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Lingua Giapponese: traduzioni, traslitterazioni, convenzioni, riflessioni


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14 minuti fa, Shito ha scritto:

Stavamo chi?

Io e Roger.

Non capisco perché il tuo interlocutore sia indegno di considerazione ma allo stesso tempo il "lettore terzo" sia destinatario del tuo punto di vista. L'"appello astratto al lettore" è una convenzione letteraria e ideologica/politica, la conversazione a due è reale :grin:

12 minuti fa, Godai ha scritto:

Sì, ma parlando di opere da adattare ambientate in Giappone, perché dovrei usare un sistema pensato dai giapponesi per rapportarsi con gli occidentali?

Qualcuno direbbe che è rispetto/cortesia, io che è (anche) una comoda convenzione per accomunare la comunicazione personale e quella culturale ed evitare confusioni. Ma è comunque uno degli approcci possibili. Un altro è quello della "ricerca della verità" (Shito), un altro è l'approccio... autoreferenziale? (io potrei inventarmi un mio metodo di translitterazione/ riordinamento nomi e usare sempre e solo quello nei miei post/pubblicazioni ecc.  :grin: Se fosse ben progettato, mi si potrebbe criticare appunto perché "causa confusione" o "non corrisponde alla verità".)

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Citazione

Quindi Miyazaki Hayao vivne e chiamato così, nella sua lingua, dalle persone di quella cultura e lingua.

Quindi si chiama così.

A prescindere da come si "decida di chiamarlo" per "ragioni, motivi, discorsi" - lui si chiama così: Miyazaki Hayao, e dico come suono, come prouncia, neppure sto pensando alla scrittura (la scrittura nasce come trascrizione, si capisce). Il suo "cognome" e il suo "nome" sono quelli, e in quell'ordine, che è parte integrante del nome.

 

Non è neanche così scontato, se uno mi mette sulla copertina del suo album nome cognome, vuoi per subalternità culturale, per vezzo di moda o quant'altro, io quell'artista come devo chiamarlo?  

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Ryuchi Sakamoto o viceversa? 

 

Citazione

Qualcuno direbbe che è rispetto/cortesia, io che è (anche) una comoda convenzione per accomunare la comunicazione personale e quella culturale ed evitare confusioni.

 

Beh ma è anche cortesia calarsi in un'opera straniera con l'idea di essere noi a dover adattarci. Non credo che tenere a mente che in Giappone l'ordine di nome e cognome è invertito dia grandi problemi di comunicazione. Del resto lo facciamo già con i cinesi e i coreani, no?

Modificato da Godai
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12 minutes ago, Anonimo (*lui*) said:

Non capisco perché il tuo interlocutore sia indegno di considerazione ma allo stesso tempo il "lettore terzo" sia destinatario del tuo punto di vista. L'"appello astratto al lettore" è una convenzione letteraria e ideologica/politica, la conversazione a due è reale :grin:

No, no, è solo che chi mi interessi o meno leggere le mie cose è un mio libero sentimento. I dialoghi pubblici, essendo pubblici, possono sfruttare un interlocutore reale ma ritenuto del tutto insignificante dall'altro conversante a favore della lettura di terzi, poiché il dialogo si tiene in pubblico. Un conversazione può avere molti scopi, ce ne sono anche di meramente funzionali, dove il fine è il raggiungimento di uno scopo magari pratico, e dove l'interlocutore può anche in questo non rappresentare alcun interesse per l'altro parlante. Ci sono molto casi. Siamo noi, consciamente o inconsciamente, a stabilire i mezzi e i fini della nostra azione.

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@GodaiCredo che alla fine il problema si riduca a se sia più cortese chiamare una persona nel modo che suggerisce la sua cultura oppure nel modo che essa preferisce, quando questi due sono diversi. In entrambi i casi (a priori) si tratta di uscire dalla propria abitudine.

Parlando di convenzione ecc. mi riferivo alla difficoltà di capire quale sia il cognome e quale il nome, se ogni tanto una persona è accreditata in ordine CN e ogni tanto in NC. Alla fine o si fa esperienza, o si va a guardare una fonte che riporta i nomi sempre allo stesso modo (es. Wikipedia) e così si ha un riferimento.

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15 minutes ago, Godai said:

Non è neanche così scontato, se uno mi mette sulla copertina del suo album nome cognome, vuoi per subalternità culturale, per vezzo di moda o quant'altro, io quell'artista come devo chiamarlo? 

Come si chiama a prescindere da come lui voglia essere chiamato, da come lui scriva,o da come una grafica di copertina scriva. Sono tutte bubbole. Non parliamo di arte e velleità, o almeno io non parlo di ciò, io parlo di realtà.

