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Visualizzazione di contenuti con la più alta reputazione 13/01/2021 in tutte le aree
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Avevo voglia di un po' di riflessioni linguistiche. In questo periodo, come sempre e più di spesso (vado a momenti) sto leggendo svariate interviste in svariate lingue a riguardo della "storia" (diciamo) di manga&anime da parte di vari autori. Questa cosa è un po' ripresa un annetto fa con il primo "lockdown" virale, ma è qualcosa che ho sempre fatto nel corso degli anni del mio lavoro in questo ambiente. Contenutisticamente, per me è molto interessante notare come alcuni tra i (pochi) autori davvero significativi nel mondo degli anime, quando parlano di quel mondo spesso finiscano a parlare di Takahata e Miyazaki e delle loro opere, anche quando non richiesti o sollecitati a farlo. Capita a Tomino Yoshiyuki, Oshii Mamoru, Anno HIdeaki soprattutto. Dopo un po' si incomincia (io incomincio) a vedere davvero una "evoluzione del genere" nella creazione di uno stile nazionale, così per il manga e così per gli anime. La cosa più interessante è notare come l'animazione abbia intessuto rapporti sempre conflittuali con il manga, perché d'altronde il primo referente era quello dell'animazione cinematografica, dove "cinema" voleva dire "arte" e "manga" voleva dire "bambinata". Questa è anche una cosa molto generazionale, dico per gli autori giapponesi, mi pare.In un modo o nell'altro, l'impossibilità tecnico-economica di fare "full animation" ha significato, in Giappone, un fare animazione sempre più vicina alla staticità drammatica dei manga (dei gekiga), usando la limited animation come una sorta di kamishibai. Questo è interessante. D'altro canto, Takahata Isao dissentiva, e riconduceva l'animazione giapponese alla traduzione degli emaki, ma è pur vero che lui è stato un regista d'animazione davvero sui generis, ma davvero sui. La narrativa animata di Tomino Yoshiyuki è pressoché agli antipodi, e del resto anche l'interesse "di animatore" di Miyazaki Hayao è lontanissimo. In un modo o nell'altro, resta che per quanto il movimento possa rendersi realistico e fluido (e molle), si pensi alla tecnica del rotoscope, alla fine un disegno è un disegno, una pipa disegnata non è una pipa, e l'animazione per quanto voglia essere "realistica" è sempre una forma di rappresentazione simbolica della realtà. Takahata la chiamava uno "pseudo-surrealismo", e ancora fatico a trovarne una definizione migliore. Interessantemente, lo stesso Miyazaki Hayao, l'amante delle "belle animazioni", dà valore alla componente simbolica, puramente ri-creativa delle animazioni stesse, secondo una logica da "manga", più che disneyana, enfatizzando la capacità individuale degli animatori giapponesi di disegnare e animare movimenti credibili con la loro pura fantasia più che "ricalcarli" dalla realtà. Nella schietta ammissione del fatto che la tecnica di animazione su cel frustra, appiattisce e normalizza la qualità espressiva del disegno su carta, cosa che poi Takahata arriverà a provare e mostrare con i suoi due ultimi lungometraggi. In ogni caso, il punto è sempre come l'animazione giapponese, i "cartoni animati giapponesi" (manga eiga / terebi manga), poi "anime", siano una cosa stilisticamente, concettualmente e contenutisticamente nata in Giappone come propaggine reinterpretativa di qualcosa che giapponese non era. Davvero il Giappone mi sembra come una terra in cui qualsiasi cosa si pianti, non importa di che provenienza fosse la semenza, poi spunta, cresce e si sviluppa come giapponese. Si parla spesso del sincretismo della cultura giapponese, ma io vedo, nell'epoca contemporanea e postmoderna ancor più, una forte capacità di ibridizzazione di tutto ciò che il Giappone riceve e in parte trattiene dall'estero. Ancora, nel mio settore specifico questo è per me molto interessante. Una cosa che è però tutta giapponese nel "mondo" di manga, anime e di qualsiasi altro prodotto culturale giapponese è la lingua, il giapponese. Il che è sinceramente ovvio, ma le cose ovvie sono spesso quelle date maggiormente per scontate, e quindi non considerate. Il giapponese si esprime come si esprime il giapponese. In ogni lingua vi è una portata culturale profonda e diffusa. Non si tratta solo delle