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Le DIVICHE


Messaggi raccomandati

Unlimited Bile Works! :°_°:

 

Ivo De Palma

 

Il mio nome compare tra i dialoghisti dell’anime Fate Stay Night, che qualcuno di voi ha già apprezzato in italiano.

 

Ovviamente, non potevano mancare i soliti desolanti commenti di chi, a prescindere dal fatto che io mi adegui alle richieste di continuità con precedenti edizioni dello stesso marchio (come avviene in genere per i Cavalieri), o, viceversa, alle richieste di stretta conformità con il contenuto originale (come avvenuto per Fate Stay Night), ha qualcosa da ridire sul mio operato.

 

Insomma, se la fai cotta non va bene, ma anche se la fai cruda in fondo in fondo non va poi tanto bene.

 

"Curiosità: perché è stato scelto proprio lui?” domanda tal Acromio in discussione su forum inerente. Lo domanda cascando evidentemente dal pero, poiché mi tocca ricordargli che sono ancora, ahimè, ben lontano dalla pensione e che quindi risulto tuttora tra le possibili scelte per ogni tipo di lavorazione che riguardi una localizzazione italiana. La cosa può non piacergli, naturalmente, come del resto anche ad altri, ma se ne dovranno fare tutti una ragione.

 

Cercando di tamponare la querelle, che se avesse un qualche fondamento (che non ha) metterebbe in dubbio anche l’efficacia del controllo qualità del committente, tale Dk86, probabilmente in contatto con la distribuzione, se non addirittura nel suo organico (purtroppo non posso fare che supposizioni, poiché qui chi ci mette la faccia e il nome sono sempre e soltanto io) ha la compiacenza di precisare che “De Palma ha fatto né più né meno quello che gli è stato chiesto di fare (così come tutti gli altri dialoghisti coinvolti), e nulla più di quello”.

 

La qual cosa, ho il piacere di confermarlo, risponde alla papale verità ed è peraltro in linea con quanto ho sempre pubblicamente affermato, anche su questa bacheca, e cioè che io sono e resto sempre al servizio di chi, in buona sostanza, mi paga per fare quel lavoro. Se mi lascia carta bianca, agisco a mia legittima discrezione, se mi chiede continuità col lavoro altrui del passato, seguo la precisa indicazione che mi ha dato (come per i Cavalieri dello Zodiaco), se invece, come in questo caso (e in molti altri, poiché non lavoro solo a cartoni giapponesi), vuole massima aderenza all’originale, nessun problema. Tra l’altro, vorrei ricordare che aderire strettamente all’originale, che nel caso dei cartoni giapponesi significa spesso adattare da una precedente traduzione in italiano approvata dal cliente, è, per il dialoghista, la cosa più facile e meno dispendiosa in termini di tempo occorrente per rispettare la data di consegna.

 

Prosegue infatti il più informato di tutti, cioè Dk86: "Allo studio e ai dialoghisti stessi è stato chiesto di mantenersi il più vicini possibile alla traduzione adattando semplicemente al labiale, e di non cambiare in nessun modo la terminologia specifica, e così è stato fatto da tutti, anche da De Palma”. Ottimo, è andata proprio così e non si capisce perché mai sospettare che avrebbe potuto andare diversamente, specie tenendo conto che il cliente ha visionato gli adattamenti e si è complimentato, in una mail inviata anche a me, con tutto il team per l’eccellente lavoro svolto.

 

Non si capisce proprio sulla base di quali elementi si dovrebbe temere che un professionista non faccia il professionista. Ci pensa tal Seiten Taisei a chiarire l’arcano, quando osserva, riferendosi a me, che "i precedenti non depongono a suo favore”. A questo punto Dk86 ribatte, ancora una volta con molto miglior saggezza e cognizione: "I precedenti a cui fai riferimento avevano un contesto completamente diverso, però. E' questo che cambia”. Appunto. Io faccio solo ed esclusivamente ciò che vuole il cliente, se preventivamente mi fa pervenire precise direttive in materia. E il caso in questione non fa che confermarlo.

