero?) di Takahata sia: NON FUGGIRE DALLA VITA.

Ed è buffo, perché?

Perché questa cosa mi riporta ad Anno Hideaki e alla GAiNAX.

Quando, nei tardi '90, la GAiNAX aveva ancora un sito inglese ufficiale, c'era l'elenco delle keywords dell'azienda.

Tra queste c'era il duetto.

"Iyaaaa na kanji!" (che senzazione disgutosa)
"Nigecha dame da! (non si deve fuggiere)

E c'era la spiegazione, per cui la prima è il sentimento che si prova dinanzi a una situazione che vorremmo rifiutare, e la seconda è la risposta che ci si deve dare.

In Evangelion, la prima frase è in bocca a Touji che vede Shinji in mise femmili (mi pare accada un paio di volte, alla fine dell'episodio 8 e poi nell'episodio 9, o forse solo in questa seconda occorrenza), mentre beh, "nigecha dame da!" è proprio il tormentone di Shinji.

E mi viene da pensare che sia un po' il modo con cui una generazione prima figlia del benessere si sforza di trovare il momento della forza per crescere verso una vita adulta reale.

Già che siamo andati avanti ancora verso il rimbambimento e la demenza sociale, direi che vale la pena di rifletterci sempre più.

Sì, siamo diventati adulti. I film di Miyazaki sono massimamente film per bambini, e lui si è sempre considerato e ha sempre voluto essere un narratore per l'infanzia.

I film di Miyazaki o li si guarda con l'onesta coscienza d stare guardando dei meravigliosi film per bambini fattid a un geniale narratore per l'infanzia, tipicamente un bambinone, oppure diventano "bambinate" nel senso deteriore del termine.

Al che, vi propongo questo scambio tra Anno e Katayama dal commentario di Nausicaä, ricordandovi che Anno lavorò con Takahata proprio su La tomba delle lucciole.

 

Katayama: Il signor Takahata sorride sempre… al lavoro. Però, anche se sorride sempre,\Ni suoi occhi non ridono, fa una paura tremenda.

Anno: Lo penso anche io.

Katayama: Il signor Takahata… credo che sia l'uomo più spaventoso che abbia mai incontrato finora.

Anno:  Miya-san, invece, ride con gli occhi. Ma il signor Takahata, anche se ride, non lo fa con gli occhi.

Katayama: Che paura!

Anno: Beh, è perché il signor Takahata è un adulto. È la persona più adulta fra tutti.

Katayama: Il signor Takahata, pur essendo un adulto, sa fare gli anime ottimamente. Fa anime, ma forse per lui non lo sono.

Anno: Miya-san è un bambino, per cui sa fare anime. Ma perché il signor Takahata fa anime? La parte bambina di Takahata non si vede. Quindi, ecco… sembra che crei a sangue freddo.

Katayama: Beh, va bene anche così.


Davvero poco da altro aggiungere, eh...?

 

Si ritorna sempre ad Ejisonta.

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Per proseguire: lavorando allo special del film "I vicini Yamada", che sarà presente nel  Blu-Ray, sono rimasto davvero colpito dalla lucidità della speculazione psicologica e sociologica di Takahata Isao.

 

Questo special è davvero di una significanza mostruosa, secondo me il suo valore è ben superiore all'intero film-documentario "Il regno dei sogni e della follia".

 

Spicca a tutto tondo la psicologia autoriale di Takahata, davvero da artista, da sperimentatore del medium cinematografico e della tecnica registica.

 

Ma ancor più, spicca la sua presenza intellettuale nell'interpretazione del momento sociale giapponese.

 

Essenzialmente, l'idea di Takahata – che comincia criticando Mononoke Hime – è che tutto il "fantastico" sia male. Questo perché, secondo Takahata, il 'fantastico" tratta in genere di grandi temi, di nobili temi quali l'amicizia, l'onore, l'amore e la giustizia, ma lo fa in una maniera assai idealizzata, irrealistica, e per questo non costituisce "un buon addestramento visivo per la vita reale" (sic.) Il regista parla quindi di questa dinamica per cui, alimentati dal fantasy, le persone soprattutto giovani alimentano delle attese irrealistiche nei confronti della vita, "irrigidendosi" (sic) in una sorta di "serietà soggettiva" (sic). Ovvero, le persone sviluppano un superego intransigente ( <- questa è un'espressione mia). In questo modo, si innesca la dinamica del "mukatsuku", ovvero del rifiuto, dello schifarsi in modo riluttante dinanzi alle realtà che "non si accettano". E Takahata sostiene che poiché quella è una dinamica individuale, che non prevede un dialogo con la controparte (che, appunto, si rifiuta e e schifa), la gestione del tutto è prettamente introiettiva, individuale. Così finisce le persone gestiscono silentemente il proprio livello di 'rifiuto', finché non ce la fanno più a gestirlo e "si spezzano" (sic).

