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Shito

Pchan User
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  1. No, aspetta, è ancora più cliché. Gli amici di infanzia si sposano fra loro, da Oscar e André a Rukia e Renji, coppia fatta. E il teppistello dal cuore grande ha la sua mini-kannon deficiente in classe, quella che lui le piaceva anche quando tutte le sane di mente lo evitavano, no? Nel film se la menano surrettiziamente col "grande talento" di Rukia benché nata nel ghetto, tipo sei nata nei bassifondi ma sei una tensai. Nota: ho ben presente soprattutto il film live. Ma la scenata di gelosia di Renji è il momento migliore. "Tada no esa darrro, gomi darrro, kudzu darrro, zakkou darrro, kusaregedou darrro!" XD
  2. Sì, Ichigo è lo stereotipo del "furyou" - lo studente delinquente/teppistello, ma "con un cuore grande così". Negli shoujo manga è quello che la ragazzina protagonista, un'adolescente "normale e senza talenti", vorrà salvare, in genere scoprendo gli abusi familiari da lui subiti. Non come una crocerossina, no - come una piccola Kannon. XD Ovviamente questo è uno shounen, quindi lui non ha subito violenze domestiche (questo solletica le lettrici femmine, non i maschi), ma ha per contro il senso di colpa di "non essere stato in grado di proteggere mammà". Quindi Ichigo si dissimula da insensibile, se la mena che salvare il prossimo "non sono fatti suoi", ovvero "non lo riguarda", salvo poi voler salvare il primo bambino di turno, perché "non sono così stupido da voler salvare chiunque, ma non sono neppure così un rifiuto da non salvare un bambino che rischia la vita dinanzi a me" - più o meno. E' interessante notare che sempre nel film live il padre di Ichigo ha la filosofia di Takahata, ma la condensa in due frasi invece che in ore e ore di pellicola. ^^ Alla fine, colpo di scena, il Giappone è il Giappone, e i giapponesi sono giapponesi, ed esiste una mentalità nazionale diffusa nelle congiunture di spazio e tempo. :-)
  3. Per contro la tipetta non aveva mai avuto nessuno che "avesse rischiato la vita per proteggerla" (povero Renji), non dimentichiamo dal ghetto ed è stata accettata nell'elite, quindi è il cliché della yuutosei "indurita dalla durezza del classimo scalato ma patito". Quindi lei gioca tutto per proteggere lui, ovvero per non sacrificarlo, e lui gioca tutto per proteggere lei.
  4. Alla fine è il tipo shounen sentimentale giapponese, che vive su uno dei cardini di quell'impianto sociale: l'interdipendenza affettiva (amaeru), e il suuo rovescio o corollario, il desiderio di proteggere (mamoritai). L'essersi sentiti protetti, difesi, o la negazione di quello è il movente del voler a propria voglia proteggere, o la negazione di quello. In un modo o nell'altro diviene una questione identitaria, esistenziale, di accettazione del sé e del proprio diritto all'esistenza. (E a giudicare dal tuo avatar dovresti capirmi) "Forse!" (Tabun!)
  5. Ah, ok. Siamo coetanei. E' quindi da me inteso come un complimento se ti dico che sembri ragionare con la freschezza intellettuale di una persona più giovane del vecchiaccio che sono. :-)
  6. Credo che aspettando tu non ci perda nulla. :-)