 

So che ad alcuni piace vedermi, in questa occasione, come una belva imbufalita che ha dovuto suo malgrado mordere il freno perché qualcuno gli ha messo al collo un provvidenziale guinzaglio, ma vi assicuro che il tutto avviene molto più serenamente: se il cliente mi chiede la cosa più facile, cioè aderire a un originale già tradotto in italiano mettendo qui e là qualche pausa, vi assicuro che, semmai, sono molto più contento.

 

Naturalmente c’è, in mezzo a quella palude, chi mi rimprovera le mie ben note idee sul lavoro del dialoghista, che poi valgono anche per qualsiasi traduttore. Filtro, sì. Ma che non può essere asettico e non può prescindere dalla resa migliore dei contenuti adattati nella lingua d’arrivo. Cose che ho sempre proclamato, e con me molti miei colleghi. Poi la SIAE si è pronunciata in materia, non certo ignorando e svalutando il nostro apporto creativo, ma anzi sancendolo a tutti gli effetti, e pertanto considerandoci veri e propri autori, sia pur solo dei dialoghi italiani. Mi pare che la circostanza vada nella direzione opposta a quella gradita a chi ci vuol derubricare a semplici passacarte.

 

Chi traduce ogni tanto “mette del suo”, c’è poco da fare. Lasciamo stare il caso dei Cavalieri dello Zodiaco, di cui molto si è discusso e che comunque non mi vide al timone negli anni in cui certe decisioni vennero prese, ma negli anni, più recenti, in cui quelle decisioni vennero confermate dai vari committenti. Prendiamo le righe finali di un capitolo di Moby Dick, confrontando due traduzioni. Quella di Cesare Pavese del 1932, e quella di Ruggero Bianchi, del 1993.

 

Pavese, 1932:

 

“Piccoli uccelli volarono ora, strillando, sull’abisso ancora aperto; un tetro frangente bianco si sbatté contro gli orli in pendio; poi tutto ricadde, e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa.”

 

Bianchi, 1993:

 

“Ma ormai minuscoli uccelli volavano stridenti su quell’abisso ancora spalancato, mentre una bianca risacca astiosa ne frustava i fianchi scoscesi. Poi tutto sprofondò e il grande sudario del mare riprese a fluttuare, come cinquemila anni fa.”

 

Non ho dubbi che entrambi si siano attenuti all’originale. Ma ognuno a proprio modo, e infatti non sembra quasi lo stesso libro. La sola coincidenza è nella chiusa. E qui non c’è neanche l'alibi del sincrono labiale, a giustificare differenze.

 

Chi traduce fa sempre un lavoro creativo.

Chi non lo sa è solo un povero ignorante.

Chi lo sa, e fa finta di non saperlo per attaccare, oltretutto da anonimo, un professionista, è solo un lestofante.

 

https://www.facebook.com/ivodepalma/posts/10214291962998138

 

E nei commenti

 

Veronica Paradisi: Maestro....

La gente avrà sempre da criticare qualcosa, quindi non si curi di loro e continui a fare quello che ha sempre fatto. Adoriamo quello che fa, quindi non ascolti le persone che parlano a vanvera senza nemmeno sapere di cosa stanno parlando. Dietro c'è un lavoro immenso che nessuno nemmeno immagina. :* ♡

 

Ivo De Palma: E' proprio così, ma dal momento che la mia scelta è da sempre quella di parlare col pubblico, sarebbe troppo comodo parlare solo con chi si complimenta. Sembrerebbe che non ho argomenti da opporre alle critiche, quando invece ne ho da vendere. :)

 

Oh Ivo, se è vero quel che dici, visto che risulti iscritto qui perché non sei intervenuto direttamente? E perché tra i virgolettati hai evitato proprio alcuni post come quelli di Fencer? Avrai molti argomenti da vendere, ma evidentemente solo ai clienti che ti fanno comodo :°_°:

 

 

 

 

P.S. Faccio a meno di commentare sul tizio che voleva i dialoghi in stile CDZ pure su fate :paura:

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"Curiosità: perché è stato scelto proprio lui?” domanda tal Acromio in discussione su forum inerente.

Ci facciamo sempre riconoscere :°_°:
Daje, sono citato anche io! Tra poco avremo un nostro fan/hate club tipo Shito! Dajeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!

 

Inviato dal mio Ginga Bisumafo

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Uhm, interessante. Cioè, no, è sempre la solita storia, ma facciamo finta che lo sia così da scrivere qualcosa in questa soleggiata mattinata di Ottobre. In fondo non si legge spesso una rosicata del genere.