Quindi, per fare un esempio, se una bambina si chiama, che so, Anne Shirley e dice, che so, chiamatemi Cordelia, la bambina si chiama Anne Shirley e per me andrà sempre chiamata Anne Shirley. Non si chiama Cordelia come non si chiama Anna. Si chiama Anne, pronunciato Ann, ma si scrive con la e. :-)

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10 minutes ago, Godai said:

Sì, ma parlando di opere da adattare ambientate in Giappone, perché dovrei usare un sistema pensato dai giapponesi per rapportarsi con gli occidentali? È così faticoso cercare di calarsi un minimo nella realtà dell'opera? A prescindere dal fatto che oggi i giapponesi come i cinesi e i coreani inizino a rivendicare le loro peculiarità. 

l'errore, per come è messa la questione, è quello di voler vederci a tutti costi una sola possibilità tra quelle disponibili e secondariamente negare che c'era un interesse proprio da parte dei giapponesi, in determinati frangenti, ad adeguarsi ad un sistema occidentale.

non dimentichiamoci dei suffissi; la storia mica è limitata all'ordine nome-cognome. quindi, se si sposa la causa per quello che è, per coerenza li si usi se proprio ci si vuole riferie ad individui giapponesi :whistle:

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10 minutes ago, Roger said:

non dimentichiamoci dei suffissi; la storia mica è limitata all'ordine nome-cognome. quindi, se si sposa la causa per quello che è, per coerenza li si usi se proprio ci si vuole riferie ad individui giapponesi :whistle:

No, quella storia è altra storia. Perché i suffissi non sono parte integrante, sono suffissi appositivi che gli si agglutinano, e (salvo il -chan) in maniera non deformativa.Tant'è che possono essere elisi, e vengono elisi, in patria, a seconda del livello di confidenza e/o maleducazione o comunque di variazione diafasica dei parlanti.

L'argomento sui suffissi è del tutto non pertinente, adatto a fischiettare, ma non ragionare. È indebito, per le evidenze che ho esposto.

7 minutes ago, Godai said:

Io infatti sono favorevolissimo all'utilizzo dei suffissi nella traduzione di opere giapponesi, uno dei tanti motivi per cui preferisco la lingua originale è che posso ascoltarli. 

I suffissi sono apposizioni dal contenuto lessemico, non sono nomi propri né deformazioni di quelli. Persino le apposizione pure di "titolo" o "ruolo" sono usate come suffissale, è solo il modo di agglutinazione di quella lingua agglutinante. Se devono, semmai, rendere. Salvo, lo ripeto, la forma vezzeggiativa di "-chan" che è appunto (spesso, usualmente) deformativa dei nomi - come è tipico dei vezzeggiativi. Ma il contenuto lessemico di un suffisso appositivo è a rendersi, non a conservarsi nella sua non comunicatività. :-)

Modificato da Shito
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29 minutes ago, Anonimo (*lui*) said:

L'"appello astratto al lettore" è una convenzione letteraria e ideologica/politica, la conversazione a due è reale

lascia pure che faccia. non sa perchè ha scelto uno tra i modelli comunicativi più fallimentari in assoluto, e se ne compiace.

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6 minutes ago, Shito said:

No, quella storia è altra storia. Perché i suffissi non sono parte integrante, sono suffissi appositivi che gli si agglutinano, e (salvo il -chan) in maniera non deformativa.Tant'è che possono essere elisi, e vengono elisi, in patria, a seconda del livello di confidenza e/o maleducazione o comunque di variazione diafasica dei parlanti.

L'argomento sui suffissi è del tutto non pertinente, adatto a fischiettare, ma non ragionare. È indebito, per le evidenze che ho esposto.

l'importante è saperli assimilare correttamente ai vari termini di un testo da localizzare, evitando risultati incomprensibili o "a senso", no? senza l'emoticon che fischietta, altrimenti devi spiegare pure questa al tuo lettore di riferimento.

epperò no.

se si vuole fare i giapponesi fino in fondo si imparino le varie onorificenze e le si pronuncino/scrivano come farebbe un giapponese con un giapponese. non è una faccenda di traduzione, ma proprio di adeguamento ad un sistema differente.

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10 minutes ago, Roger said:

l'importante è saperli assimilare correttamente ai vari termini di un testo da localizzare, evitando risultati incomprensibili o "a senso", no?

[...]

se si vuole fare i giapponesi fino in fondo si imparino le varie onorificenze e le si pronuncino/scrivano come farebbe un giapponese con un giapponese. non è una faccenda di traduzione, ma proprio di adeguamento ad un sistema differente.