  7. Grazie a te della risposta sempre sincera. In effetti, parlando di Yamada, permettimi di farti una breve collatio di cose che avevo scritto altrove. Credo che tu sia più giovane di me, quindi è possibile che certe mie esternazioni risultino al tuo orechio delle eco più distanti che alla mia memoria, ma ho fiducia nel tuo intelletto vivo. ---- Devo ammettere che questo film ha spiazzato e messo in crisi anche me. Per mesi, eh. Dopo mesi mi sono reso conto che in effetti, più che mettermi in crisi, mi ha ferito. Profondamente. E il motivo per cui il film mi ha ferito così profondamente è che anche se mi sembra tutto giusto, anche se dinanzi alla scena finale piango perché mi sento un fallito totale (già solo il modo un cui cammina Nonoko mi fa piangere), la verità è che anche capendo questa lezione è troppo tardi. La società non è più quella ritratta nel film (primi Novanta) e non è neppure quella di quando il film è uscito (ultimi Novanta). Non è più una società per una famiglia media (significa: mediocre) con casa indipendente di proprietà, nucleo monoreddito, due figli e nonna sotto lo stesso tetto. Non è più una società con quel tipo di comunicazione familiare. Non è che quella società si sia semplicemente "rotta": è che di quella società non restano ormai neppure le macerie. Quel modello è esistito in Giappone sull'onda lunga del loro "miracolo economico", mentre da noi si è visto di straforo con l'onda lunga del Piano Marshall. Quel modello, per noi, era il sogno che si è costruito con una vita a credito, uno stato a credito. E ci credo che la gente rimpiange gli Ottanta: erano anni in cui una nazione viveva al di sopra delle sue possibilità. Così è molto facile, no? E invece, ripeto, di tutto quello che potrei rimpiangere, che potrei pensare di anelare cambiando la mia vita, non rimangono neppure le macerie. Indi non si può che fare un sorriso storto, e magari versare una lacrima amara in silenzio. "Stabilità familiare, desiderio del mondo" <- era lo slogan del film, in Giappone. Guardando il film, mi viene da pensare che la nostra attuale società, dove qualsiasi sogno di serenità familiare è infranto e dimenticato, non sia che un teatro dei finti lussi episodici che fungono da diversivo dinanzi a una vita reale che non comincia mai. "Siccome non potrai avere una famiglia vera, ovvero una vita mediocre ma serena, siccome non potrai crescere davvero i tuoi figli come in effetti tu sei probabilmente stato cresciuto, stordisciti con qualche gadget costoso, con della tecnologia inutile, con un viaggio, con qualsiasi cosa che puzzi di lusso, che ti inebrii, e che non ti faccia pensare a quello che non hai, e non potrai avere." Una cosa così. La frivolezza, le frivolezze, che si trascinano nell'incapacità di gioire della serietà. Un eterno giro in giostra, in un modo o nell'altro. E quando la giostra si ferma, raccatta un altro biglietto. Tra un biglietto e l'altro fai qualcosa per poterti comprare il prossimo biglietto. Ma in questa vita di diversivi, di svaghi, in questa vita così fasulla... quando comincia una vita vera? Una vita vera, dico, fatta di dolori e noia di cui essere felici, perché sono veri, perché sono l'essere in vita. Non comincerà. Almeno per i deboli e i pusillanimi come me. I viziati da un'infanzia di agi non solo materiali, ma ancor più spirituali. Per loro ci sarebbero poi i falsi miti di progresso, gli autoinganni generazionali, che ti fanno credere che aver studiato una vita e dover fare l'emigrante (andare a lavorare all'estero è questo: fare l'emigrante) sia una cosa bella invece che una cosa triste. Ti fanno credere che non poter avere radici, che essere "cittadino del mondo" invece che una cosa miserrima sia un ideale desiderabile. Ti fanno credere che non avere un'identità sia bello. Ma sono sempre solo tutti inganni. Gli inganni con cui si tenta di far sopportare l'insopportabile.
  8. Mah, a dire il vero tutti i report (intendo: quelli che ho di prima mano da utenti selezionati per cognizione, non roba letta o vista su inet) mi dicono che la 12.0 è la x.0 più solida mai vista per iOS. Penso davvero che da 11.x sia in miglioramento, sai? A me non compete perché sono sempre sul mio amato iOS7. :-)
  9. Shito

