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Shito

Pchan User
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  1. Gara, il punto è che esiste una ormai debordante 'tradizione accademica' in cui se qualcosa è stato pubblicato NON importa se questo qualcosa a sua volta soa di un comprovato valore, solo poiché è stato pubblicato lo si deve considerare un 'mattone' imprescindibile della disciplina che tratta. In maniera acritica. E questa direi che è follia. Cecità. Per esempio, io qui ho riportato gli articoli precisi di Nakamori Akio sulla questione, ripresi dal sito ufficiale della rivista su cui furono pubbicati. Ovviamente avere delle scansioni reali della rivista cartacea sarebbe ancora più 'sostanziale', ma direi che come esegesi delle fonti siamo a buon punto. Al contrario, quando su un libro sul Giappone scritto da un italiano trovo una stampalatissima spiegazione del significato e dell'originale del termine 'otaku' che rimanda a un libro scritto da un altro italiano che rimanda a un libro scritto da una inglese, allora capisci che da piccoli quello che si chiamava "il gioco del telefono" è divenuto il meccanismo di molta "ricerca universitaria" (bleargh!). Le bibliografie si intendevano ab inizio essere dei punti di partenza per chi volesse approfondire, non il rifugium perccatorum del relatore incolto che si giustifica a riportare in un un suo testo di cui pure non sa un cazzo, "eh ma sta scritto così su un libro pubblicato da Pinco!", che ovviamente il relatore manco sa chi sia. Questo genere di citazione bibliografica è divenuto semplicemente il modo con cui gli autori di testi accademici si legittimano a spegnere il cervello e prendere per buono qualcosa di cui non indagano affatto, perché è più comodo. Un simile meccanismo non ha nulla, NULLA a che fare con alcun tipo du cultura reale. E', al contrario, il modo per diffondere discultura, mistificazione e falsità. --- Inserisco ora un altro dato importante, ovvero che il tragico caso di Miyazaki Tsutomu è del 1989, indi ben di là a venire rispetto agli articoli originali di Nakamori Akio. Quando ci fu il caso di Miyazaki Tsutomu, pare che Nakamori riprese il termine parlando in un articolo di "assassino otaku", e andando al Comiket in un servizio televisivo gridando dinanzi alla telecamera "guardate, qui ci sono decine di migliaia di MIyazaki Tsutomu!" - ma di queste cose non ho trovato il dato materiale (la registrazione del servizio). Si vede bene comunque sin dai primi articoli che non vi è nulla come un 'autorato di conio del termine' "otaku" negli articoli di Nakamori. Come riporta Azuma Hiroki, è evidente che Nakamori semplicemente si propone di definire "otaku" questi strani soggetti che "amano chiamarsi a vicenda con questo strano pronome personale" (otaku). Ovvero, Nakamori trovava diciamo 'creepy' sia le persone che questo loro modo di rivolgersi l'un l'altro, e per questo si porporse di chiamarli così. E' come se adesso, per intenderci, ci fosse un gruppo 'sociale' i cui frequentatori si chiamano a vicenda 'vossignoria' come se fosse una cosa normale. Arriva un giornalista 'mainstream' e la ritiene una cosa pazza e inquietante, e allora chiama quella gente "i vossignoria". La cosa ha successo e si impianta come riconversione d'uso del termine a mo' di neologismo. Questa cosa si vede peraltro *benissimo* in Otaku no Video. Quando i protagonisti sono in coda per vedere un "anime" (Macross Ai Oboeteimasuka) vengono avvicinati da una persona "normale", un mezzo ubriaco con donnina al seguito, che si stupisce che della gente adulta sia tanto svitata da stare in coda per vedere un "film a cartoni animati" (manga eiga). Dopo averlo redarguito sul fatto che no, si