parole. Non si tratta solo dei concetti. Si tratta soprattutto del modo in cui i concetti vengono espressi, del modo in cui le persone creano e associano i concetti, del modo in cui li esprimono. Ovviamente, vale per tute le lingue. Soggiornando in Quebec, prendendo parte a lezioni universitarie dottorali, davvero era interessante sentire, ascoltare,e poi parlare della profonda differenza interlinguistica tra il modo espositivo francese e quello inglese, riconoscendo quando – pur parlando in una delle due lingue – i concetti erano palesemente stati mentalmente partoriti nell'altra. Questo è uno dei punti che mi interessa di più. Naturalmente la lingua con cui opero maggiormente è il giapponese tradotto in italiano. La corrente voglia di semplicismo linguistico, accademicamente spesso spacciata come un'inevitabile tendenza di cosiddetta "economia linguistica", tende a ridurre le lingue vive a un mero insieme di costrutti idiomatici canonizzati. Ovviamente così non è. La lingua viva è flessibile sino al conio di nuove parole, e persino nelle logiche di conio esistono modi e maniere più o meno praticati, canonizzati, efficaci. Personalmente, io credo fortemente nell'uso estensivo della propria lingua, di tutte le sue forme e possibilità, nella resa più precisa possibile di un'altra – quando si traduce. Molto spesso, mi pare che le persone che invocano un "ipercorrettismo" della lingua di arrivo di una traduzione, nel caso la nostra, in realtà non chiedano altro che un maggiore agio fruitivo dato da una banalizzazione dei costrutti e dei termini usati. Ho notato che spesso dietro a ricerche altisonanti si nascone una banalità di pensiero pressoché disarmante. Ma come sempre, a ognuno il suo. Alla fine è inevitabile che ognuno si esprima per quello che è, sempre. Quindi un giapponese si esprime come un giapponese, e questo dovrebbe secondo me essere sensibile anche quando quel che dice fosse tradotto in italiano. Si può fare, e il risultato sarà – quando ben fatto – in un italiano corretto ma forse un po' inusuale, perché sì: è giapponese tradotto in italiano, non è italiano pensato ab initio come tale. Mentre leggevo varia articoli, in questo periodo, mi sono capitati due esempi interessanti, di due traduttori diversi, che apprezzo entrami e che qui ripropongo: https://magazine.pluschan.com/memorie-di-animage-chars-counterattack-parte-quinta/ Anno: Ci sono molte persone che non l’hanno capito, Il contrattacco di Char. Che lo giudicano dopo averlo visto una volta sola. --- Questa è una traduzione operata dal "nostro" Garion. Da un punto di vista di analisi del periodo si tratta di una segmentazione che direi molto ardita, fatta (credo inconsciamente) per spiccare il complemento della proposizione secondaria relativa, ovvero il titolo dell'opera in questione (Il contrattacco di Char). Inoltre, l'esistenza della principale è solo per rendere il soggetto (molte persone - le quali) in forma di impersonale di esistenza/presenza, che è una cosa totalmente giapponese, a livello di modo di esprimersi. Non si tratta di "calchi linguistici" o altre corbellerie simili. Si tratta di mettere l'italiano al servizio della resa di un'altra lingua, in questo caso il giapponese. Di seguito, partendo da A, propongo altre quattro rese della stessa frase fatte per "sbindolare" progressivamente il "groviglio linguistico" che è la resa in italiano di un altra lingua, avvicinandomi sempre più nella progressione alla banalità espressiva della nostra. B (Ci sono molte persone che Il contrattacco di Char non l’hanno capito. Che lo giudicano dopo averlo visto una volta sola.) In questa versione, la segmentazione della dislocazione della secondaria relativa è stata rimossa, tornando a una mera dislocazione. La secondaria è "che non hanno capito Il contrattacco di Char". Dislocando l'oggetto a SX si ottiene quindi "che Il contrattacco di Char non l’hanno capito". La prima versione, quella di Garion, riportava a DX l'oggetto ma mantenendone la ripetizione pronominale ("lo") ottenendo l'ardita segmentazione "che non l’hanno capito, Il contrattacco di Char". C (Ci sono molte persone che non hanno capito Il contrattacco di Char. E che lo giudicano dopo averlo visto una volta sola.) In questa versione ho eliminato anche la dislocazione di cui dicevo, ripotando il contenuto