In primis, io capisco che si porti acqua al proprio mulino, s'abbia da mettere il pane sul tavolo, e via così, ma sarebbe opportuno informarsi un minimo prima di mostrare la propria prosopopea, anche se vabbè, Divo è salito sul pulpito e ha predicato a gente che del pluschan non sa nemmeno l'esistenza. Dk86 è un vecchio membro del forum che ora lavora con Dynit, e non ne ha mai fatto mistero; nei lavori di cui si occupa poi ci mette sempre nome e cognome, idem Mp3dom,e  chiunque sia un minimo attivo sul piano della visione dei simulcast o dei lavori Dynit sa benissimo qual'è questo nome. Semplicemente, così come Divo qui identifica Ivo DePalma e si capisce al volo di chi si sta parlando, la medesima cosa vale per Dk86 che identifica Davide Campari. Quindi sì, la faccia ce l'ha messa e il nome pure. Complimenti per le informazioni sui propri colleghi, specie visto quanto è risaputa la cosa persino dai crociati.

E non so quanto sia carino tirarli in mezzo, questi colleghi, specie quando questi stanno facendo damage control per evitare che un simile lume dell'adattamento danneggi la reputazione di un'opera in cui probabilmente hanno messo l'anima per fare un buon lavoro. Certo, anche qui: capisco che non essendo lui un fan ma essendo questo un mero lavoro (per sua stessa ferma affermazione), non possa capire quest'ultimo concetto e fin dove si può arrivare pur di sostenere qualcosa che amiamo. Fortunatamente noi lo capiamo, anche se sul momento ci girano.

Ma se proprio si ha qualcosa da rispondere, tanto vale farlo personalmente, non dico qui da dove si è scappati perchè "non abbastanza tutelati", va bene anche facebook. Ma boh, immagino che oggi i professinisti facciano così e si tirino in causa a vicenda.

 

Ciò detto, prima di autosviolinarsi, forse sarebbe anche il caso di vedere il contraltare delle dichiarazioni che si sono riportate. Roba del tipo che tra le varie evidenze c'è anche il fatto che:

A) Il committente non ha voce in merito ai dialoghisti scelti da altri, si limita a dare le direttive,

B) Il lavoro è stato comunque ricontrollato da capo a piedi;

C) l'apporto depalmico è stato minimo.

Così, tanto per buttare un sassolino nel lago di autocompiacimento altrui.

 

Autosviolinata tra l'altro che si guarda bene dal trattare i veri argomenti apportati dalle obiezioni poste alla presenza di Depalma stesso. 

Se, ad oggi, chi ha un minimo di desiderio di mantenere, in fase di localizzatione, la dignità dell'opera che gli piace, o addirittura la ama e vorrebbe che fosse trattata al meglio possibile, vede il suo nome come la peste nera del settore, forse un motivo ci sarà. E' esagerazione? E' accanimento sul povero e tapino Ivo DePalma? Boh, può essere. O anche no. Specie per tutti i vari interventi fatti in passato, eh.

Non è che siano obiezioni che nascono dal nulla. Nascono da una reiterata e continua filosofia di adattamento fermamente propugnata dal soggetto in questione che è quanto di più lontano ci possa essere da quello che si ritiene essere un corretto metodo di localizzazione rispettoso dell'opera originale. Un metodo che implica la giustificazione dell'inventare come metodo di adattamento.

Perchè implicare un processo creativo è una cosa, giacchè le barriere linguistiche sono difficili da superare in alcuni casi e si comporta un certo grado di adattamento perchè impossibilitati a rendere l'originale.

Ma usare questa nozione di processo creativo per giustificare delle invenzioni belle e buone è, semplicemente, una paraculata fatta per giustificare il poco rispetto dell'opera originale e il presunto "gusto" dell'adattatore, che usa questa scusa per ergersi a sceneggiatore del lavoro di un altro, manipolandolo e rovinandolo finchè non diventa, a suo dire, adatto ai gusti del popolo di destinazione (che poi stranamente vengono fatti combaciare con quelli dell'adattatore in questione, chissà come mai). Una nozione per cui non è l'adattatore ad essere al servizio dell'opera, ma l'opera ad essere al servizio delle manie di grandezza dell'adattatore stesso, nozione nata negli anni passati e superata.