Sicuramente il primo discorso è giusto e sensato. Tuttavia, i concetti di comprensibilità e incomprensibilità contestuale della lingua tradotta sono molto soggettivi. Per esempio, parlando di scolaresche (medie e superiori, Giappone contemporaneo) ieri parlavo con un collega sull'opportunità di mantenere le suffissazioni -san usate (nell'opera X) con i senpai e con le ragazze come "signor " e "signorina".  La mia notazione è che, dico grossolanamente, "da noi in Italia in genere gli adolescenti usano i termini quale signor e signorina per persone più adulte e molto distanti, sembra stano sentir chiamare così dei compagni di scuola". Il mio era volendo un punto di incomprensibilità, diciamo. La risposta del mio collega è stata invece tutta sull'autoesplicatività della situazione"sono compagni di scuola, si chiamano signor e signorina, non è che pensi che sinao alieni, pensi che evidentemente lì si fa così".

Siamo sempre al punto che l'estraneazione del diverto non comporta *necessariamente* l'incomprensione, perché il punto è contenutistico, non formale. Ovvero, la lingua tradotta è una lingua in cui tutto si tiene se chi la fruisce è sufficientemente interessato/disposto alla comprensione. Nel corso di molti anni ho avuto tante, ma tante tante, riprove di ciò.

Ovviamente "fare i giapponesi fino in fondo", in ambito di trauzione lingustica, è un non senso. Il giapponese fino in fondo è lo scritto monolingua madrelingua, si capisce.

 

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Io mi tengo in dispare e dico solo due cose:
-Dato che la discussione è interessante, evitiamo esternazioni di personalismi. In particolare, non mi faccio problemi a nominare Roger e Shito, ultimamente quando ci siete voi due in un topic, la possibilità che si passi a frecciatine o similia è e^x . E, di nuovo, dato che solitamente avete punti di vista anche interessanti da esprimere, da ambo le parti, la cosa, personalmente (ma credo tutti), irrita particolarmente.

-Secondo me, a meno di cose incomprensibili, adattare è leggermente diverso dall'eliminare qualsiasi riferimento culturale di origine perché noi non mangiamo soba ma gricia. Mi potreste anche venire a dire che l'ordine di nome e ognome e i suffissi siano stupidaggini. Di fondo lo sono(per l'amor di Dio, sono davvero delle cretinate rispetto ad altro), ma il giapponese e i giapponesi non sono né l'italiano né gli italiani. Se dobbiamo portare tutto al Ghe sboro, Ghe pensi mi e Ué ué simm' e Napul' paesà, a sto punto anche Don Matteo è un'ottima visione :sisi:

Modificato da Chocozell
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Choco: infatti, i suffissi non si levano, si traducono, si rendono, si rendono intellegibili nella lingua d'arrivo per quello che è il contenuto lessemico e funzionale nella lingua d'origine.

 

 

Modificato da Shito
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3 ore fa, Shito ha scritto:

I suffissi sono apposizioni dal contenuto lessemico, non sono nomi propri né deformazioni di quelli. Persino le apposizione pure di "titolo" o "ruolo" sono usate come suffissale, è solo il modo di agglutinazione di quella lingua agglutinante. Se devono, semmai, rendere. Salvo, lo ripeto, la forma vezzeggiativa di "-chan" che è appunto (spesso, usualmente) deformativa dei nomi - come è tipico dei vezzeggiativi. Ma il contenuto lessemico di un suffisso appositivo è a rendersi, non a conservarsi nella sua non comunicatività. :-)

Non nego che sia giusto tradurli, ma personalmente non sentirli mi suscita una sensazione di "perdita"  così come molti altri elementi.

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42 minutes ago, Chocozell said:

Mi potreste anche venire a dire che l'ordine di nome e ognome e i suffissi siano stupidaggini. Di fondo lo sono(per l'amor di Dio, sono davvero delle cretinate rispetto ad altro)

eh infatti. cioè, per l'ordine di nome-cognome in fin dei conti sì perchè che li si legga in un modo o al contrario non viene pregiudicata la comprensione del 'chi'.

i suffissi in questione, invece, molto sommariamente hanno una loro funzione e sono peculiari di quella lingua. pertanto se proprio si vuole essere concretamente ossequiosi di quel sistema linguistico diventa inevitabile riportarli ed usarli proprio come sono nella lingua di partenza, senza manipolazioni di convenienza; sta poi a chi li "riceve" trovare il modo per comprenderli e se non lo fa che resti pure nell'ignoranza perchè quello di cui si parla non sono nè la lingua nè la cultura italiana.

d'altra parte se è lecito manipolare arbitrariamente i suffissi per non perdere un elemento strutturale e necessario del testo, allora la medesima condizione vale per tutti i termini di una frase quando la sua traduzione dal giapponese in altra lingua risulterà contorta ed inefficace :whistle:

ps portare avanti questo discorso su suffissi ed onorificenze può apparire una grandissima esagerazione. molto probabilmente, come dice choco, in fin dei conti è una sciocchezza. ma allora la fedeltà all'originale di cui si parla è e sempre sarà UN COMPROMESSO.

ah caspio, si sapeva da mò. strano, perchè alle volte sembra che il principio per lo svolgimento di una traduzione equivale ad un'operazione matematica....