 

Ora, a parte che questo è chiaramente il contenuto di tutti i film di Takahata, insieme a un'apologia della 'semplice tolleranza, accomodamento sociale', se penso alla psicologia dell'otaku e dell'otakuzoku, ma anche ai problemi della mentalità hikikomori, o comunque delle cosiddette malattie dello "spettro dell'autismo", direi che la speculazione di Takahata è pressoché perfetta.

 

Ho molto riflettuto su questi temi tenendo a mente soprattutto la speculazione di Azuma Hiroki e Murakami Takashi (Little Boy)

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Secondo me Takahata accusando in quel modo il fantasy otaku non penetra molto nel nocciolo della questione sociologica come un Azuma, che di fatto è un otaku lui stesso, e conosce il suo mondo dall'interno, siccome l'ha vissuto - nel bene e nel male. Takahata appartiene a una generazione differente, animata ancora da quell'idealismo di sinistra tipico delle rivolte studentesche sessantottine che poco c'entra con il deperimento dei valori e degli ideali delle successive generazioni. Lui non si è mai "sporcato" veramente, ma guarda la cosa dall'esterno con un punto di vista differente - seppur lucido e brillante per una persona della sua generazione.

 

E guardacaso Hols l'aveva pensato per gli studenti universitari coinvolti nelle manifestazioni, mettendoci HIlda come una sorta di simbolo totalizzante del vero femminino, strizzando l'occhio all'emancipazione (che ovviamente è un fatto stridente con il concetto di bambola gonfiabile/simulacro tipico degli otaku).

Edited by AkiraSakura

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Dici del vero. Oggi parlavo con Garion e ci capacitavamo che mentre autori come Miyazaki e Anno e anche Oshii in qualche modo parlano 'a loro stessi e ai loro affini', quindi parlando di problemi che li vedono come parte in causa (con più o meno coscienza, si capisce), al contrario autori come Takahata o Tomino parlano distaccatamente alla società di problemi che loro vedono nella società, ma non in loro stessi.

 

Tomino fa Gundam e parla ai giovani di quelli che credere essere i problemi dei giovani - lui non essendolo più-

 

Takahata idem, si rivolge sempre a un pubblico di cui lui non si sente parte.

 

Credo che l'analisi di Takahata non sia un'analisi di 'otakugaku', ma di sociologia nazionale. In particolare, lui ha definito 'pericolosa' la parola 'mukatsuku'. Trovo sia molto interessante. Ma se penso agli ideali davvero favolistici di Osaka'70, non posso non pensare che Takahata abbia ragione. Perché Osaka'70 era SciFi e fantasticheria favolistica ancor più dei romanzi SF che in quegli anni conoscevano un boom. Osaka'70 era più "fantasy" dei DaiconIII e DaiconIV, tutto sommato. E una generazione allevata a quel genere di idealità ne è rimasta schiava, pare. Anzi, ha proliferato quel genere di fantasticheria escapista a danno delle generazioni di giovani successive.

 

Se penso all'apologia della vita sciocchina dei takuki in Ponpoko, alla fuga di Seita, alla fuga di Taeko, al rifiuto di Kagura (che è proprio schiafarsi->rifiuto->spezzarsi, mamma mia), il quadro mi sembra semplice quanto convincente.

 

Dove secondo me non hai capito molto invece è su Hilda. Ma lì potrei sbagliare io. Io vedo Hilda come la perfetta verità del dramma intrinseco della femminilità. Tipo, che so, Medea.