Nozione che grazie al cielo però molti adattatori odierni guardano con disgusto.

E giustamente direi.

Perchè quando si legge di cosa intenda gente come DePalma per adattamento fedele (come si può ampiamente leggere a fronte dell'obiezione posta da Hyo tempo fa sull'adattamento di Samurai 7 per Panini, obiezione che ha incontrato bile e biasimo di Divo solo per il fatto di esistere), a una persona normale che vorrebbe vedere l'opera così come l'ha voluta l'autore non può che accapponarsi la pelle. E questo senza, appunto, citare Saint Seiya da cui l' "autore" in questione ha svicolato bellamente.

L'adattatore DEVE essere al servizio dell'opera, non viceversa. E questa non è una concezione asettica, eh, tutt'altro. E' una concezione che implica passione per il proprio lavoro, rispetto per l'autore sulla cui opera si va a mettere le mani, rispettando il suo lavoro e rispettando l'intelligenza e la capacità di scelta del pubblico a cui la si propone. E' asettica solo per chi non vede altri che se stesso come perno d'importanza. Certo, adattare in certi casi è un po' tradire. Ma è una cosa che si può fare solo quando non si ha altra scelta. Farlo random secondo il gusto di chi adatta altro non è che scempio gratuito e inopportuno.

 

Poi per carità, magari citare Pavese può sembrare utile a darsi un tono di autorità ed autorevolezza (anche se io sapevo che Pavese non conosceva l'inglese in quel periodo, la moglie traduceva e poi lui adattava la traduzione a piacer suo, ma magari mi confondo), ma ciò non cambia nulla del discorso precedente e sopratutto non cambia il fatto che si sta rovinando il lavoro altrui per venire incontro alle proprie capacità mentali, in un'operazione di scarso rispetto del lavoro altrui e altrettanto scarso rispetto del pubblico (almeno quello che esce dalla cerchia di seguaci della setta divista). E che Pavese lavorasse in un'epoca in cui non c'erano i mezzi per fare traduzioni e\o adattamenti decenti mentre oggi sì, ma tant'è, se c'è una cosa che non ci si può aspettare da Ivo DePalma è la contestualità delle citazioni ("Usciamo a riveder le stelle" "Ma c'è il sole fuori!") e la loro contestualizzazione. D'altronde immagino che buttare lì il nome famoso sia a priori garanzia di effetto "AWESOME" sul pubblico di facebook.

Certo, fa ridere vedere come ci si presenti come rappresentante di gran parte della categoria (oddio, fa ridere un po' tutto, quindi forse questo passo, se fosse vero, farebbe piangere), ma poi se andiamo a leggere l'intervista di gente come Pannofino (e la citazione che ho in firma di un grande doppiatore scomparso) si capisce  che forse non è proprio così:

 

 http://www.linkiesta.it/it/article/2016/03/04/francesco-pannofino-il-doppiaggio-e-un-trucco-per-questo-agli-italiani/29491/

 

Fa anche un po' tenerezza vedere come si sia così a corto di argomenti da richiamare la citazione legale della SIAE per autodefinirsi autore, quando in realtà non si sono mai prodotti contenuti propri e originali, ma si è solo ridotte a fanfiction le opere altrui. Per dire, lo stesso Pavese oltre all'attività di adattamento mi pare avesse una produzione letteraria originale di non poco conto. La SIAE può anche, per ragioni di semplificazione amministrativa, buttarlo nel calderone con gente come DePalma, ma questo non vuol dire che i due siano equivalenti, solo che per ragioni legali condividono la medesima qualifica professionale in seguito a una facilona generalizzazione fatta dalla SIAE. Ma qualunque persona di normale intelletto si rende conto che paragonare un Tolkien o un Pavese o un Dante Alighieri a un Depalma o un qualunque semplice mestierante del settore che traduce e\o adatta sia, nei fatti, improponibile e ridicolo.

Poi la SIAE può pure chiamare mela una zucchina, ma sempre due ortaggi differenti sono. Poco ci si può fare.