    TRAILERS E NEWS

    Wow, quindi stanno facendo Finding Nemo 3? Quella rossa è il pesce pagliaccio, no? La PiXAR è proprio a scarso di idee.... :-/
  10. Poi ho acquistato un iPhoneSE. Un iPhone SE 64GB, quindi con iOS stock più vecchio (9.3). :-) Poi ne ho preso un altro uguale, di un altro colore. Sicuramente ad iOS9.3 l'applicazione Music era già fuckata, ma forse quella Photo ancora non del tutto? In ogni caso li lascio entrambi sigillati per il futuro, visto che la linea evolutiva è quella che porta a cose a me sgradite. Stock di sicurezza. :-)
  11. Shito

    Venom

    Dal trailer il doppiaggio mi pare davvero molto riuscito.
  12. Beh sai, un'azione contro i remoti è una cosa, ma contro i vivi?
  13. Shito

    Che cosa state leggendo

    Ho poi concluso la lettura di "Iro Iro", di Giorgio Amitrano. Lo consiglio davvero a tutti, ma soprattutto a coloro che conoscono un po' il Giappone, la cultura giapponese. Credo che questo libro sia molto più gustoso senza dover cagionare epifanie nel lettore, perché è così che è nato, come una raccolta di interessanti vignette interculturali sul Giappone. Non è una saccente rivelazione sulla materia, ma contiene davvero degli squarci luminosi, brillanti, veritieri. Soprattutto, molto onesti nell'essere presentati da un punto di vista del tutto personale, per niente accademico. Aneddoto. Ho deciso che Giorgio Amitrano mi piaceva proprio parecchio durante il primo pranzo che abbiamo condiviso. Entrambi ospiti, c'erano chiaramente altre persone. Giorgio si era già palesato per la persona deliziosamente e delicatamente educata che è. Un tratto caratteriale di certo molto intonato al suo essere un rinomato nipponista. Chiacchierando, ho buttato lì una domanda precisa. Perché la risposta mi interessava davvero, e perché Giorgio era davvero la persona giusta a cui chiedere: Giorgio ha tradotto in prima persona "Una notte sul treno della Via Lattea". Gli ho chiesto, circa: "Scusa Giorgio, mi sono sempre chiesto, tu ritieni plausibile che Miyazawa Kenji conoscesse l'opera di De Amicis? Perché a me il trittico di protagonisti di Ginga Tetsudou no Yoru ha sempre fatto pensare alla triade Bottini-DeRossi-Franti." La risposta di Giorgio, ancorché pacata, è stata nettissima: "Non è che lo ritenga plausibile, ne sono certo perché ne ho le prove". Al che è seguita una breve enucleazione delle stesse. Al che è seguita una ben condivisa statuizione dell'importanza del distinguere fatti da opinioni. E lui era molto convinto della sua opinione, basata sui dati di fatto che mi ha descritto. Questa cosa mi è piaciuta tanto. Bisogna distinguere i fatti dalle opinioni, ma in effetti non è vero che "delle opinioni non si può discutere". Tutto il contrario: è dei fatti che non si può discutere, perché sono fatti, dati di fatto. Li si può solo documentare. Su quelli si devono basare delle opinioni personali, si deve elaborare il libero pensiero umano, non privo di una componente d'intuizione. E di quello si può, si deve discutere, sempre nel tentativo di affermare il proprio pensiero mentre lo si confronta con quello degli altri, e sempre armandosi dell'onesta cognizione che, potendo venire provati in torto, si potrebbe giungere alla necessità di cambiarlo. Parlate davvero significa mettere in gioco le proprie convinzioni, anche le proprie sicurezze. Quindi è una cosa rischiosa, quindi molte persone – dire la maggioranza – evitano accuratamente di farlo. Peccato. Così sono rimasto in amichevoli rapporti con Giorgio Amitrano, e durante la lettura del suo libro ho continuato scambiare con lui le mie impressioni in merito. Cosa che lui sembra aver apprezzato oltre che tollerato, e siccome è una persona che mi pare così genuina, la cosa mi pare incredibilmente vera. Ci siamo poi ridati appuntamento e incontrati, cosa che auspico di fare ancora in futuro. Di mio ho sempre avuto conflitti vari con l'accademia, ma questo incontro per me così fortunato ha davvero segnato un raro barlume di speranza a questo riguardo. A tutti voi non posso che consigliare di nuovo la lettura del suo libro, sperando che -come si proponeva durante la presentazione pubblica- ne scriva anche un secondo volume. Siccome mi ha detto che la parola "Ironna" non gli piace, allora gli ho suggerito il titolo "Hodo Hodo". In fondo eravamo lì per una rassegna su Takahata.
  14. Shito