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Personalmente, non nego di vedere molta geometria all'interno di ogni lavoro interlinguistico. Certamente tutti gli elementi di una frase che non siano nome propri vengono tradotti, e così pure, proprio così, i suffissi. La traduzione è esattamente questa manipolazione. Tutti i concetti di apposizione attributiva in giapponese sono resi come suffissali, da dottor a professor a signor a molti altri. In questi senso, i suffissi non sono nulla di speciale. Nonno vuol dire nonno, e "nonno Gualtiero" in giapponese sarebbe un'apposizione agglutinata "Gualtiero-nonno". L'idea che i suffissi siano davvero qualcosa di molto speciale è una concezione nata e sedimentata nella non comprensione di una lingua come il giapponese. Ovviamente, queste apposizioni dal contenuto lessemico possono avere un contenuto lessemico più o meno importante. Questa è interlinguistica. Anche noi facciamo i diminutivi per suffissazione, ad esempio: -ino, -na, -etto, -etta. -cino, -cina e altri ancora. La loro discendenza linguistica caratterizza peraltro il valore del fonema suffissale. La logica della suffissazione è alla base sia di una lingua flessiva come la nostra, sia di una lingua agglutinante come il giapponese, e le regole delle particelle di prefissazione e suffissazione si studiano falcimente (aggettivi deverbali, sostantivi de verbali, ecc). Non è una scienza arcana. Basta studiarla, e studiarla non vuol dire andare a farsi mettere i timbrini e le firme, vuol dire studiarla per capirla e poi ricordala e saperla. Non è neppure un ipse dixit, ma se si capisce qualcosa, e ne si condivide la logica, poi quel qualcosa viene assimilato. Non c'è alcuna differenza funzionale tra la suffissazione diminutiva "chan" giapponese e la suffissazione diminutiva italiana. Se in Porco Rosso ci fosse stato anche un -chan l'avrei sicuramente reso con un diminutivo italiano, e  sarebbe stato quanto di più corretto (ma così non era, nell'originale).

Quindi, la mia personale posizione, basata su tutti gli studi che ho compiuto sinora e la pratica che ne ho fatto sinora e i riscontri che ne ho avuto sinora è tradurre tutti i suffissali tranne il "-kun", che *salvo casi specifici* considero come lo "zero" ed elido, e il "chan", che è troppo speso deformativo dei nomi e quini vi si innerva, e che quindi mantengo come tale. Ma non c'è nulla di arcano, davvero. E non garantisco che il mio pensiero e quindi la mia pratica che segue il mio pensiero non cambierà in futuro. Non è garantito, non è vietato. Penso per me e faccio per me, tutto qui. Penso di pensare e fare la cosa più sensata e corretta e migliore possibile, ovviamente, altrimenti penserei e farei in altro modo.

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  • 2 weeks later...
Il 27/8/2021 Alle 14:58, Anonimo (*lui*) ha scritto:

Parlando di convenzione ecc. mi riferivo alla difficoltà di capire quale sia il cognome e quale il nome, se ogni tanto una persona è accreditata in ordine CN e ogni tanto in NC. Alla fine o si fa esperienza, o si va a guardare una fonte che riporta i nomi sempre allo stesso modo (es. Wikipedia) e così si ha un riferimento.

Faccio un esempio di un'incertezza di questo tipo che ho ora. In realtà non è il tipico caso di confusione dovuto a convenzioni di trascrizione occidentale - come, ad esempio, quando non riuscivo a capire in "Satoshi Kon" ovvero "Kon Satoshi" quale fosse il nome: insomma, lì appunto basta guardare il giapponese oppure Wikipedia. Ora invece, ho un problema legato alle fonti ed esteso al giapponese. Quindi non sono sicuro se questa sia la discussione adatta.