tratta di un "anime" (era il 1984, in pieno "anime boom", come così bene ci spiega Prandoni) uno del gruppo dei fan, personaggio molto inquietante con fare un po' nobiliare/retrò nei modi, dice alla persona normale "signore ci lasci in pace, noi non abbiamo nulla a che fare con vossignoria (otaku)", per intenderci. E quello, mentre se ne va, borbotta tra se e la donnina: "Ma l'hai sentito? "otaku"? Ma come cazzo parlano quei malati?" Si nota anche che nei suoi articoli iniziali Nakamori non usa un taglio da vero sociologo, né si tratta di saggi approfonditi o eruditi. Si tratta di articolini provocatori scritti in una rubrica su una rivista di manga lolicon, il che direi che rende ben chiara la collocazione. Ora, se ben ricordo (ma andrò a rileggere e riposterò), l'inizio dell'uso del pronone 'otaku' all'interno degli entusiasti dei manga/anime ai tempi del primo anime boom discende da una rubrica della posta di una rivista di settore, tenuta da una shoujo-mangaka, ma potrei ricordare male. Come dicevo, ri-approfondirò. E' comunque accertato (dichiarato da Okada Toshio) che Macross (la serie) fu il primo prodotto di animazione in cui si faceva uso del pronome "otaku", nelle parole di Minmay [dato fattuale]. La cosa viene fatta discendere generalmente dal fatto che sia Mikimoto che Kawamori fossero un po' degli "upperclass freshmen", iscritti a una università di alto livello (la Keio) [dato speculativo basato su dato fattuale], ma è pur vero che entrambi erano già figli di Gundam, di Yamato, e del primissimo anime boom iniziato da gente come Nishizaki e Tomino. Del resto non serve ricordare i nomi dei tre Zentran che messi di fila compongono la frase "noi siamo dei lolicon" [dato fattuale] Si dice in ogni caso che i due (Kawamori e Mikimoto) usassero il pronome 'otaku' fra di loro [dato che non ho personalmente verificato], e che per questo la cosa passò in Minmay (c'è da ricordare che originariamente Minmay sarebbe Ming Mei, è sempre una cino-giapponese di seconda generazione, e quindi forse si pensò di caratterizzare il suo parlato con qualche uso di giapponese un po' "broken", un po' "ankward"? Chissà...) --- Dimenticavo: sull'uso del termine 'otakuzoku'. Il lessema 'zoku' 族 indica a rigore un gruppo etnico. Come in 民族 (minzoku): etnia nazionale. Si usa anche per delimitare dei 'gruppi sociali circoscritti', come ad esempio in 暴走族 (bousouzoku), i bikers sfrenati, o in ゲーセン族 (geesenzoku, da Ga-Cen - Game Center), la trubù delle sale giochi, o ancora 'otakuzoku' - la tribù, il gruppo, l'etnia sociale degli otaku. Per interderci, ciò che qui si chiamano 'i girellari' potrebbero ben dirsi girellazoku.
  2. Cmq dopo un po' di mesi con l'iPhone posso onestamente dire che anche la storia delle batterie che durano poco è una bufala. Nel senso che se si usa l'iPhone da telefono, la batteria dura (almeno a me) 2 o più giorni. In questo mese ho lavorato 9:00-19:30 quando andava bene e 7:00-:22:00 quando andava molto bene, spesso senza pausa pranzo. Quindi, il telefono stava in tasca e lo si usava quando serviva chiamare, oppure quando squillava. La batteria arrivava al terzo giorno. Se poi uno usa un device elettronico come una console portatile e un internet communicator e una fotocamera e mangari anche un audiovideoplayer, beh, allora la batteria durerà come è tipico per questo tipo di apparecchi, che hanno altri consumi. E' davvero impensabile/idiota credere/pretendere che, siccome in questo device c'è una funzione telefonica, allora solo per questo fatto la sua batteria dovrebbbe/potrebbe durare come per un semplice telefono anche se si usa il device come tutt'altro. E' una logica, un percorso mentale, del tutto buggato proprio a priori, eh.