    Uno sguardo verso il futuro

    Anche i monologhi narrativi di PinguDrum, o le backvoices con i riferimenti a MIyazawa Kenji, non avrebbero fatto pensare a un buffone dai capelli rosa. Però poi dopo ottime premesse a Ikuhara scappa sempre la manina sulla commedia più burlesca e pacchiana. Chissà perché.
  15. Shito

    Uno sguardo verso il futuro

    Sembra interessante. Potrebbe essere la versione intelligente di quel giocattolo che era Kimi no Na ha. Sempre se Ikuhara non farà, come suo solito, saltare fuori l'idiozia incarnata in qualche personaggio ridicolo che si prende sul serio.
  16. Oh, grazie per l'interesse. Non è che il mio precedente post fosse un'esca, un teaser per farmi pregare una elaborazione, ma del resto subconsciamente potrebbe esserci una simile componente. In realtà mi rendo conto di utilizzare questi (e altri) generi di "dialoghi" per mettere in ordine i miei pensieri, per elaborarli in me, il che è molto takahatiano – volendo. Di questo mi scuso. Per contro, mi pare di avere inteso che tu sei siciliano, quindi la tua dimensione intellettuale è probabilmente superiore alla media, cosa che più che il mio mero pensiero è quello della mia consorte, le cui intuizioni sono generalmente veritiere. Premesso il che, tornando quindi a La tomba delle lucciole, il punto è che riguardandolo ho avuto proprio dei sentimenti misti nei confronti di Seita. Mi sono riscoperto del tutto incapace di condannarlo in toto, ma anche incapace di salvarlo in toto. Dimostra sciatteria e orgoglio, si mostra viziato. Cose che mi sembrano deprecabili, specie nella sua situazione. Ma la sua irresponsabilità è quasi sempre rivolta verso sé stesso, molto meno verso la sorella – per la quale si preoccupa genuinamente, e per la quale si dà da fare. Cucina per lei, e mette a posto le stoviglie come non faceva a casa della zia. È palese che pur non riuscendo a badare davvero a sé stesso, cerca di badare a lei. Cerca, orfano, di essere una figura genitoriale – fallendo miseramente, in certi casi, ma non per cattiva intenzione. Questo tranne quando continua a mentire a lei, a nascondergli le verità, che poi sono proprio que momenti su cui lo spirito di lui, spettatore insieme al pubblico, sembra appuntarsi con maggiore interesse e disprezzo, se non vero rifiuto. In questo si colloca tutto l'occultamento delle ceneri della madre, soprattutto. Probabilmente un punto di inelaborazione per il ragazzo, che lui proietta e sublima (male) nel tenerlo puerilmente nascosto alla sorellina, salvo poi scoprire che lei sapeva, e faceva simbolicamente la tomba degli insetti. Ho così continuato durante tutta la visione del film oscillando insieme alle ambivalenze del protagonista, e sono arrivato alla fine sempre così. Alla fine della storia, e questo è un altro punto che spesso mi pare del tutto tralasciato nelle critiche di questo film, il regista torna sugli spiriti dei due per concludere poi con i titoli di coda. Quindi essenzialmente questo film "inizia dalla fine" delle vicende, ovvero la morte di lui, e insieme con gli spiriti dei fratelli riuniti prende il treno (Miyazawa Kenji?) e torna indietro nel tempo fino all'inizio delle stesse vicende, ovvero il bombardamento che li rende orfani, per poi narrare passo passo tutto il percorso delle vicende. Solo che tornati alla fine del film, ovvero quando gli spiriti dei due sono riarrivati – insieme al pubblico – all'inizio del film stesso, lo scenario che stanno contemplando non è più quello della fine della guerra, ma quello gli Anni Ottanta. Dalle luci dei bombardamenti si è passati alle luci di una città con grattacieli e modernità scintillante. Ovvero, gli spiriti dei due non sono arrivati solo all'inizio del film, sono arrivati molto più avanti, più di quarant'anni avanti nel tempo. Tutta questa componente, si noti, tutta la faccenda degli spiriti che contemplano, ovvero "rivivono" la narrazione, è un aggiunta pura di Takahata sul romanzo originale, che non contiene nulla di tutto ciò. Possiamo considerarla l'ideale rappresentazione di uno sguardo moderno (il film, ricordiamolo, è del 1988) su una vicenda già "passata". E il finale, che unisce surrealisticamente e simbolicamente le due epoche, mi sembra quasi anatemico. Perché in fondo ad aver rivissuto, rivisto, riconsiderato la condotta di Seita insieme al pubblico è null'altro che lo spirito di Seita. Quello di Setsuko compare a malapena, non ha scena. E quindi alla fine Seita guarda la città, la società che Takahata pensava ormai popolata da ragazzi come lui. Il regista ha così frapposto una distanza focale tra le vicende e il pubblico. Il che mi riporta alla mia sensazione di giudizio ambivalente nei confronti del protagonista. Non c'è immedesimazione. Non posso né "prendere le parti" di Seita, né