 

Per chiudere, considerata la chiosa finale con annesso insultino da parte di Divo, a me sorgono un paio di domande basate sulla situazione fattuale piuttosto che sul blabla delle parti in causa. C'è un'opera, creata da uno o più autori utilizzando tempo e sforzi di quantità variabile. C'è qualcun altro che sulla base di proprie preferenze personali decide di fregarsene del tempo e degli sforzi profusi dagli autori e decide di smanacciare, in fase di localizzazione, l'opera, cambiando qua e là quando non tutto per renderla più affine ai suoi personali gusti. Ci sono altri, a cui piace quell'opera, che contestano il modus operandi di quest'ultimo sulla base di precise e circostanziate obiezioni al suo lavoro.

Siamo così sicuri che l'atteggiamento da lestofante sia quello di questi ultimi?

Sempre questi ultimi poi, consci del fatto che quel qualcuno, a meno di solido controllo, quando tocca l'opera altrui non la rispetta e ha nei confronti della stessa impulsi distruttivi (che magari chiama anche creativi), sono forse dei lestofanti se decidono di autotutelarsi scansando il lavoro di quel qualcuno? Tanto che magari chi sulla localizzazione di quell'opera ci ha veramente buttato il sangue, si sente in dovere di rassicurarli pur mantenendo un atteggiamento corretto nei confronti del suo datore di lavoro?

Domande, domande. Ipotesi, ipotesi.

Ma immagino che sia più importante sputtanare il tutto sui facebook per i pollicioni facili. In fondo l'ego di certe persone si accontenta veramente di poco.

Modificato da Fencer
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Appendice :°_°:

 

Ivo De Palma

In coda al post di ieri sui dialoghisti.

 

L'eterno scacco, il ricorrente, e frustrante, rovello del traduttore, e quindi anche del dialoghista, che in più ha la costrizione del sincrono labiale, nonché l'onere di riprodurre non la prosa sorvegliata di un romanzo ma il parlato quotidiano nei registri più naturali, o viceversa l'onere di elevare, in italiano, tali registri, qualora sia richiesto da pubblico e committenza, sta nella quarta di copertina del bel saggio di Susanna Basso "Sul Tradurre":

 

"Di fronte a quel breve giro di frase so che sta per arrivare una di quelle difficoltà scomode, che, con invidia, dovrò contemplare impotente. Mi rassegnerò a guastare la soluzione originale, e conserverò il senso di una sconfitta incolpevole, che tuttavia renderà più alto il livello della mia successiva attenzione."

 

Meditate...

 

E meditate anche e soprattutto su quanto il vostro livello di cultura, o anche solo il vostro intrattenimento, siano debitori al lavoro di quegli indispensabili mediatori che sono i traduttori. Se sappiamo perché stiamo all'impiedi, e ogni tanto facciamo quattro risate, o due seriose riflessioni, su usi e costumi distanti dai nostri, è perché i traduttori ci hanno messo a disposizione tutto lo scibile mondiale.

 

O la maggioranza di voi legge Dostoevskij in russo?

Proust in francese?

Kafka in ceco?

La Rowlings in inglese?

Pahmuk in turco?

Ishiguro in giapponese?

 

Non scherziamo, per favore.

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Come fate a capire qualcosa da quei disegni?

 

Posso chiedere perché poi dovrei leggere Ishiguro in giapponese quando scrive in inglese ...? Domanda inutile ...

Ma Divo intendeva il nome, quello è scritto in Katakana, mica il resto del libro! :°_°:

Modificato da Chocozell
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Come fate a capire qualcosa da quei disegni?

 

Posso chiedere perché poi dovrei leggere Ishiguro in giapponese quando scrive in inglese ...? Domanda inutile ...

Ma Divo intendeva il nome, quello è scritto in Katakana, mica il resto del libro! :°_°:

 

 

Te non leggi proprio, eh

 

 

Io parlavo di questo, il quasi mistero misterioso di una produzione (per i tempi almeno) molto piu' che di buon livello, con buone animazioni, ottime coreografie, buona colonna sonora, tutto tanto quanto zero appeal presso il pubblico.

 

Come dicevo sopra, Okada, ma in questo, a me non dispiaceva,

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Beh, per tornare un attimo al punto precedente, la cosa è di una semplicità unica.

Certamente un buon traduttore\adattatore è\sono una\delle figura importante\i perchè ci porta\no tutto lo scibile umano e lo mette\ono a nostra disposizione.