  3. Questo è sicuramente vero e te ne do giustamente atto.
  4. No, no, io non parlavo di 'persone facilmente suggestionabili/impressionabil'. Io parlavo di quella che credo essere la natura umana 'normale'. (<- concetto statistico). Se i regazzini l'avessero visto in tivvu' chiamato 'guglia' l'avrebbero chiamato cosi'. E' esattamente quello che intendevo: giusto o sbagliato, il primo che arriva occupa lo spazio e si impianta nella testa. Vedi sopra. Appunto. ^^ L'adoperi ogni 2x3 ogni tanto come manco al supermarket. "Nostalgico"? Mmmh, anche no. Ma anche se fosse, è senza dubbio un termine la cui sematica è meno autoreferenziale qui di 'girellaro', il cui uso è -come giustamente ricordavi- nato per un certo verso e giustamente intelleggibile solo in certi lidi. la realta' oggettiva dell'evoluzione umana e' che gli adolescenti (tendenzialmente i maschi) raggiungono prima la maturita' sessuale di quella psichica; tradotto, ad una certa eta' "non sanno bene cosa farci". Accosta questo alle produzioni attuali e sara' chiaro un certo tipo di discorso fatto dalle varie produzioni. Non farla così semplice, perché dovresti sapere che non lo è. La maturità sessuale è più o meno scandita da un fatto inequivocabile (menarca per lei, prima polluzione per lui).L La psicologia moderna, e con essa la pedagocia, in genere accetta la fine della prima fase formativa del fanciullo ai 7/8 anni (presa di autocoscienza, reale elaborazione del concetto di tempo e di finitezza del tempo). L?età della mitopoiesi soggettiva in genere va da questa data alla fine della vera adolescenza, quindi intorno ai 16/17 anni. Il discorso sociologico (quasi etologico umano, direi) è interessante e mi interessa, ma io stavo parlando d'altro: non di comportamento sociale, ma di cognitivismo dell'età evolutiva e sendimentazione del gusto dall'abitudine.
  5. Per me Fencer è il tipo di onesto acquirente che, fosse rappresentante del suo mercato di riferimento, porterebbe non solo a un'elevazione di quel mercato (in termini qualitativi), ma altresì -prospetticamente- al fondarsi di una cultura di settore.
  6. E invece si può pretendere che un "giudizio comunque soggettivo" acquisti valore perché pubblicato essendo supportato da un'altra persona che ha pubblicato qualcosa? Ma per piacere! Quinsdi siccome Helen McCarthy ha scritto qualcosa nei primi novanta che è stato pubblicato e poi citato da un italiano che ha scritto un libro nel 2000 è diventato verità? Ma per piacere! Anche se è una palese minchiata per chi quelle cose le abbia *vissute* piuttosto che *lette raccontate*? Ma per piacere! E' esattamente per questo che generalmente sputo sulla "cultura accademica". Peggio che autarchica, è autoreferenziale. Quindi peggio che "le stronxzate che dice uno" (che valgono a seconda della diea che si ha di quell'uno) è il bacino delle stronzate dette e ripetute da tutti quelli che invece che fare, dicono/scrivono. Lavora pure alla tua testi, per carità. Ma fin quando per scrivere un libro mi chiederanno una bibliografia io continuerò a rifiutarmi di scrivere un libro. :-)
  7. Tu hai ragionissima, ma avevo inteso prendere un esempio grosso per una cosa grossa (era una lunga tradizione). Sul piccolo, possiamo dire che dove ho visto Doraemon con Nobita Nobi (era un locale pubblico) i ragazzini non solo non sapevano di 'Guglia', ma quando ho provato a spiegarglielo non ci credevano / non capivano. Ma non perché fossero intellettuali appassionati. Era una tavola calda. Si tratta semplicemente di un fatto di 'normalità' soggettiva. Parlavo degli editori dell'home-video di animazione, tutto sommato una nicchia di settore. Almeno per come l'ho sempre veduta a vissuta. Il giudizio di valore ("minchioni") è farina del tuo sacco, non del mio. Ti prego di non mettermi in bocca giudiz che io non ho inteso neppure surretiziamente. Il mio concetto era "umani". Così funziona nella società degli umani, a quanto ho veduto e vissuto e studiato nella storia. La prima realtà che arriva nell'età della mitopoiesi soggettiva (8-16, in genere) mette bandiera e si impianta nella testa. Scardinarla, destrutturarla per