disprezzarlo come se fossi stato accanto a lui. Permane un distacco netto, il che forse spiega perché io non abbia mai trovato questo film particolarmente commovente. Mi viene sempre da pensare un mio motto, ovvero: "spietatezza e crudeltà sono cose completamente diverse". Perché la spietatezza è fattuale, è neutra. La natura è spietata, la realtà è spietata. Proprio perché la pietà è un sentimento umano, cose inumane come la natura o la realtà non possono essere pietose, ma solo spietate – letteralmente. Al contrario, la crudeltà è intenzione cattiva, è compiacimento e gusto nel compiere il male. Non vedo alcuna crudeltà, dunque, in Hotaru no Haka, non c'è nessuna cattiveria né in scena né nella messa in scena. La realtà non è cattiva, al massimo è dura. Quando si dice che il destino è cinico e baro, quando si dice che è natura è crudele, queste non sono che proiezioni dell'umano sull'inumano. Perché credo che la realtà non abbia intenzioni, ma l'uomo non può accettare di essere una canna al vento, di essere un granello di sabbia che volteggia trascinato nel caos indeterminato, e quindi non può evitare di "umanizzare" gli enti a cui è soggetto, attribuendogli in maniera retorica o mistica o religiosa una qualche forma di intenzione o volontà. L'uomo mette di suo la causalità nella casualità, perché non riuscirebbe a vivere nell'accettazione della sua impotenza dinanzi al mero caso. Pensavo queste cose, e pensavo che alla fine questo atteggiamento registico di Takahata è in qualche modo molto documentaristico. Il documentario mette in scena un documento, no? Quindi ci sarebbe questo distacco tra autore e narrazione. In fondo la prima cosa che Takahata ha fatto con lo Studio Ghibli è proprio un documentario (La storia dei canali di Yanagawa), che è un documento totalmente antropologico nell'analisi etnografica di una colonizzazione storica. Il che rimanda direttamente a PoroPoro e poi a Ponpoko, no? Però quella è finzione, sono storie. E' narrativa propriamente detta. Ho anche pensato che i conti mi tornano, perché questa vague documentaristica, parlando di cinema e cinema sociale, "cinema impegnato" (dio, che schifo di definizione), quel cinema di impegno politico che segue la nouvelle vague francese, per me che sono italiano sfocia proprio nel migliore neorealismo. E il migliore neorealismo sfocia in una sorta di commedia dell'arte, di maschere fisse, ovvero di teatro classico. Da Rocco e i suoi fratelli in poi, volendo. Il che mi riporta al concetto di "distacco" dalle vicende, mi riporta al desiderio di non-immedesimazione del pubblico coi personaggi, e mi fa pensare a tutta la diatriba sulla nascita della tragedia di cui Nietzsche. Alla fine, da Antigone a Ifigenia a chi si voglia, non è che le si metta in scena per far immedesimare il pubblico con loro, ma per proporre al pubblico – mantenendone la distanza – un certo scenario tragico, su cui riflettere. Credo che questo tipo di rappresentazione serva per far riflettere l'umano sull'umano. E quindi tutto mi torna con Takahata, col suo amore per il cinema colto francese, la cultura logica francese, e il neorealismo italiano – perché lui era giapponese, mica francese. Si direbbe Prévert e Grimaul, ovviamente. Di mio penso sempre a Visconti, il migliore Visconti, penso al passaggio segnato da Bellissima, e poi arrivo fino a Elio Petri. Perché è evidente che il protagonista di Todo Modo è Aldo Moro, ma è stato reso una maschera fissa. Non è importante neppure il suo nome, è tutto simbolico, quasi surrealista. E sono convinto che fuori dal bunker di Todo Modo, il mondo sia già quello di Buone notizie. Ancor più surrealista è tutto quell'ultimo film, incidentalmente un soggetto originale del regista (credo) – e incidentalmente l'amico morto del caso, quello che sembra pazzo e forse lo era ma forse no, si chiama Gualtiero. Che ridere. Pensavo tutto questo, e poi ho trovato una cosa scritta proprio da Takahata nel suo libro "Manga Eiga no Kokorozashi" (L'aspirazione di fare film a cartoni animati), che provo qui a tradurre al volo: "Quello che ho inteso nella mia opera, a partire da Hotaru no Haka e Omohide PoroPoro, non era - come avevo fatto sino a prima - di avere gli spettatori completamente rapiti dalla storia, quanto piuttosto di fargliela osservare da una certa distanza. Ho cercato di non fargli totalmente dimenticare loro stessi, ma di lasciarli uno spazio per il pensiero razionale. Non volevo che si mangiassero freneticamente le unghie, quanto piuttosto presentargli una situazione obiettiva per mantenerli trepidanti sull'orlo dei loro posti. Talvolta ho anche voluto assumere uno sguardo critico sul protagonista. Fu subito dopo aver incontrato Paul Grimault, quando appena iniziato i lavori su Ponpoko, che cominciai a lavorare con questa