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Shito

Pchan User
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Tutti i contenuti di Shito

  1. Shito

    Dragon Ball Daima

    Credo che nel giro di pochi anni questo genere di "more of the same" potrà essere generato dall'intelligenza artificiale. Prima dal PDV della produzione artistica, poi anche da quella del soggetto. Data big enough for some serious machine learning are already there. L'intrattenimento umano generato da macchine sarà un Turing's Test alla rovescia?
  2. Shito

    Dynit - Novità e discussioni

    Soprattutto con la tecnologia CRT, direi. Personalmente, ritengo che l'originalità di un'opera legata a una tecnologia di riproduzione finisca con quella tecnologia, dopo la quale nasce o l'emulazione o lo snaturamento. Credo sia ovvio che gli autori di ogni opera X "facciano i conti" con l'output fruitivo dell'opera X all'epoca di X, e non possno riferirsi a qualsivoglia ipotetico futuro. Alla fine, la realtà è la realtà nel tempo e nello spazio, e oltre a quella c'è solo tanta speculazione. Nota: queste mie riflessioni nascono dallo studio della teoria del restauro pittorico, soprattutto.
  3. Shito

    Dynit - Novità e discussioni

    vero, mi ero confuso
  4. Shito

    Dynit - Novità e discussioni

    Non confondetevi. PAL = 25fps, NTSC = 24fps. BD giapponesi = 29,97fps (se ben ricordo). Ai tempi delle VHS, il concetto di transcodifica interlacciata o progressiva non credo che esistesse: era tutto analogico. Quindi transcodificando si creano "emiquadri" video, ma la velocità (sia audio che video) sarà corretta. Il problema nacque con i DVD (digitali). Se il video veniva transcodificato, la velocità era corretta (come con le VHS), ma la qualità video degradava. Quindi dopo un po' il mercato preferì la scansione progressiva, con video non degradato, ma tutto velocizzato (audio e video). L'audio, velocizzandosi, aumenta anche di pitch. Che poteva essere (ma non sempre veniva) compensato - sempre velocizzato, ma con la tonalità corretta. Coi BD tutto questo discorso mi pare sia semplicemente caduto.
  5. Shito

    Dynit - Novità e discussioni

    la trascodifica da NTSC a PAL mantiente la velocità, ma crea un interlacciamento dell'immagine che ne degrada la qualità. Per questo, coi DVD si preferiva 99 su 100 un riversamento "progressivo" che velocizzava audio e video del 4%. Il pitch dell'audio poteva (ma non sempre era) bilanciato con un pitch shift. Anche io ho sempre notato, sentito e odiato molto la velocizzazione: inaccettabile da un pdv concettuale prima di tutto.
  6. Shito

    Dynit - Novità e discussioni

    Ovviamente l'encoding per il supporto reale comporta anche un certo livello di compressione, ma chi ha competenze tecniche che io non ho saprebbe di certo elaborare come io non saprei.
  7. Shito

    Dynit - Novità e discussioni

    Riporto la mia esperienza, diretta e reale. Per l'home-video e/o TV: EVA 1997-2000 = betacam SP, poi digibetacam - audio separato in DAT. EVA 2018 = file interni in HD non compressi
  8. Shito

    Francis Ford Coppola's Megalopolis

    Ma perché tutti si interessano sempre più alla storia della storia, che alla storia? Chiedo per un amico. (il me stesso di otto anni)
  9. Shito