sovrascriverla è una fatica intellettuale che si riprova alla portata di una ristrettissima minoranza umana. Non parlo di minchioni (lo stai facendo tu, ti prego di quotarmi dove avrei inteso ciò o qualsiasi cosa di simile. Non pesso si possano 'redimere' (ancora, un termine non mio) e NON per questo li ritengo 'minchioni'. Semplicemente, non ho la fiducia positivista nella umanità (intesa come: "natura umana") che tu dai così tanto per scontata al punto da prendere per insulto surretizio l'atrui mancanza di quella. Ho detto esattamente il contrario. Ovvero che sono lo stesso, e che tutto sta a dare "una cosa vera" da principio, tanto il vero si impianta nella testa dell'uomo proprio allo stesso modo del falso, del mistificato. Ti prego di notare che ho usato *proprio per questo motivo* il termine 'girellaro' accostato al ben più generico e meno autorefenziale 'nostalgico', poi spostandomi su questo termine. Non era una scelta lessicale meno che intesa. Inoltre, a te come a fencer: vi prego di intewndere che ho parlato di 'Spider Man' e non di un prodotto di animazione per una ragioen chiara: sto ben esulando dal mero 'settore dell'animazione'. La tendenza al modo di consumo 'nostalgico' dell'intrattenimento non è certo prerogativa esclusiva di quest'ultimo. Il discorso era ben più ad ampio spettro. lol
  8. "I Cartonissimi". Comunque vorrei ricordarvi che anche quella dei girellari, o nostalgici, non è che una insignificante minoranza psicosocioetnica. E' significativa solo per editori di minoranza. Ma nel mondo reale, quello in cui chiunque ha avuto un'infanzia e avrà nostaglia di quella, nulla è più semplice che fondare una nuova norma. Basta mostrarla. Esporla. Con sufficiente visibilità. I vecchi storceranno il naso, ma domani moriranno. Sono in realtà già con un piede nella fossa. I giovani l'assumeranno come nuova norma, e saranno i vecchi nostalgici di domani. Quindi basta UN film in cui l'Uomo Ragno si chiama "ufficialmente" 'Spider-Man" e la norma è sovrascritta. Anni e anni di pubblicazioni spazzate via. Le locandine, la loro visibilità, vale più dei nostalgici ricordi di chi si voglia. Per chi è ancora vergine, soprattutto, e quindi impermealbile e impressionabile all'imprinting. Non c'è nulla come un giudizio critico messo in atto da alcuno in questo discorso, né da parte dei vecchi né da parte dei giovani. E' solo consumo. Di quello che ci si ritrova nel piatto da piccoli. E che si crederà per sempre quanto di più buono sia mai stato cucinato. Tutti hanno avuto un'infanzia, in un determinato tempo. E quella di nessuno è importante in senso assoluto.
  9. Dunque, la questione è ormai quasi bollita. Tuttavia, il brodo è ancora molto torbido. Anzi, si potrebbe dire che più e più ingredienti si sono aggiunti, meno limpido lo si sia reso. Quante volte avete sentito la storia della provenienza del termine "otaku", ovvero del suo uso moderno, quello che tutti qui dentro dovremmo più o meno intendere? Io moltissime. L'ho letta in tutte le salse. L'ho letta su libri accademici (italiani!), che citavano altri libri accademici (inglesi!), e così via via, per adagiarsi in quel mondo schifoso in cui una cosa -se è stata pubblicata- è vera, o quantomeno imprescindibile. Quelli che credono che il restauro della Sistina sia stato Glorioso, insomma, perché così in molti hanno scritto. La mente accademica che ottenebra la mente sensibile, che previene il giudizio critico individuale basato sull'onesta percezione dei fatti. Aprite gli occhi! Di recente, finalmente, ho letto una buona esposizione dell'evoluzione del termine 'otaku' e del suo uso nella società giapponese (post)moderna, ed era buona perché era un riassunto fatto da un giapponese, Azuma Hiroki, nel suo libro di cui parlavo in un altro thread in questa stessa sezione. No direct link for you. Ma partiamo, una volta tanto, proprio dalla fonte. Ovvero dal singolo articolo (serie di articoli) in cui tutto cominciò. Nakamori Akio, su Manga Burikko, rubrica intitolata "Tokyo Otona Club Jr." (Il club adulto di Tokyo Jr.). La rubrica era in effetti la trasposizione di una 'minicomi' indipendente, poi ospitata come