nozione chiara in mente. Il film uscì nel 1994, l'anno della morte di Grimault". Credo che questo estratto confermi proprio tutto quello che dicevo. Forse un simile modo di cinematografia potrà sembrare più simile, per noi, a quello di un report giornalistico. Ma penso che, per un adulto, sia l'unico modo per fare della finzione degna di essere guardata. Chiaramente, dopo Ponpoko abbiamo Yamada-kun e Kaguya Hime, in cui la carica documentaristica sembra calare. Ma in effetti quel distacco analitico e contemplativo permane eccome. Nel suo totale di vignette, rimirato dalla distanza, Yamada-kun sembra un'indagine di riflessione sociologica. Ancora, Rocco e i suoi fratelli. E Kaguya-Hime, beh, essendo un classico dei classici rivoltato come un calzino per divenire archetipo vivificato, è praticamente come un tragico greco riscritto nel profondo per essere attuale nei suoi sentimenti. Altro che Brecht. Più come l'Ulysses (di Joyce), o persino il bellissimo Traumnovelle (di Schintzler), però senza cambiare l'impianto narrativo esteriore. Sono davvero messe in scena d'indagine dell'umanità, ad uso di riconsiderazione umana. Questo si ricollega un po' a quanto dicevo a Shuji quando parlavamo del valore dello "stupore" nella finzione. Credo sempre che, per un adulto, non ci sia alcun bisogno di "stupore" da finzione. Al massimo questo può servire come strumento pedagogico in ambito di puericultura. Ma credo che un adulto dovrebbe stupirsi solo per la realtà. E vissuta in prima persona. Dal sorriso di un bambino al pianto di una donna. Dal crollo di un palazzo allo sbocciare di un fiore. Ma non filmati, dico proprio nel raggio delle braccia dell'adulto, della sua vita reale con tutti gli odori e i sapori. Al contrario, qualsiasi cosa fittizia che lo faccia divergere da questo tipo di esperienza sensuale prima e intellettuale poi (una volta che la si razionalizza introiettandola) credo sia anzi piuttosto dannosa, perché è un tranello evasivo ed escapista. E qualsiasi argomento che tenda a legittimare la necessità dell'evasione fantastica nell'adulto, per quanto altisonante possa proporsi (fanciullino pascoliano e cose), mi pare solo un putrido alibi. Esattamente come pensava e scriveva Ejisonta nella quarta e ultima parte dell'originale "Studio sull'otakuzoku". In tutto questo, mi sembra sensato non solo che io abbia amato il cinema di Miyazaki da giovane, ma che ora quasi io non riesca più a sopportarlo, e che l'unica finzione animata che riesca ad apprezzare sia quella di Takahata. Ancor più, mi sembra sensato che Miyazaki abbia sempre continuato a definirsi un regista e un narratore per l'infanzia, e che Takahata abbia insistito -al contrario- a pensare l'animazione come un mezzo espressivo a tutto tondo. Anche se questa nozione viene usata dagli otaku come alibi estensivo e generico, in effetti credo sia stato SOLO Takahata ad aver DAVVERO usato l'animazione in maniera comunicativamente "adulta". Mi viene in mente quella famosa frase di Miyazaki, che quando parla di Heidi dice: "Io e Pakusan fummo ambiziosi, perché volevamo fare un'animazione per bambini che non fosse frivola". E' una cosa che ho già citato, qui e altrove, ma in realtà quel "non frivola" sarebbe "omochanaku": che non fosse un giocattolo, che non fosse una cosa con cui baloccarsi e basta. Che fosse quindi una cosa che avesse un significato, per bambini sì, ma con un significato. In effetti l'ulteriore svolta con Takahata avviene proprio con Hotaru no Haka. Fino a prima anche lui faceva animazione soprattutto per bambini. Hols, Panda Kopanda, Heidi, Marco, Anne, Chie, Gauche. Tutta storie animate in cui quello sguardo distaccato da documentarista ancora non c'è, sono opere di finzione in cui un giovane spettatore può ancora immedesimarsi, ma comunque graziate da una forte valenza di significato. Che d'altro canto credo sia esattamente lo stadio a cui Miyazaki si è fermato, quando ha fatto le sue cose migliori. E non ci sarebbe nulla di male in questo, si capisce. Perché sarebbe finzione per bambini, per ragazzi, insomma per persone non ancora adulte. E invece, il semplice fatto che il cinema di Miyazaki sia consumato e osannato da persone anagraficamente adulte mi sembra perfettamente sincrono con la nostra società. Pericolosamente sintomatico della sua nefasta evoluzione. Sono qui seduto a contemplare le luci della città accanto allo spirito di Seita. In chiosa metto la poesia d'un poeta assai osannato, che raramente mi convinse, ma mai come qui: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.
  17. Alla fine sto rivedendo anche io i film di Pakusan. Hotaru, PoroPoro e Kaguya li ho tutti rivisti con grande attenzione. Sorprendentemente, quello che mi ha dato maggiori punti di riconsiderazione è stato Hotaru.
  18. Shito