Un buon traduttore\adattatore.

Ma esattamente cosa fa un traduttore\adattatore che adatta e\o cambia a suo gusto questo scibile? Lo mette davvero a nostra disposizione o cerca di imporci una sua cover malriuscita di quello scibile, danneggiando la produzione originale, forse in alcuni casi sperando addiritura di rimediare alla sua incapacità di entrare in quello scibile con le sue sole forze?
Chissà.

Modificato da Fencer
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Chi traduce fa sempre un lavoro creativo.

Chi non lo sa è solo un povero ignorante.

Chi lo sa, e fa finta di non saperlo per attaccare, oltretutto da anonimo, un professionista, è solo un lestofante.

 

Ma solo a me questa sembra una bestialità bella e buona?

 

Chi traduce, per come la vedo io, offre innanzitutto un servizio in primis nei confronti dell'opera e dell'autore da tradurre e infine nei confronti del potenziale lettore, e per farlo serve soprattutto un enorme rispetto per l'opera stessa e la volontà di attenervicisi nel modo più onesto possibile.

 

Poi, se controllo creativo su un qualsiasi dizionario trovo:

 

creativo agg. e s. m. [der. di creare]. – 1. agg. Relativo al creare e alla creazione: l’atto c.; relativo alla realizzazione artistica, alla capacità di creare opere d’arte e d’ingegno: facoltà c.; potenza c.; la gioia c. dell’artista; un lavoro creativo. 2. s. m. (f. -a) Nella tecnica della pubblicità, chi ha il compito di ideare i testi e le immagini per la campagna pubblicitaria di un prodotto, suggerendo proposte che siano insieme inedite e persuasive, capaci di raggiungere con immediatezza i fini prefissati.

 

Non vedo in tutta onestà come una traduzione rispettosa dell'originale ed un lavoro creativo possano essere anche solo lontanamente la stessa cosa.

 

Poi

 

 

Chi traduce ogni tanto “mette del suo”, c’è poco da fare. Lasciamo stare il caso dei Cavalieri dello Zodiaco, di cui molto si è discusso e che comunque non mi vide al timone negli anni in cui certe decisioni vennero prese, ma negli anni, più recenti, in cui quelle decisioni vennero confermate dai vari committenti. Prendiamo le righe finali di un capitolo di Moby Dick, confrontando due traduzioni. Quella di Cesare Pavese del 1932, e quella di Ruggero Bianchi, del 1993.

 

Pavese, 1932:

 

“Piccoli uccelli volarono ora, strillando, sull’abisso ancora aperto; un tetro frangente bianco si sbatté contro gli orli in pendio; poi tutto ricadde, e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa.”

 

Bianchi, 1993:

 

“Ma ormai minuscoli uccelli volavano stridenti su quell’abisso ancora spalancato, mentre una bianca risacca astiosa ne frustava i fianchi scoscesi. Poi tutto sprofondò e il grande sudario del mare riprese a fluttuare, come cinquemila anni fa.”

 

Non ho dubbi che entrambi si siano attenuti all’originale. Ma ognuno a proprio modo, e infatti non sembra quasi lo stesso libro. La sola coincidenza è nella chiusa. E qui non c’è neanche l'alibi del sincrono labiale, a giustificare differenze.

 

 

Mettere del proprio, possibilmente il minimo indispensabile, è inevitabile. Tuttavia spesso si esagera non di poco, e, tanto per prendere ad esempio le due differenti traduzioni di Moby Dick, io faccio assai fatica a credere che entrambi i traduttori si siano attenuti all'originale, con buona pace di De Palma (le differenze tra le due traduzioni sono troppe per non pensare che almeno uno dei due si sia preso grandi libertà).

 

Infine:

 

 

L'eterno scacco, il ricorrente, e frustrante, rovello del traduttore, e quindi anche del dialoghista, che in più ha la costrizione del sincrono labiale, nonché l'onere di riprodurre non la prosa sorvegliata di un romanzo ma il parlato quotidiano nei registri più naturali, o viceversa l'onere di elevare, in italiano, tali registri, qualora sia richiesto da pubblico e committenza, sta nella quarta di copertina del bel saggio di Susanna Basso "Sul Tradurre":

 

"Di fronte a quel breve giro di frase so che sta per arrivare una di quelle difficoltà scomode, che, con invidia, dovrò contemplare impotente. Mi rassegnerò a guastare la soluzione originale, e conserverò il senso di una sconfitta incolpevole, che tuttavia renderà più alto il livello della mia successiva attenzione."