uno spazio sulle pagine di Manga Burikko (da cui l'aggiunta del 'Jr.'), ovvero una rivista di manga lolicon (come, ai tempi, Petit Apple Pie, Lemon People e poi Halflita e qualche altra). Qui venne pubblicato un 'ciclo di articoli' intitolato "Otaku" no Kenyuu (trad: uno studio sugli "otaku"), e per amore di precisione, traduco qui di seguito l'introduzione che vi è anteposta nella sua trascrizione sul sito ufficiale di Manga Burikko: Come si vede, gli articoli di Nakamori sono dunque la prima fonte che, giustamente, viene citata sulla questione trattata da Azuma Hiroki (le altre sono intenre all'ambiente, il caso di Macross, il caso di un altro manga in cui il termine veniva adottato, il caso del modo in cui i fan dei tempi si rivolgevano l'un l'altro nelle fiere di settore, etc). Nakamori Akio sarà poi lo stesso giornalista che pubblicò un intero libro sulla 'biografia' di Miyazaki Tsutomu dove faceva ampio uso del termine 'otaku'. Lo stesso Miyazaku Tsutomu veniva definito 'otaku killer' (sic.), dal che iniziando una criminalizzazione del termine 'otaku'. Quello stesso anno (1989) comparirà il celebre 'Otaku no Hon' (il libro degli otaku', scritto da Michiyama Tomohiro, che diventerà un best-seller in Giappone, stigmatizzando il termine e il tipo sociale che identificava. E sempre lo stesso anno, pare che un giornalista (di cui non ho ancora verificato il nome) della TBS andò al Comiket e dichiarò dinanzi alla telecamre: "guardate, qui ci sono centomila Miyazaki Tsutomu!", Questa aura di inquitante negatività che aleggiava sugli otaku, sul concetto di otaku, sul termine "otaku", durerà in effetti per tre delle loro generazioni, sino allo sdoganamento voluto per ragioni commerciali dei tempi di Densha Otoko (e prodotti similari, tipo Genshiken, ovvero atti a mostrare il lato inerme, "disgustosamente carino" (kimokawaii) degli otaku - a ripartire col recupero del mood del DAICON IV e della sua naivité), fino a culminare nella politica economica del 'COOL JAPAN' - come in qualche modo si vede già suggerito nella traduzione che ho qui sopra tradotto. Ok, ecco i tre più due articoli del ciclo, e una risposta del pubblico. Le traduzioni inglesi provengono da un bel sito chiamato NeoJaponisme, quelle italiane sono curate da me con l'aiuto dell'amico Arcuum - quindi non saranno impeccabili ma cercano di essere filologiche. ^^ Come noterete, in quelle italiane ho scelto di tradurre il termine "otaku", perché hai tempi della sua introduzione era lungi dall'essere scontato (anzi Nakamori lo virgoletta, appunto), e quindi per il lettore giapponese il suo significato originale di pronome personale doveva avere un richiamo immediato ben più forte della sua ridefinizione che Nakamori ne intentava. Per le strade è pieno di "otaku" (giugno 1983, a firma Nakamori Akio) >>originale giapponese<< Traduzione italiana >>> Anche gli "otaku" possono innamorarsi come tutti gli altri? (luglio 1983, a firma Nakamori Akio) >>originale giapponese<< Traduzione italiana >>> Perdendosi nell'area otaku (agosto 1983, a firma Nakamori Akio) >>originale giapponese<< Traduzione italiana >>> Risposta e obiezione a "Uno studio sugli otaku" - "Shinshuku Minus Club (rubrica dei lettori) (settembre 1983) (traduzione mancante - originale giapponese) Un studio sugli otaku - lineamenti generali (dicembre 1983, con lo pseudonimo di Ejisonta) >>originale giapponese<< Traduzione italiana >>> Perché Okazaki Kyouko, Sakurazawa Erika non sono accette sulle pagine di "Burikko"? (genniao 1984, a firma Nakamori Akio) (traduzione mancante - originale giapponese) --- Mentre gli articoli a firma Nakamori Akio sono chiaramente provocatori, trovo quello conclusivo a firma Ejisonta davvero illuminante, o per meglio dire lancinante, nella sua chiara, limpida, gelida franchezza. E' come tante cose anche profonde (o ritenute tali) che ti sono sempre ronzate in testa vengono poi lette da chi ne scrive con assoluta semplicità. Credo poi che l'ultimo articolo copra la sottile (ai tempi) differenza tra i manga bishoujo (lolicon) e shoujo, ragion per cui molti ancora oggi credono e riportano che Manga Burikko fosse una rivista di shoujo manga. Sarebbe bello che li si leggesse per commentarli seriamente, qui. Come se fosse un simposio, un seminario. Ripartire dalle fonti vere e genuine, dalle basi di tutto, per re-edificare la concezione che abbiamo delle cose in maniera corretta, non distorta, mondata da tutte le stronzate che i "saggi dell'ambiente" (salve qualcuno) dispensano più e più, in una orribile recrudescenza di infantilismo che si fa accademia. Bisogna salvarsi con le unghie e con i denti.