    Un affare di famiglia (aka Manbiki Kazoku)

    Prendo seria nota, riconsidero la possibilità di visione. A Roma è al cinema anche in lingua originale... (Nuovo Sacher)
  19. Shito

    Un affare di famiglia (aka Manbiki Kazoku)

    Per la cronaca, le mie ragioni per non andare (io, personalmente) a vedere quel film, da dialogo con Amitrano. :-)
  20. Shito

    Che film avete visto oggi?

    Io credo di capire cosa intende Shuji, forse, e quindi provo a elaborare il perché gli altri non colgono forse il punto. Il super-ereo, concettualmente, poiché è dotato di facoltà sovra-umane, è per sua definizione un extra-ordinem, un fuori dall'ordine umano, ovvero dalla società. La società può "contrattualizzarlo", ma tanto dato che la società umana non ha la forza per *obbligare* il sovrumano al suo ordine, altro non è che lui che si "sottomette" perché "è buono e bravo". Ma resta una mina vagante. All'estremo hai Superman che beh, è un dio in terra (letteralmente). Vedasi gli ultimi film, se ho ben capito (non avendoli visti). Parlando di "società", per esempio, Batman spesso saltella da un lato all'altro, vedasi la versione di Nolan. Puoi avere gli X-Men buoni e i Mutanti Malvagi, puoi avere l'agente speciale Batman che in TV era l'arma segreta di Gordon, ma tanto hai voglia a far "protocolli", se a Magneto salta la mosca al naso salta tutto. E credo che Shuji parlasse di questo, parlando degli andirivieni di accettazione o rifiuto sociale dei superheroes in "The Incredibles". Perché tra super-heroes e super-villain la seconda parte è potenzialmente variabile a capriccio, come face e hood, e resta quel "super" che significa minaccia potenziale o reale, ma sempre inaccettabile.
  21. Shito

    Che film avete visto oggi?