 

Però la tua signature incarna davvero bene il mio pensiero, differenze stilistiche a parte. XD

Edited by Shito

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Gran bel post. :)

 

 

anche Oshii in qualche modo

 

In effetti Oshii è un caso molto particolare, perché dimostra sia il distacco pragmatico di Tomino e Takahata nell'osservare dall'esterno la società - nonché la politica, mi viene in mente Patlabor - giapponese, sia l'empatia e la comprensione del fenomeno otaku, ma dall'interno, proprio come se fosse un Urashima lui stesso (si pensi a Beautiful Dreamer o The Sky Crawlers, in cui tutto è "congelato" in una dimensione egotica asettica e postmoderna sotto tutti gli aspetti). Per questo motivo Oshii per me in quanto "sociologo" ha una marcia in più rispetto ai due grandi artisti citati.

 

 

Tomino fa Gundam e parla ai giovani di quelli che credere essere i problemi dei giovani - lui non essendolo più-

 

Verissimo, per quanto concerne Gundam si vede proprio applicato ad Amuro, baby boomer otaku del suo tempo, il metodo vecchio stile degli schiaffoni in faccia e dell'esperienza della guerra, cose evidentemente provate realmente dalla generazione di Tomino. Eppure, contrariamente agli intenti del suo autore, la guerra "finta" raccontata in Gundam per la generazione successiva diventerà del puro crogiolamento in una dimensione epica fine a sé stessa, una sorta di simulacro da rappresentare come fanservice (a questo punto si capisce lo scazzo di Tomino nei confronti di Z Gundam), ben volentieri pieno zeppo di lolite ed esplosioni super dettagliate. Alla faccia dell'otaku che diventa un'uomo vivendo la guerra! :)

 

 

Credo che l'analisi di Takahata non sia un'analisi di 'otakugaku', ma di sociologia nazionale. In particolare, lui ha definito 'pericolosa' la parola 'mukatsuku'. Trovo sia molto interessante. Ma se penso agli ideali davvero favolistici di Osaka'70, non posso non pensare che Takahata abbia ragione. Perché Osaka'70 era SciFi e fantasticheria favolistica ancor più dei romanzi SF che in quegli anni conoscevano un boom. Osaka'70 era più "fantasy" dei DaiconIII e DaiconIV, tutto sommato. E una generazione allevata a quel genere di idealità ne è rimasta schiava, pare. Anzi, ha proliferato quel genere di fantasticheria escapista a danno delle generazioni di giovani successive.

 

Verissimo. E infatti la setta terroristica otaku Aum Shinrikyo era talmente schiava di quell'idealismo da diffondere Yamato (simbolo dell'escapismo della generazione di Anno) tra i suoi adepti.

 

Tuttavia secondo me la generazione successiva ad Anno, Aum e 20th Century Boys vari se n'è fregata dell'idealismo, in quanto completamente animalizzata ed interessata più che altro a immagazzinare dati "fondendosi con la macchina" in modo shinto (cosa impensabile per lo shinto di Takahata, che è proiettato verso l'esterno, verso la modernità antica del '68 e non verso l'interno "attuale"), come fa notare Karl Taro Greenfield in Babaru. Oshii invece l'aveva capito.

 

 

Dove secondo me non hai capito molto invece è su Hilda. Ma lì potrei sbagliare io. Io vedo Hilda come la perfetta verità del dramma intrinseco della femminilità. Tipo, che so, Medea.

 

In effetti hai ragione. Ciò a parer mio non toglie che Hilda nel suo contesto sia una celebrazione della donna molto coraggiosa e completa (quasi un atto d'amore del suo autore), in fondo in quegli anni uscivano film come Kanashimi no Belladonna per ovvi motivi (sebbene si rivelassero flop in quanto la società non era ancora in grado di accettarli - ma forse non lo è neanche adesso).

Edited by AkiraSakura

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E' veramente vero che la guerra raccontata diviene un estremo, brillante simulacro della proiezione escapista del lettore (fruitore) di finzione nella post-modernità. Probabilmente il legame empatico genuino tra narrato (narratore) e lettore è, in questo, viziato da una mente diciamo 'ritardata' o 'rimbambita' del lettore già adulto, ma in effetti psicologicamente infantile.