Domanda: in Fire Force (serie che non ho visto, stavo leggendo qualcosa per caso), in "Shinra Kusakabe" o volendo "Kusakabe Shinra", qual è il nome e qual è il cognome? Per chi "ha esperienza sui nomi" (condizione che citavo sopra come importante per evitare confusioni), puramente ad orecchio, qual è l'impressione? Giusto per vedere cosa penserei anch'io di primo acchito se fossi culturalmente migliore. :grin:

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Detto questo, fonti. Partiamo dalla Wikipedia italiana, in "Personaggi di Fire Force":

Citazione

Shinra Kusakabe (日下部 森羅 Kusakabe Shinra?)

... sembra tutto chiaro: cognome-nome in giapponese, traslitterazione che viene da quello, Wikipedia usa nome-cognome per sua regola (basata sulla convenzione storica ecc.). Ma nella Wikipedia inglese, in "List of Fire Force characters", trovo:

Citazione

Shinra Kusakabe (森羅 日下部, Kusakabe Shinra)

Perché il nome sembra essere "al contrario" in giapponese, cioè all'occidentale? La traslitterazione invece corrisponde a 日下部 森羅. Chissà perché qualcuno ha invertito il nome anche nei kanji.

Ma, nel primo episodio della serie, uguale in entrambe le versioni linguistiche:

Citazione

森羅 日下部、入隊」 - Shinra Kusakabe, nyūtai - adattamento inglese: "Shinra Kusanabe Enlists"; italiano: "Shinra Kusakabe si arruola".

Il nome del protagonista sarà stato girato anche in giapponese in qualche occasione? Ci saranno altre confusioni sotto?

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Infine, la wiki giapponese scrive 森羅 日下部 direttamente. Verrebbe da pensare che "qualche occidentale" abbia girato il nome copiandolo perché boh, oppure...?  E comunque la situazione reale pare l'opposta rispetto a quella che intuivo dalla Wiki italiana - e quindi l'adattamento sarebbe cognome-nome, come da "evoluzione storica".

Modificato da Anonimo (*lui*)
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  • 2 months later...
On 9/7/2021 at 11:46 PM, Anonimo (*lui*) said:

Il nome del protagonista sarà stato girato anche in giapponese in qualche occasione? Ci saranno altre confusioni sotto?

 

Rileggevo il topic e ora posso rispondere. C'è una sorta di polemica intrinseca nel manga. Trovi uno screen di una o più pagina nel topic dell'anime. In sostanza, in quel paese fittizio, usano nome-cognome, tant'è che uno ( o più?) personaggi si lamentano di questa ...occidentalizzazione rispondendo che nella loro terra si usa "cognome-nome"

  • Grazie! 2
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L'autore ha ironizzato sulla tematica. C'ha senso. :grin: Grazie mille!

C'è da dire che coll'attuale cambio di tendenza nell'ordine dei nomi, non so quanto universale, si rischia di fare ancora più confusione negli articoli di quanta ce ne fosse prima, fra chi riporta in un modo e chi in un altro.

Modificato da Anonimo (*lui*)
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  • 1 year later...
  • 3 years later...
Inviato (modificato)

Sempre brandelli di una "parte bassa" di articolo su MH mai completato:

 

Il nichilismo autoriale di un adattamento linguistico "oggettivante"

Tipicamente, nell'adattamento cinetelevisivo, e persino nella logica sottesa alla fruizione delle opere di finzione dal contenuto linguistico, si mettono in moto alcuni meccanismi inconsci del tipo: "se è un fantasy, la lingua in cui è espresso dev'essere manierosa", oppure: "se è ambientato nel passato, parleranno tutti in modo anticheggiante". A me simili apriorismi paiono assurdi, poiché ritengo ogni opera sia e resti ciò che fu nella mente del suo autore e nella realtà da lui creata. Di conseguenza, credo fortemente che nessun opera di umano ingegno debba in nessun modo adeguarsi alle idee preconcette di soggetti terzi. Credo altresì che la cosa più importante sia sempre andare nel profondo del testo originale, nel dettaglio linguistico di ogni frase, locuzione, parola, ossia la reale materia linguistica in cui si esprime ciascuna opera autoriale originale. Capire tutto approfonditamente e poi renderlo fedelmente per quello che l'originale è, non per quello che si presume che l'originale 'volesse significare', o nel modo in cui si presume che l'originale "dovrebbe suonare" alle orecchie di un ideale fruitore che per di più non è affatto chi attua tali presunzioni, anzi è tipicamente l'esponente di una cultura diversa, di una popolazione nazionale diversa, magari anche di un'età diversa e di un'epoca diversa. Chiaramente ogni singola parola [significante], nella mente di ogni autore che la utilizzi, rimanda a un preciso concetto [significato], benché tutte le parole utilizzate potrebbero aprire la porta a varie interpretazioni. E poiché il destinatario di ogni comunicazione linguistica non ne è l'autore, né può pretenderne di presumerne le specifiche intenzioni comunicative dietro all'uso di ciascuna parola posta dall'autore nel suo testo, ritengo sia semplicemente essenziale rendere precisamente la realtà delle parole per quello che le parole sono e per come sono state inanellate nel contesto linguistico dell'originale. Dunque anche se talune persone mi criticano pensando che io sovrascriva persino un mio riconoscibile stile ai testi su cui opero, in realtà è vero l'esatto contrario: la matrice comune che emana dai quei testi in italiano è più semplicemente l'effetto, per molti inedito, di una traduzione quanto più fedele che muove dalla stessa lingua di partenza: il giapponese. All'interno di questo campo, si manifestano tutte le varianze e variazioni di caso: le differenze tra il giapponese usato da un autore e un altro (come nel diverso uso della lingua giapponese fatto da Miyazaki Hayao e Takahata Isao, ad esempio), le differenze tra un'opera e un altra pur dello stesso autore (come nel diverso stile di lingua giapponese fatto da Miyazaki nei suoi film Mononoke Hime e Sen to Chihiro no Kamikakushi, ad esempio), le differenze tra un personaggio e un altro pur della stessa opera, le differenze tra un dialogo e un altro pur dello stesso personaggio. A tutti gli effetti, quello che si chiama "differenza stilistica" è un qualcosa che esiste nella realtà secondo diversi ordini di grandezza.