    ONE PIECE

    Se sei un fan di One Piece... ...ovviamente tu sai che Borsalino/ScimmiaGialla è basato su un attore giapponese [Tanaka Kunie]. Ovviamente saprai che quell'attore ha fatto un personaggio nella più celebre e rappresentativa serie di film [Jinginaki Tatakai] del grande regista Fukasaku Kinji. E sai che l'ultimo, celeberrimo film di Fukasaku Kinji fu BATTLE ROYALE. E qual'era lo slogan [catchcopy] di quel film? In Giappone, dico. Era: "Hai mai ucciso il tuo migliore amico?" Coincidenze.
  10. Non ricordo se anche Sneewittchen avesse una sua matrice ne Lu cunto de li cunti di Vasile, ma quel che so per certo è che nella prima versione dei Grimm la Regina era la MADRE di Biancaneve, che gelosa della beltà della FIGLIA, altesì la principessa, da 2seconda più bella" si rendeva la più brutta di tutte, una strega, pur di eliminare la prima. Ho sempre letto l'originale come un'apologia della virtù (bellezza, candore, purezza) ignara, una condanna dell'invidia che rode e consuma e corrode animo e corpo, e non in ultimo del lavoro che rende virtuosi e onesti e liberi anche i "brutti" per natura. In effetti, potrebbe essere un originale germanico. Anche perché pur comandato dalla regina, il servo cacciatore proprio non ce la fa a uccidere la principessa.
  11. Tornando alla questione di filologia anglista, l'evoluzione del termine "fair" mi è cara, perché rimanda all'idea ancestrale che bello, ordinato, pulito e onesto siano lo stesso concetto. Tipo, in greco "cosmos" è l'ordine, ma anche la bellezza (il cosmo, la cosmetica). In latino "pulcher" è schiettamente pulito e bello. In giapponese lo stesso, "kirei". Ma "kirei" vuol dire anche "mondo", nel senso di perfettamente pulito, levigato. Infatti in italiano il "mondo" è una figura solida "pulita" (una sfera, diciamo), ovvero priva si asperità. Del resto "mondare" è pulire, nel senso di togliere ciò che è indebito, come "mondare la frutta dalle bucce", ma l'immondizia sappiamo cos'è. L'immondizia è la lordura, no? Aggravata a di quanto di indebito, come il "peso lordo" (e "netto" vuol dire invece pulito, tipo la nettezza - netto, nitido, nitore, pulizia). Del resto la lordura è anche bruttura, già che il "totale lordo" è anche "brutto", in altre lingue. Ah, in spagnolo credo che "bella" si dica "linda", altresì un nome italiano, e Mastro Lindo si chiama così perché sì, lindo vuol dire pulito. In inglese, "fair" era bello [my fair lady] nel senso di onesto, corretto. Ma del resto, in italiano l'onestà femminile era la sua giovanile purezza, ovvero candore, ovvero pulizia. L'interlinguistica è interessante! Fine digressione. (non fatemi attaccare sul termine "brave"...)
  12. Chiedo: "most fairest" non sarebbe un errore da doppio superlativo, tipo "la più bellissima"? Mirror, mirror on the wall, who’s the fairest of them all? “Thou, oh Queen, art the fairest in the land,” said the mirror.
  13. Shito