 

Se pensiamo allo status mentale del fanciullo, se proviamo a regredire con la memoria a quello stato, sicuramente noteremo che la capacità empatica del fanciullo è minima. E' per questo, credo, che la narrativa rivolta ai giovani è spesso estrema nella sua componente 'grafica'. E', insomma, pornografica. Violenza estrema, sessualità spudorata e l'insieme di queste due cose non sono che la stessa cosa. Vi è anche una inclinazione alla tragedia esasperata del sentimento. Tutto questo perché questo genere di esagerazione risuona con la sensibilità fanciullesca e adolescenziale, insieme con l'estremo uso della componente 'fantastica', ovvero 'immaginifica', ovvero 'fantasmica'.

 

Credo che la mentalità otaku, e qui mi ricollego davvero a quanto diceva Ejisonta, si 'blocchi' a quello stadio. In alcuni casi, vi regredisca. Indi dico: psiche ritardata o rimbambita.

 

Dunque, la 'guerra raccontata', anziché portare a una crescita empatica della fruzione narrativa e meta-narrativa di un testo, diviene un simulacro pornografico comodo, anzi estremo. Pensiamo ad esempio a prodotti davvero pornografici come "The Games of Thrones", palesemente la sustanzializzazione proiettiva della libido un un autore senz'altro maschio, probabilmente obeso. O pensiamo a qualsiasi tipo di ero-doujin, non fa differenza.

 

---

 

Hai ragionissima a citare la setta di Aum Shinrikyo. Mi rendo conto che per molti versi quella è stata "la religione degli otaku", perché condivideva la psicologia degli otaku di prima generazione. Delle menti che non volevano cedere all'animalizzazione della postmodernità. Era la religione di quelli che dichiarianono a Shinjuku l'inizion del Nuovo Secolo dell'Anime, se vogliamo. A una simile presa di coscienza arriva, in sostanza, tanto Murakami Takashi in "Little Boy" che Francesco Prandoni nel suo testo "Anime al Cinema" - che più e più arrivo a considerare non solo un capolavoro, ma qualcosa di fulgidamente brillante.

 

E' altresì vero che le successive generazioni di otakuzoku sono diverse. La terza/quarta - dopo la seconda si sfumano persino i confini, nel mio modello - è ormai animalizzata all'interno della bolla di originale recalcitranza all'animalizzazione. Per come la vedo io, gli attuali 'otaku' - un termine ormai giocoforza ridefinitosi, si sono 'animalizzati a modo loro', per poi venire lentamente ricmpresi nella società animalizzata essa tutta, un processo tutt'ora in atto e non compiuto. E' chiaramente una prospettiva aberrante e spaventosa. Il mondo degli adulti che trovano normale l'intrattenimento infantile. Il mondo del rimbambimento diffuso, dello 'zero sociale' tarato su un adulto rimbambito. Confesso che preferivo le idee della Aum Shinrikyo.

 

---

 

Su Hilda, hai ragione anche tu. Perché l'emancipazione della 'ragazza' Hilda si estrinseca nei confronti del fratello maggiore, quindi hai ragione. Sicuramente Hilda è un peronaggio femminile anti-oggetto. E chiaramente quella soggettività femminile contradittoria, contrastata, sofferta e sofferente non può che essere uno tsunami che spazza via la tipica oggettivazione da 'lolicon-gokko' che viene intentata non dico dalla narrativa di genere, non dico da una società nazionale, ma tendenzialmente da una intera "metà del cielo". Non che trovi la cosa del tutto errata, forse è etologicamente inevitabile. Ma la portata rivoluzionaria del personaggio resta.

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Dunque, la 'guerra raccontata', anziché portare a una crescita empatica della fruzione narrativa e meta-narrativa di un testo, diviene un simulacro pornografico comodo, anzi estremo. Pensiamo ad esempio a prodotti davvero pornografici come "The Games of Thrones", palesemente la sustanzializzazione proiettiva della libido un un autore senz'altro maschio, probabilmente obeso. O pensiamo a qualsiasi tipo di ero-doujin, non fa differenza.

 

Solo una precisazione su Games of Thrones (di cui tra l'altro si era già parlato..).

Non bisogna dimenticare di distinguere tra serie tv e romanzi, i quali Martin cominciò a scrivere oltre vent'anni fa, quando non era affatto obeso.

L'enfatizzazione di certe situazioni dei romanzi (nei quali peraltro Martin giocava proprio sugli stereotipi del genere fantasy e le sue estremizzazioni..) è una caratteristica della serie tv.