Dunque, considerando una simile varietà linguistica effettivamente frattale, il mio tentativo dinanzi a ogni scelta di resa italiana di un testo straniero è quello di avere una quanto più oggettiva trasposizione del contenuto lessicale, semantico e quindi altresì stilistico dell'originale, basata su di un criterio discriminante quanto più obiettivo. Questo può avvenire solo tramite una certosina consultazione di quante più fonti – interlinguistiche e monolinguistiche (sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo) – nonché grazie al coinvolgimento di quante più figure professionali e non, tra traduttori e consulenti, madrelingua e non. Come risultato, in pratica si potrebbe dire che per ciascuna scelta di adattamento da compiersi, di mio non ho mai scelto né mai sceglierei una data resa piuttosto che un'altra perché mi piaccia di più, o perché mi sembrasse "starci bene", o mi "paresse funzionare", quanto che ho sempre scelto una specifica resa sopra alle possibile altre perché, dopo aver consultato tutte le fonti (testuali e umane) a me disponibili nei due ambiti linguistici interessati, quella mi si è riprovata essere l'opzione più corretta, anche in coerenza con la terminologia di tutta l'opera, anch'essa parimenti analizzata a catalogata. Non sto ovviamente dicendo, neppure surrettiziamente, di essere infallibile in alcunché: la mia non è che una base obiettiva posta a fondamento di scelte sempre e comunque umane. Quello che sto semplicemente ribadendo è che cerco sempre di anteporre il criterio oggettivo al soggettivo, per quanto mi è possibile, ovvero per quanto mi riesca, di volta in volta. Il mio criterio di base è dunque soltanto questo. Eppure, come si capirà, per applicarlo e praticarlo ci vuole molto più tempo e impegno e sforzo che a fare le cose secondo "gusto e fantasia", ovvero reinventandosi più o meno liberamente il contenuto di un originale straniero, che risulta nei fatti una cosa infinitamente più rapida, agevole e per qualcuno divertente di quello che io ritengo essere il mio vero e giusto lavoro. Ci sono persone che lo vorrebbero essere un "lavoro creativo", ma io ritengo che sia un lavoro metodico. Ci sono persone che ritengono che lo scopo di questo lavoro sia quello di far capire e piacere, ovvero rendere semplice e rendere gradevole alle orecchie dei propri connazionali il contenuto di opere straniere, ma io ritengo che si tratti di portare alle orecchie dei propri connazionali la massima veridicità culturale e contenutistica delle opere straniere su cui si opera. La principale e basilare differenza è proprio questa. Solo se una traduzione, adattamento, localizzazione di un'opera straniera viene effettuata fedelmente, l'opera straniera resterà quanto più sé stessa anche una volta trasposta in un'altra lingua, e così – conoscendola per quello che era e che è – ciascun esponente anche di un pubblico straniero potrà legittimamente, liberamente e giustamente decidere se l'opera in questione glii piaccia o meno. Rendere possibile questo onesto giudizio personale che spetta a ciascun singolo fruitore delle traduzione è appunto il mio proprio compito. In questo senso, o una traduzione è fedele, oppure non è, semplicemente. Dunque non credo sia mio compito far piacere qualcosa a qualcuno, anzi non credo sia un mio compito far piacere niente a nessuno. Non sono un venditore e non sono neppure l'autore originale delle opere su cui lavoro, dunque in primo luogo non credo abbia alcuna importanza se una data opera su cui lavoro piaccia a me per primo. Mi interessa invece che quell'opera straniera sia resa nella mia lingua quanto più correttamente possibile, perché se parliamo della traduzione, dell'adattamento, della localizzazione di un'opera altrui, di altro autore, non dirò mai che qualcosa è giusto perché bello, ma sempre che è bello perché è giusto. Ovvero, nel mio ambito, credo che la maggiore correttezza sia la suprema bellezza. Dinanzi al trito quanto misero aforisma della traduzione che, come una donna, avrebbe a essere o bella o fedele, io dico che la fedeltà è la vera bellezza, l'estrema bellezza di una traduzione come di una donna, perché è la bellezza dell'anima. Quindi mi fa ancora specialmente ridere leggere i miei contestatori che sostengono l'esatto contrario del mio pensiero, del mio sentimento, della mia realtà, e sostenere che io sia una persona bramosa di ricoprire un improprio ruolo autoriale, che vorrebbe mettere il suo marchio sulle opere su cui lavora come adattatore. Come si diceva, come si capisce, è l'esatto contrario. A tutti gli effetti è il preciso contrario, a dispetto delle credenze favoleggiate da taluni esponenti del pubblico che, pur legittimamente insoddisfatti del mio lavoro secondo il loro personale e quindi indiscutibile gusto, finiscono poi per deragliare verso astiose espressioni del proprio scontento, proiettando forse sul mio nichilismo le loro stesse malcelate velleità.