    The One Piece

    Sembra un chade leggermente virato verso un otome-game. Le concept art paiono davvero graziose, like a polished version of some original manga illust.
  14. Parlando ora di Kaguya. Kaguya, come sapete, è una rilettura interna alla protagonista femminile del classico dei classici "La storia di un tagliatore di bambù", in genere ritenuta tra i primissimi esempi di letteratura scritta in giapponese. Nell'originale, che chi scrive ha letto in più versioni, la Principessa Splendente è praticamente un personaggio-oggetto della storia di "elargizione per virtù e privazione per vizio" del protagonista titolare. Un po' come l'altro classico dei classici "La ricompensa della gru", o volendo anche "Il nonnetto sbitorzolato" (in pratica la versione giapponese di "Hermes e il boscaiolo" due storie molto amate e citate da Takahata, in PoroPoro e Yamada-kun). Qualcuno in patria le considera anche storie di "delitto e castigo". Chiaramente, come il titolo del film di Kaguya esprime, Takahata ha rivoltato la storia portando in luce l'onteriorità di lei, ossia rendendola soggetto vivo della storia. Era proprio il suo scopo. E l'ha perseguito rendendo la Principessa Splendente un archetipo di ragazza contemporanea. Difatti, lo slogan originale era "Il perpetrato delitto e castigo di una principessa". (Continua...)
  15. Godai: hai assolutamente ragione. Alla fine, proprio i film animati di un anziano cineasta come Takahata, film in cui ogni minuzia è realmente significante e mai vacuo virtuosismo, sono fatti per essere visti al cinema.
  16. Dunque provo a elaborare un po'. Su Hotaru no Haka si è detto molto, e a lungo. Dico in patria, innanzitutto. Come sappiamo, il soggetto originale era l'omonimo romanzo breve semiautobiografico di Nosaka Akiyuki, che pure intrattenne un'intervista-dialogo con Takahata. Ovviamente, il soggetto era "semi" autobiografico perché nella realtà morì solo la sorellina, mentre il fratellone sopravvisse e scrisse il romanzo breve anche come forma di espiazione-elaborazione. Sappiamo ufficialmente che Takahata incentrò il suo film sulla semplice domanda "ma questo ragazzo, che cosa ha combinato?" - come la più parte dei suoi contemporanei, il regista vedeva Seita come il colpevole della morte della sorellina, non come una vittima. La colpa di Seita era, per gli anziani davvero sopravvissuti alla guerra, quella di non aver saputo sottostare agli aspri compromessi imposti dalla dira realtà, preferendo la fuga una sorta di "giocare alla famiglia" nato dal rifiuto sociale, da cui un isolazionismo ineluttabilmente votato alla morte. Nelle parole di Takahata, però, la condotta "da viziato" di Seita, benché assurda e inapprensibile per la sua epoca, era del tutto pensabile per i giovani giapponesi ai tempi dell'uscita del film (1988), che infatti videro in Seita una mera, povera vittima - non un colpevole. Come dire che il benessere diffuso del dopoguerra aveva annientato la reale attitudine alla sopravvivenza dei giocano, rimpiazzandola con in fiacco narcisismo vittimista. Questi i fatti su opera e autori. Credo di poter ormai capire le osservazioni che Takahata fece ai tempi, nel passaggio tra modernità e postmodernità. In effetti sono visioni (in tutti i sensi) su cui ho riflettuto a lungo. L'irresponsabilità e la tendenza escapistica di Seita è qualcosa su cui la regia batte e ribatte a più riprese. Questo non può negarsi. Il film avrebbe potuto avere co e slogan "il perpetrato delitto e il castigo di un ragazzino viziato". Tuttavia, mi preme sottolineare un grosso però. E il però è che, benché capriccioso e viziato, Seita si ritrova obiettivamente orfano e travolto dagli orrori di una guerra atroce. Non è un suo vezzo, la realtà è davvero atroce e la sua realtà forse ancor più. Dalle stelle di primogenito felice di una figlia borghese, si ritrova nelle stalle di un orfano di guerra. È in queste obiettive difficoltà che lui compie il suo "delitto" - il rifiuto, la fuga, l'isolazionismo - e subisce il suo tragico "castigo". Certo però, le condizioni e gli sconvolgimenti della sua vita erano stati reali e oggettivamente durissimi. Quindi questa è una seria e vera attenuante al giudizio di condanna della sua condotta. Per Kaguya è molto diverso. (continua...)