Edited by Eymerich

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mettendoci HIlda come una sorta di simbolo totalizzante del vero femminino, strizzando l'occhio all'emancipazione (che ovviamente è un fatto stridente con il concetto di bambola gonfiabile/simulacro tipico degli otaku).

 

Occhio però, perchè in barba al femminismo e alla sua precoce, se non istantanea, involuzione, Takahata ci presenta una Hilda che, pur avendo "vita eterna e potere", vedendo una ragazza che si sposa e si appresta a metter su famiglia, finisce col soffrire e provare invidia.

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Questo particolare mi era sfuggito. E' veramente difficile inquadrare Hilda, btw, è proprio come una donna vera. :)

 

 

Per come la vedo io, gli attuali 'otaku' - un termine ormai giocoforza ridefinitosi, si sono 'animalizzati a modo loro', per poi venire lentamente ricmpresi nella società animalizzata essa tutta, un processo tutt'ora in atto e non compiuto. E' chiaramente una prospettiva aberrante e spaventosa.

 

Infatti in Babaru Karl Taro Greenfield definisce la società giapponese del benessere come una società otaku nella sua interezza, puntando il dito contro tanti aspetti della postmodernità, tra i quali il sistema educativo rigido e nozionistico che favorisce la nascita di "animali accumula dati" (stessa cosa la dice anche Prandoni nello splendido libro che hai citato). La generazione di Takahata invece non aveva assaggiato ai suoi tempi gli effetti  della riforma del sistema educativo. Detto questo, sostanzialmente, se privi le persone di ideali e scopi per vivere la lasci con un vuoto dentro che va colmato con piccoli piaceri, con delle "passioni tristi", come dice Galimberti. "Gli ideali della piazza sono diventati gli ideali del salotto", nel nestro caso, si potrebbe dire "gli ideali della stanza in cui segregarsi", che paradossalmente, sono dei non-ideali, delle vogliuzze da soddisfare, da consumare per non sentirsi marci.

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E' veramente difficile inquadrare Hilda, btw, è proprio come una donna vera. :)

 

Secondo me Miyazaki ne ha ancora gli incubi, infatti. XD

 

la società giapponese del benessere come una società otaku nella sua interezza, puntando il dito contro tanti aspetti della postmodernità, tra i quali il sistema educativo rigido e nozionistico che favorisce la nascita di "animali accumula dati"

 

E' una cosa che sento molto, perché se parliamo di otakuzoku "nostrano" di mio sono nato come un ibrido tra prima e seconda generazione (in riferimento a quelle giapponesi). Da ragazzino collezionavo le VHS registrate dalla TV (togliendo la pubblicità e facendomi le cover da me), redigendo 'listini' e cose, parte mai del tutto morta in me (cfr. il mio libro sul NEO•GEO).

 

 Detto questo, sostanzialmente, se privi le persone di ideali e scopi per vivere la lasci con un vuoto dentro che va colmato con piccoli piaceri, con delle "passioni tristi", come dice Galimberti. "Gli ideali della piazza sono diventati gli ideali del salotto", nel nestro caso, si potrebbe dire "gli ideali della stanza in cui segregarsi", che paradossalmente, sono dei non-ideali, delle vogliuzze da soddisfare, da consumare per non sentirsi marci.

 

La mia convinzione è che la libertà fattuale, data dal benessere, l'emancipazione dalle "grandi narrazioni", porta con se l'obbligo dell'autodeterminazione. Ma il QI medio non cresce con il benessere, no, quindi l'autodeterminazione è una cosa che sarà sempre alla portata di pochi. Gli altri, senza grandi narrazioni da seguire, non potranno che sedarsi o impazzire.

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Gli altri, senza grandi narrazioni da seguire, non potranno che sedarsi o impazzire.

 

Takahata paradossalmente nella sua opera parla dell'autorealizzazione attraverso la vita, quella vera, e usa la finzione per lanciare il suo messaggio. E invece l'otaku di prima generazione si realizza attraverso la finzione. E' stato un salto bello grosso.