  10. Ah, non era conoscienza comune che fosse il titolo internazionale? ^^;
  11. Perdonami Roger, dico senza ipocrisia (che non mi è propria) che davvero non intendevo provocarti. Come ti avevo scritto (ed era vero e sincero) non avevo mai rinvenuto prodotti di Versailles no Bara che riportassero il titolo internazionale. Avevo allora chiesto alla mia imouto, e lei mi ha detto "mai visti". Oggi gironzolavo per YJA cercando cose per lei, e dopo aver esaurito in fretta le poche pagine di aste su Orpheus no Mado, ho cercato anche roba di BeruBara, e manco a farlo apposta: voilà. Ho pensato "devo mostrarlo a Roger". Ma non perché così io senta di avere "più ragione". Che misera persona sarei se così ragionassi, davvero. Era per farti vedere quello che intendevo, ovvero che i "titoli internazionli" degli anime, in genere creati dal distributore, vengono poi acclusi a mo' di "grafema esotico" sui prodotti anche per il mercato interno. E' molto tipico. Io vorrei davvero che tu comprendessi quello che esprimo, perché penso che tu sia in grado di comprenderlo. Altrimenti non perderei tempo a spiegartelo e a provartelo con ragionamenti logici e prove correttamente ordinate [naturalmente, considero anche che altri potranno leggere e capire gli ordinati pensieri che vado illustrando rivolgendomi a te]. E' una questione ontologica. Ovvero, la questione è che "originale", "ufficiale" e "legittimo" sono cose diverse. Quindi, se noi parliamo della serie animata Versailles no Bara, il titolo è questo: Questo è il titolo dell'opera, scritto *nella sostanza* dell'opera (l'anime). Fine. Il titolo è dunque ベルサイュのばら. Fine. Il titolo internazionale di questa serie, creato dalla TMS per l'esportazione, è "Lady Oscar". E' un titolo *internazionale*, *ufficiale*, *legittimo*. NON è il titolo *originale* della serie, come si vede. Questo titolo fa talora capolino in prodotti anche giapponesi destinati al mercato interno, in genere per ragioni di layout, o comunque estetizzanti. Questo non cambia la sua natura. E qui mi fermo, come vedi non prendo l'esempio reale (Shin Getter), perché come giustamente fai notare non è quello il punto. Soprattutto, non è il mio. Il mio punto è diffondere una corretta cultura di intendimento delle cose. Però, permettimi di dire questo: Ti prego di evitare simili espressioni di becero complottismo, che oserei dire non ti fanno onore, davvero. Soprattutto perché io sono proprio quello che non ha mai fatto alcun mistero del suo operato professionale passato, presente, futuro. Mai stato un mistificatore del settore, quindi che dici? E' molto chiaro solo che io sono Gualtiero, che penso e parlo da Gualtiero. Sono così, e sono quello che penso e come lo penso. E' ovvio che se ho un contatto per mandare dei sottotitoli, metto un poscritto con scritto "ah, cmq il titolo corretto dell'opera sarebbe..." Perché cerco sempre di correggere gli errori, in quanto tali. Con una pedanteria sfibrante quasi quanto la quantità di slati che dissemino in qualsiasi testo io scriva. OGNI volta che lavoro su un prodotto giapponese, per intenderci, cerco di far adottare il corretto ordine Cognome-Nome, spiegando che quello inverso è un cattivo uso che ci è arrivato dall'Altlantico insieme all'intrattenimento giapponese. Ogni volta. Su questo genere di cose sono infaticabile, irriducibile. Non la finirò mai. :-)
  12. che c'entrano questi? 'lady oscar' è un titolo impresso su prodotti giapponesi, come lo è 'the last day'? Tanto per dimostrati, una volta di più, la semplice veridicità di quanto ti spiegavo. I titoli internazionali degli anime hanno sempre questo destino, e sono quello che sono.