  17. Il paragone non è azzardato. Mi spiego. Partendo dall'evidente realtà di fatto per cui tutte e dico tutte le opere di Takahata non fanno che elogiare la vita e l'accettazione, l'accoglimento di quella anche nelle durezze e asperità che può presentare nella sua naturalità e socialità, senza mai rifiutarla o rifuggirla, ci sono solo due sue opere che si chiudono con la tragica e sofferta morte del protagonista che soccombe: Hotaru no Haka e Kaguya-Hime no Monogatari. Casualmente, sono proprio il primo e l'ultimo film che il regista realizzò per lo STUDIO GHIBLI. Quanto al tuo personale giudizio di valore di trovare, ossia ritenere, il secondo ancora più tragico del primo, personalmente concordo. Indi direi che il tuo paragone è obiettivamente sensato, il tuo giudizio è da me soggettivamente condiviso, e su questo proverò quindi a elaborare in seguito.
  18. Fa paura. Fa riflettere. Fa pensare.
  19. Inerentemente a quello che scrive Shuji, di mio non intendevo riferirmi al significato reale (ovvero, nel suo contesto), del titolo originale dell'ultimo film di Miyazaki Hayao, e meno che meno del libro da cui prende le mosse (il mero titolo), quanto usarlo nel suo significato semplice e schietto nel contesto del mio post dove argomentavo sul primato del "principio di realtà" sul "principio di piacere" - la tipica antitesi tra le visioni di T. e M. Per dire: io sono alto 176cm, se avessi desiderato fare il cestista sarei stato destinato a una vita di frustrazioni. Rousseau diceva che l'uomo libero "fa ciò che vuole, e vuole ciò che può". La realtà discrimina noi tutti in mille modi: nessuno sceglie dove, quando, da chi nascere - in primis. La libertà MASSIMA che ci è data è quella di un pasto al buffet: liberi di scegliere tra quello che c'è nel buffet. Desiderare quello che non c'è è insensato prima ancora che impossibile, no? Alla fine la "filosofia naturale" di Takahata è praticamente come un culto misterico, tipo ad Eleusi, ovvero un nichilismo positivo e attivo, si direbbe a là Lacan. Ricordo quando alla serata degli Oscar, disse al microfono: "ovviamente un'altra vita non c'è, cioè... c'è per chi crede a Giovanni, ma..." - ricordo che mi commossi alle lacrime. Mi aspetta Kaguya.
  20. C'era un refuso, ho corretto, chiedo scusa.
  21. La "difficoltà" di questo film, che poi è la difficoltà insita in tutti i film di Takahata Isao, è essenzialmente racchiusa nella da me mai troppo citata osservazione lapidaria di Cristian, quando mi di disse "Miyazaki FA animazione, Takahata USA l'animazione". In effetti è tutto qui. Una questione di mezzo e fine di una comunicazione, di contenuto e forma. Da piccolo, mi piaceva l'animazione. Da giovane, cominciai a cercare contenuti nelle opere animate. Questo passaggio da infanzia a adolescenza è essenzialmente la storia dell'anime boom: bambini cresciuti col medium infantile "animazione" che non volendosene emancipare anche una volta divenuti ragazzi ne inducono il mondo produttivo a cambiare, proponendo animazione da contenuti più ammiccanti - in tutti i sensi. Siamo ancora a Ejisonta, a Oshii, a Anno. Di riffa o di raffa, sono tutte produzioni di meta-realtà a scopo escapistico, come quasi ogni forma di finzione e di arte. Il fantastico come alternativa al reale. Un inganno mentale e poi sociale reiterato ad libitum in virtù del benessere diffuso post-bellico. Il punti qui è quel "quasi". Cito di nuovo Takahata: "Ricercare la felicità piuttosto che dimenticare le difficoltà della vita Ho l'impressione che molte persone, incapaci di accettare lo scarto tra idealità e realtà, provino un'indefinita frustrazione che gli fa perdere il gusto di vivere. Persino degli adulti tendono a immergersi in universi di finzione e magia che gli apparteneva quand'erano bambini. Gli anime li rinchiudono in mondi fantasmagorici. Ma io credo piuttosto che il ruolo dei film animato dovrebbe essere quello di aiutarci a vivere meglio nella realtà. Dovrebbero renderci capaci di trovare la felicità, non di dimenticare le difficoltà della vita. Dovrebbero offrire ai bambini sogni e speranze. Ci dovrebbero essere più anime che, come fanno i manga rivolti agli adulti, aiutano le persone a vivere gioiosamente accettando la realtà. Ho realizzato Fiilirulì i vicini Yamada pensando a questo." Finzione educativa, o finzione sedativa? L'escapismo è una forma di sedazione, non c'è ragazzo, non c'è airone. E voi come vivrete?