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Non credo che l'otaku (vero, di prima generazione) si 'realizzi' tramite la finzione. Sicuramente c'è quel tentativo, certo, ma siccome è un tentativo surrogato e disperato credo che più che una 'realizzazione' si intenti una mera 'proiezione'. Per intenderci, non mi sembra che Anno Hideaki si sia 'risolto' proiettandosi nelle sue finzioni - per quanto talora squisite o eccellenti. E' un gatto che si moder la coda, forse. Verrebbe da dire che la necessità di risoluzione tramite produzione di finzione proiettiva è essa stessa la certezza dell'impossibilità di risoluzione positiva. Un po' come dire: "siccome cerchi l'amore, è garantito che non potrai trovarlo". Forse "la cura" delle latenze dell'otaku dovrebbe essere di tutt'altro genere, come Takahata sembra suggerire - certo senza lambire alcuna disquisizione di otakugaku, che chiaramente non gli appartiene.

 

Comunque, se parliamo dell'uomo Takahata Isao, la sua riservatezza è proverbiale. Di certo, benché la sua idea predicata sia quella della vita per la vita, della mediocritas, per contro la sua opera, la sua condotts professionale, è connotata da un perfezionismo maniacale che ha del proverbiale e dell'impareggiabile. Questa cosa viene schiettamente nello special su Yamada-kun. Dopo aver documentato una lunga disquisizione su una minuzia di animazione in una scena, il narrato commenta "Certo che anche se uno dei temi di questo film è la "moderazione", le indicazioni registiche non erano "moderate" proprio per niente!". Lampante.

 

La chiave per comprendere Takahata Isao come uomo e come artista forse ce la fornisce Miyazaki Hayao, in quello stesso speciale. Colto in uno stato di grazia davvero notevole, forse l'onda lunga dell'essersi sgravato da Mononoke Hime, un Miyazaki lucido come non mai dice: "Penso che alla fine Pakusan sia nichilismo. A volte ho la sensazione che certe sue memorie infantili, il vagare nei campi inceneriti, lo vengano ancora a visitare nella sua mente, per condurlo verso un luogo dove un pusillanime come me non potrebbe mai giungere, indirizzato alla distruzione."

 

La sensazione che ho sempre avuto da Takahata Isao è quella di un uomo totalmente libero, totalmente vivo, perché essenzialmente vive come se fosse già morto. Credo che Takahata Isao abbia in odio qualsiasi tipo di pensiero escatologico salvifico perché, in qualche modo, vivendo come "già morto" non ha alcuna attesa, alcuna pretesa, alcuna speranza. E' la psicologica del vero ateo che non teme la morte, ovvero, se vogliamo, del vero pagano risolto. E' una cosa che sento molto vicina a me stesso, in verità. Ma potrebbe essere tutto un mio ingannarmi, si capisce.

Edited by Shito

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La sensazione che ho sempre avuto da Takahata Isao è quella di un uomo totalmente libero, totalmente vivo, perché essenzialmente vive come se fosse già morto. Credo che Takahata Isao abbia in odio qualsiasi tipo di pensiero escatologico salvifico perché, in qualche modo, vivendo come "già morto" non ha alcuna attesa, alcuna pretesa, alcuna speranza. E' la psicologica del vero ateo che non teme la morte, ovvero, se vogliamo, del vero pagano risolto.

 

Molto Taoista come descrizione. Ma in fondo, a prescindere da Tao e shinto, chi dice di si' alla vita dice di si' anche alla morte e all'annullamento.

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Questo mi fa venire in mente il discorso che Therru fa ad Arren depresso.

 

Alla fine la risoluzione dell'ultrarazionalismo maschile può essere sempre e solo nel caos femminile, che è il tempo e la vita stessa. Aby Warburg ne sapeva qualcosa - anche se c'è praticamente impazzito per metterlo a fuoco. ^^;

Edited by Shito

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Provo a riesumare questa discussione riportando due pagine del libro di Rumor su Takahata, che mi sembrano abbastanza pertinenti con quanto abbiamo scritto. Da notare che mi cita pure Greenfield e Murakami Ryu! :)

 

20160419_185311_Copia.jpg

 

20160420_083230_Copia.jpg

Edited by AkiraSakura

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Mi sembrano due passaggi interessanti.

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Just a bump for the cruel angel thesis of Anne. :-)

Edited by Shito

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E' un po' più lontano di Spoleto... :-/

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