Proprio sotto questo aspetto, anche (e soprattutto?) il mio adattamento per il secondo doppiaggio italiano di Mononoke Hime è stato apparentemente divisivo, per di più in modo diacronicamente curioso, poiché dopo un primo momento di entusiastico plauso rivoltogli dalla platea di appassionati e professionisti ed esperti del settore, in un secondo momento sembra aver attirato su di sé il malcontento di una frangia più generalista e rumorosa del pubblico. Molto chiasso, soprattutto e insomma. Per contro, negli ultimi anni è diventato oggetto dell'interesse di alcuni attenti studiosi della materia linguistica e cinematografica in oggetto, che mi hanno contattato e intervistato nel corso degli anni per redigere le loro tesi di laurea. Ma tant'è: non è questa la sede per riprendere una diatriba ormai persino stantia oltreché stucchevole, indi passiamo oltre e proseguiamo nei meandri delle logiche e dei metodi praticati nell'adattamento in questione.


Il dizionario interno di un'opera narrativa: disambiguazione terminologica

In un testo narrativo si possono sempre riconoscere, distinguere e quindi enucleare delle parole chiave elette dall'autore. Sono parole che magari nella lingua d'origine hanno una gamma semantica anche molto vasta, ma che in un particolare testo divengono spiccate, specifiche. In questo senso, per parlare più concretamente, la lingua utilizzata da Miyazaki Hayao è sempre molto, molto più codificata di quella utilizzata da Takahata Isao, per l'ovvia ragione che Miyazaki crea opere di fantasia, e quindi universi con i loro concetti chiave e i loro codici "interni". In verità, lo stesso regista ha poi esplicitamente rinnegato questa logica creativa di elementi narrativi regolamentati (ma erano già i tempi di Howl, difatti si parlava di "magia"), ma resta che i suoi mondi fantastici sono ambiti con dei propri canoni ed equilibri, il che è proprio tipico degli universi fantasy. Dunque, se la difficoltà maggiore insita nei testi dei film di Takahata Isao è proprio la loro profondità e varietà culturale, per contro le difficoltà nel lavorare alle localizzazioni dei film di Miyazaki Hayao sono legate soprattutto a un uso assai personale, fantasioso e autolegittimato della lingua giapponese. Si potrebbe dire che entrambi gli autori si mostrano come artisti imperialisti del linguaggio, ma lungo strade diverse. Del resto persino in un film dedicato a un pubblico di bimbi in età prescolare come Ponyo, non è che Miyazaki Hayao si sia guardato dall’inserire una battuta con arcaismi pseudoscientifici presi di peso da un romanzo di Natsume Souseki (ovvero Io sono un gatto, nel caso specifico), dove troviamo un ormai a dir poco desueto concetto di "fattore (genetico ereditario) inferiore" (劣等因子, "rettou-inshi") in luogo del moderno e corrente "fattore (genetico ereditario) recessivo" (劣性因子, "ressei-inshi"), per esempio. Nei copioni dei film di Miyazaki Hayao ci sono sempre stranezze del genere, al punto che nel commentario audio (giapponese) del film Nausicaä della Valle del Vento l’aiuto-regista del lungometraggio Katayama Kazuyoshi e l'acclamato Anno Hideaki, amico e allievo storico di Miyazaki Hayao, si chiedono esplicitamente "come mai Miyazaki utilizzi per i suoi dialoghi un linguaggio tanto ricercato", per poi convenire che è proprio Miyazaki stesso a parlare spesso in una maniera vezzosa e infine concludere che "però questo conferisce un sapore particolare ai suoi film". Proprio in questo senso, Mononoke Hime risulta persino paradigmatico: come si vedrà più in dettaglio, al suo interno si trovano elementi del tutto vagheggiati (un villaggio Emishi in epoca Muromachi, i calcaterra/jibarashi, i kodama rappresentati in quel particolare modo, l’uso della parola "shishi" intesa col significato della sua antica lettura di "shika" in Shishigami, e altre ancora, arrivando persino all’utilizzo di un kanji considerato inesistente nella lingua giapponese corrente. Nel testo figurano pertanto molti concetti e denominazioni dalla spiccata connotazione specifica, anche al di là delle quali tutto il resto è riccamente costellato di usi del tutto puntuali di parole precise, di registri lessicali discrezionalmente impiegati per caratterizzare sottilmente vari personaggi, situazioni e rapporti. In altre parole, proprio Mononoke Hime è senz'altro una delle opere di Miyazaki Hayao con la lingua più ricca e codificata al tempo stesso, forse la più specificata fra tutte quelle impiegate nei testi dello stesso autore, così defininedo grandemente la cifra stilistica del film stesso e dei suoi dialoghi.