  22. È un film di Takahata basato su uno yonkoma. Ci sono momenti di dialogo serratissimo, altri silenziosi, poi un lettore di haiku che scolpisce pensieri conclusivi, e intanto musiche e canzoni mirate. C'è di tutto, dove ogni virgola è significativa. Insomma è in film di Talahata.
  23. Oggi ho visto Fiilirulì i vicini Yamada al cinema, in una sala eccellente. Il film è incredibile. La realizzazione del sogno di Takahata di fare un lungometraggio come i corti di Fredric Back. Incredibile per tecnica, realizzazione, riuscita. E contenuti. I contenuti. Forward to the past! "Stabilità familiare, desiderio del mondo" <- era lo slogan del film, in Giappone. Guardando il film, mi viene da pensare che la nostra attuale società, dove qualsiasi sogno di serenità familiare è pressoché infranto e dimenticato, non sia che un teatro dei finti lussi episodici che fungono da diversivo dinanzi a una vita reale che non comincia mai. "Siccome non potrai avere una famiglia vera, ovvero una vita mediocre ma serena, siccome non potrai crescere davvero i tuoi figli come in effetti tu sei probabilmente stato cresciuto (in Giappone e Italia, società familiste), stordisciti con qualche gadget costoso, con della tecnologia inutile, con un viaggio, con qualsiasi cosa che puzzi di lusso, che ti inebrii e che non ti faccia pensare a quello che non hai, e non potrai avere." Una cosa così. La frivolezza, le frivolezze, che si trascinano nell'incapacità di gioire della serietà. Un eterno giro in giostra, in un modo o nell'altro. E quando la giostra si ferma, raccatta un altro biglietto. Tra un biglietto e l'altro fai qualcosa per poterti comprare il prossimo biglietto. Ma in questa vita di diversivi, di svaghi, in questa vita così fasulla... quando comincia una vita vera? Una vita vera, dico, fatta di dolori e noia di cui essere felici, perché sono veri, perché sono l'essere in vita. Non comincerà. Almeno per i deboli e i pusillanimi come me. I viziati da un'infanzia di agi non solo materiali, ma ancor più emotivi, spirituali. Per i più giovani ci sarebbero poi i falsi miti di progresso, gli autoinganni generazionali, che ti fanno credere che aver studiato una vita e dover fare l'emigrante (andare a lavorare all'estero è questo: fare l'emigrante) sia una cosa bella invece che una cosa triste. Ti fanno credere che non poter avere radici, che essere "cittadino del mondo" invece che una cosa miserrima se non tragica sia un ideale desiderabile. Ti fanno credere che non avere un'identità sia bello. Ma sono sempre solo tutte bugie, tutti inganni. Gli inganni con cui si tenta di far sopportare l'insopportabile (cit. dal discorso di resa dell'Imperatore). Dunque torno da ammettere che questo film mi ha sempre spiazzato e messo in crisi. Anzi, in effetti, più che mettermi in crisi, mi ha sempre ferito. Profondamente. E il motivo per cui il film mi ha ferito così profondamente è che anche se mi sembra tutto giusto, anche se dinanzi alla scena finale già solo il modo in cui cammina Nonoko mi fa piangere, la verità è che anche capendo questa lezione ormai è troppo tardi. La società non è più quella ritratta nel film (primi Novanta) e non è neppure quella di quando il film è uscito (ultimi Novanta). Non è più una società per una famiglia media (significa: mediocre) con casa indipendente di proprietà, nucleo monoreddito, due figli e nonna sotto lo stesso tetto. Altrettanto non è più una società con quel tipo di comunicazione familiare. Non è che quella società si sia semplicemente "rotta": è che di quella società non restano ormai neppure le macerie. Quel modello è esistito in Giappone sull'onda lunga del loro "miracolo economico", mentre da noi si è visto di straforo con l'onda lunga del Piano Marshall. Quel modello, per noi, era il sogno che si è costruito con una vita a credito, uno stato a credito, una nazione a credito. E ci credo che la gente rimpiange gli Ottanta: erano anni in cui una nazione viveva al di sopra delle sue possibilità. Così è molto facile, no? E invece, ripeto, di tutto quello che potrei rimpiangere, a cui potrei pensare di anelare cambiando la mia vita, non rimangono neppure le macerie. Indi non si può che fare un sorriso storto, e magari versare una lacrima amara in silenzio.
  24. Gli anime sono finzione per bambini, veri e falsi. La "realtà" che ritraggono è infantilizzata.
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