  13. Infatti me lo ricordo anch'io. Mi shockò che la rori carina moriva e la chiattona invece campava. :-(
  14. Shito

    Gunslinger Girl

    E' carino come, in maniera del tutto inconscia, mi 'autoconfermi' ripendedo le stesse cose (che mi sono scordato di avere già espresso). Deve essere la sclerosi. Il finale della prima serie di GG era molto bello, concordo. Diciamo che era stato fatto per "chiuderla lì", ovvero, quando il manga era lungi dal concludersi, non presumeva che ci sarebbe stato un suo (della serie animata) proseguo (e infatti, la morte anticipata di Angelica).
  15. Shito

    Giorgio Agamben

    La Fallaci mi piace perché mi sembra una persona che ha sempre pensato con la sua testa, fuor dal sedimentato delle sue proprie esperienze. E' un tipo di pensiero femminile che secondo me è l'unico pensiero femminile degno: tutto viene dalla pratica, dal vissuto. Sì, Kojève ha in primis scritto un celebre libro di iapproccio a Hegel, e tutta la prima parte della sua opera è dedicata a lui. Bataille (ma anche Sartre) frequentavano i seminari di Kojève.
  16. Io vidi Zambot alle elementari (o era anche prima?). Mi colpirono molto le bombe umane, certo. Mi colpiva molto il senso delle famiglie aliene rinnegate da chi cercano di difendere. Mi piacevano molto le astronavi madri che poi si univano, mi faceva molto senso di riunione di tre famiglie. Le costruivo con le LEGO. ^^; Il robot (a parte lo Zambo-Ace col volto) era il mio design preferito di sempre, come super robot. Il finale mi folgorò. E' il classico finale di 'sovversione di quello che pensavi' che Tomino ci mostra da Umi no Triton (al tempo non lo sapevo), e che volendo era già in nuce in Uchuu Senkan Yamato, ma già da allora pensai: "Ok, ha ragione Gaizok." ^^;
  17. ^^ Evitare l'imprinting, averlo evitato, è sempre una bella cosa.
  18. Shito

    Giorgio Agamben

    http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Agamben Chi ha letto qualcosa di suo? Silent, ne sai qualcosa? Ho annusato qualcosa di molto interessante nel suo pensiero. Prima di tutto, devo recuperare questo: http://www.electaweb.it/libri/scheda/la-ragazza-indicibile-mito-e-mistero-di-kore/it http://www.nazioneindiana.com/2010/11/19/ladolescenza-si-addice-ad-eleusi/ Che ne dici? (ho in questi giorni desiderio di studiare Kojève, e riapprofondire Derrida e Lacan... colpa di Azuma Hiroki!)
  19. Direi di no, e mi pare una buona cosa. Non so gli altri, ma io soffro molto l'impoverimento contemporaneo dell'artwork cinematografico. Nessuno ama Renato Casaro? Qui invece le locandine mi paiono riprendere molto lo stile delle confezioni di model kit hi-end... una scelta stilistica di gusto che trovo davvero bella.
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