della secondaria relativa al semplice ordine S-V-O, tanto spesso e tanto ignorantemente sbandierato dai miei detrattori. D (Il contrattacco di Char molte persone non l'hanno capito. E lo giudicano dopo averlo visto una volta sola.) In questo caso ho eliminato la principale impersonale e ho reso la frase una singola proposizione, ma con dislocazione a SX dell'oggetto. (O-S-o-V E (Molte persone non hanno capito Il contrattacco di Char. E lo giudicano dopo averlo visto una volta sola.) Questa è la versione più semplice in assoluto, senza secondaria e senza dislocazione dell'oggetto. (S-V-O) ---- Ora, la cosa interessante non è dire, ripetendo meccanicamente un libro di grammatica e sintassi, sia esso di scuola elementare o universitario, che "l'italiano è una lingua SVO!!11!!", ma capire quale contenuto stilistico apportano tutte queste differenti versioni di resa di una frase originale espressa in giapponese. Se si capisce il giapponese, ancora più interessante è capire quale di queste versioni sia la più vicina, e quindi corretta, all'originale. La correttezza di una traduzione è la sua precisione di fedeltà all’originale, null'altro. LA correttezza della lingua d'arrivo è dato acquisito e scontato, e difatt tutte quelle cinque versioni sono scritte in italiano corretto. Personalmente, la mia preferita è la B. Quella scelta dal traduttore (Garion), ovvero la A, mi pare buona, anche se un po' troppo ardita - per me - da cui la necessità della giusta virgola a marcare la segmentazione retro-dislocativa dell'oggetto che torna a destra dopo un pronome che lo ripete. Invece C, D ed E sono per me inaccettabili: tradiscono del tutto il tono dialogico, il peso di tema e rema che fa più di tutto il modo comunicativo giapponese. Chi mi segue? Ho qui un altro esempio ancora più "ardito", di altro traduttore, il mio carissimo Yupa: https://yupa1989.wordpress.com/2020/12/19/nausicaa-della-valle-del-vento-fumetto-intervista-a-miyazaki-hayao Miyazaki: Mentre disegno storie del genere, le idee che sorgono dentro di me o anche i frammenti indefiniti, non riesco a non pensare che per me significhino qualcosa. --- Qui abbiamo una segmentazione davvero davvero ardita. La principale è tutta in fondo ("non riesco a non pensare"), questa regge una secondaria oggettiva ("che X o anche Y significhino qualcosa"), i soggetti della secondaria sono stati dislocati prima della congiunzione che introduce la secondaria stessa ("che"), e in più ci si mette un'altra secondaria preposta, ovvero una temporale ("mentre disegno storie"), e poi un complemento di limitazione della secondaria oggettiva ("per me"). Wow. Di seguito una sola versione alternativa solo un po' riorganizzata, non starò a piegare la logica di tutti i movimenti morfosintattici. N (Mentre disegno storie del genere, non riesco a non pensare che le idee che sorgono dentro di me, o anche i frammenti indefiniti, per me significhino qualcosa.) Personalmente la preferisco, perché la trovo meno "ardita" ma non manchevole di nulla rispetto a quella proposta da Yupa, che in ogni caso non ho alcun problema a leggere e capire.1 punto
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:-) Ovviamente il mio ero non un serio appunto, ma una giocosa burletta.1 punto
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Shiryu...Chiedo venia, ma era un mio modo per identificare le voci, scritto superficialmente, non era un riferimento al fatto che il ridoppiaggio del 2000, che confermo, aveva tutti i nomi in originale. Ribadisco...grande doppiaggio.1 punto
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Solo per Nakamura che anima i combattimenti climax con i suoi soliti cubi1 punto
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Penso volessero sfruttare al massimo l'effetto sorpresa, andarci blind lascia il segno1 punto
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per allora forse anche gli omnibus saranno in digitale e ci si renderà maggiormente conto della gravità di certi errori presenti.1 punto
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bene. nel senso che si tratta di una decisione riparativa che non condivido minimamente e quindi aspetterò la ristampa riveduta e corretta. non in versione integrale da edicola ovviamente.1 punto
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