Dinanzi a un simile ambito di utilizzo specifico di una lingua naturale all'interno di una narrazione fittizia, una mia tipica linea direttrice è quella di "disambiguare" le parole che costituiscono il dizionario specifico codificato dall'autore all'interno della sua opera, ovvero di rispettare e conservare le "variazioni" e le "permanenze" (lessicali, anche se sto qui usando una terminologia analitica piuttosto matematica, come si vede). Dunque una delle mie "bizzarrie" è enucleare il contenuto semantico preciso "per aree" del testo originale, per cercare una corrispondenza idealmente biunivoca di resa interlinguistica dei termini chiave così individuati. Questo tipo di "univocità e disambiguazione" lessicale, volta a creare una corrispondenza precisa sull'originale, mira a preservarne la cifra stilistica: ciò che è uguale nell'originale (permanenza) tale vorrebbe restare nell'adattamento italiano, ciò che è diverso (variazione) così si vorrebbe preservare. Tuttavia, questo tentativo non sarà mai perfettamente realizzabile. Anzi, non è mai perfettamente possibile, specie quando l'intersemantica non parte da una radice linguistica comune tra una lingua e un'altra, le cui rispettive aree semantiche delle parole non combaciano mai perfettamente, quindi non si riuscirà mai a trovare una perfetta corrispondenza biunivoca tra le parole di due lingue diverse. Pertanto, anche la possibile forzatura a cui si può sottoporre un testo tradotto, adattato, localizzato dovrà per forza trovare un suo limite, perché pure questo intento, questo 'puntiglio terminologico filologico' (o come dirlo si voglia) deve sempre restare un mezzo per la fedeltà di resa del testo del suo contenuto e del suo stile, non un fine in sé stesso.

Di conseguenza, la mia ricerca di disambiguazione terminologica è in primis un qualcosa che viene sempre condotto e attuato internamente a ciascun singolo testo, ovvero copione, non già in toto su una data lingua straniera di partenza. In altre parole, non esiste una mia "tavola delle disambiguazioni del giapponese", ma soltanto varie "tavole delle disambiguazioni" di ciascun film su cui ho lavorato. Perché, come dicevamo, ogni film è diverso da tutti gli altri e mostra un uso della lingua diverso, specifico del suo autore e di quella specifica creazione di quell'autore. In secundis, anche all'interno di una stessa opera, la disambiguazione lessicale non sarà mai totale, assoluta, completa, perché questo intento comporterebbe un nefasto deragliare della resa linguistica di base. Difatti, se si analizzano profondamente i testi italiani che ho prodotto negli anni per i diversi copioni dei vari film Ghibli – e qualcuno l'ha fatto e lo fa seriamente, tipicamente per scrivere tesi universitarie e tesine liceali, in vari ambiti e a vari livelli – si noterà che non esiste mai una "quadratura perfetta della terminologia" neppure all'interno di un dato, singolo copione.

 

Modificato da Shito
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