    Shu, dici il tema dell'accettabità sociale umana del "superuomo" (non dico l'oltreuomo di Nietzche, ma il principe centauro di Machiavelli), che per sua natura è posto al di sopra di ogni convenzione umana o contratto sociale?
  22. Shito

    Un affare di famiglia (aka Manbiki Kazoku)

    Sulla faccenda: http://www.cinefile.biz/il-doppiaggio-intervista-a-gualtiero-cannarsi datata, ma essenzialmente è ancora il mio punto di vista. :-) Nell'educata catena dei commenti si tocca anche la questione doppiaggio/sottotitoli.
  23. Shito

    Un affare di famiglia (aka Manbiki Kazoku)

    Ci crederesti che ai tempi di Ranma (Granata Press) dovetti impormi veementemente per mantenere "ramen" in luogo di "tagliolini"? :-) Ma "sorellona" è stato poi del tutto nazionalizzato dall'Amuchina, come si sa. Ah, l'igiene. Anche mentale, eh. ;-)
  24. Shito

    Un affare di famiglia (aka Manbiki Kazoku)

    Shu: quanto al mio naso, è che di riffa o di raffa è stato un po' ficcato dietro le quinte della lavorazione, diciamo. Ma comunque non vale granché, ripeto e ribadisco. Infatti il mio non era un dubbio aprioristico (non credo nell'apriorismo), ma restava comunque solo un garbato timore fondato su esperienze personali. C'è anche da dire che localizzare vocalmente il live-action orientale è davvero difficile, tremendamente difficile, molto più difficile dell'animazione, ovviamente - per così tanti motivi (Takahata escluso, che conta quasi live-action). Un caro amico mi disse una volta che la cosa migliore che avessi mai fatto, come doppiaggio, era sicuramente PoroPoro. Tutto sommato credo sia Yamada-kun, invece. Come diceva Den-chan, ognuno ha la sua sensibilità. La sua soglia di tolleranza, anche. Sono cose inevitabilmente personali. Per dire che io non ce l'a faccio proprio a sentire un Tetsuo doppiato da un giovane padre e un Kaneda doppiato da una persona più giovane di uno stadio di vita, oltre che d'età. Sento il gradino. Mi infastidisce, è distonico. Lo so che il bravissimo Alessio Puccio ha una voce un po' tagliente volendo più "antipatica" di quella del bravissimo Manuel Meli, che ha invece un timbro giovanile ma più fondo, più basso. Ma non cambia niente, per me. Prima l'età, prima la verità.
  25. Shito

    Un affare di famiglia (aka Manbiki Kazoku)

    No, Den-chan, non ho detto solo che "ho motivo di pensare che". Che è molto meno di "so questo". Certo, paragonando i trailer in giapponese: e in italiano: quello che balza alle mie orecchie è la totale perdita di qualsiasi naturalezza. Si dirà, è ovvio. Il padre, da persona 'un po' sbiasciata', diventa un gagliardo sornione. UNa sagoma. UN simpaticone. Insomma un giullare all'italiana, perché alla fine quando si recita nel doppiaggio italiano è sempre tutto sovraenfatico, che sia il cattivone, il buffone, la figona... sono tutte macchiete e cliché. Non c'è alcun senso di "morbidezza". Sono tutti così impostati, così scolpiti, che a me disturba proprio. L'unica cosa che sembra vera, nel doppiaggio in italiano è la bimba piccola che dice "fratelloneeee!" lol PS: Con Amitrano, dato che non c'era ancora un titolo italiano, scherzavamo che avrebbero potuto usar,e ora sì, il titolo italiano inventato per "The Borrowers", ovvero "Gli Sgraffignoli" che ovviamente sovrascrissi ai tempi di Arrietty, Arrietty la Prendimprestito, per interderci. Stavolta avrebbero potuto essere quasi fedeli con "La famiglia Sgraffignoli", ma figurarsi.
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