 

Meditate...

 

E meditate anche e soprattutto su quanto il vostro livello di cultura, o anche solo il vostro intrattenimento, siano debitori al lavoro di quegli indispensabili mediatori che sono i traduttori. Se sappiamo perché stiamo all'impiedi, e ogni tanto facciamo quattro risate, o due seriose riflessioni, su usi e costumi distanti dai nostri, è perché i traduttori ci hanno messo a disposizione tutto lo scibile mondiale.

 

O la maggioranza di voi legge Dostoevskij in russo?

Proust in francese?

Kafka in ceco?

La Rowlings in inglese?

Pahmuk in turco?

Ishiguro in giapponese?

 

Non scherziamo, per favore.

 

 

Il mio livello di cultura dipende senz'altro anche da tanti traduttori che mi hanno permesso di comprendere i testi in lingue a me ostiche o incomprensibili, e sono assai grato con coloro che hanno operato il loro lavoro con onestà, rispetto per l'opera e cura certosina.

Ma se un libro, o qualsiasi altro tipo d'opera giunge a me pieno zeppo di errori, invenzioni, brani travisati ecc.. beh, in quel caso non vedo che tipo di riconoscenza dovrei attribuire a questi diffusori del falso, che semmai hanno fatto solo danno.

 

Taccio sul fatto che Ishiguro è uno scrittore inglese anche perché già fatto notare.

 

E infine chiudo con una citazione che mi pare pertinente:

 

 

In principle I object as strongly as is possible to the 'translation' of the nomenclature at all (even by a competent person). I wonder why a translator should think himself called on or entitled to do any such thing. That this is an 'imaginary' world does not give him any right to remodel it according to his fancy, even if he could in a few months create a new coherent structure which it took me years to work out. [...] May I say at once that I will not tolerate any similar tinkering with the personal nomenclature. Nor with the name/word Hobbit.

 

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Chi traduce fa sempre un lavoro creativo.

Chi non lo sa è solo un povero ignorante.

Chi lo sa, e fa finta di non saperlo per attaccare, oltretutto da anonimo, un professionista, è solo un lestofante.

 

 

 

Ma solo a me questa sembra una bestialità bella e buona?

 

Beh, sicuramente la denuncia di malafede della terza riga è comprensibile e anche sottoscrivibile.

 

Per quanto riguarda le prime due righe — al netto del fatto che lì Ivo DePalma esprime, per quanto in modo assai perentorio, un'opinione assai diffusa — si tratta di capire cosa si intenda per "lavoro creativo". Ovvero, come scrivevo, è una questione di intendimento sulla soglia della "creatività", ovvero la soglia di legittimità di quella. Ci sono persone (come me) che ritengono che la soglia di creatività legittima in una traduzione sia così bassa da non poter legittimamente parlare di "creatività", ma solo di "lavoro intellettuale". Ma anche così, diventa ancor più un gioco di significanti e significati, ovvero un giocare a capirsi.

 

BTW, qui c'è tutto Moby Dick:

 

http://etcweb.princeton.edu/batke/moby/moby-1.html

 

qualcuno più colto di me sa rintracciare quel passo, così vediamo? :-)

Modificato da Shito
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Chi traduce fa sempre un lavoro creativo.

Chi non lo sa è solo un povero ignorante.

Chi lo sa, e fa finta di non saperlo per attaccare, oltretutto da anonimo, un professionista, è solo un lestofante.

si e no.

il lavoro creativo si esplica solo nel trovare il modo più letterariamente elegante di adattare in una lingua ciò che è stato scritto in un altra, ma senza cambiare una virgola del significato.

 

esempio preso da saint seiya:

 

episodio delle acque della vita, quando seiya contempla il monte

battuta originale, se non ricordo male, era una cosa tipo "è così alto che sembra dominare il mondo intero", e sarebbe il modo giusto di tradurla.

versione italiana: "in questa immensità si annega il pensier mio", e qui il WTF ci sta tutto.

 

 

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Chi traduce fa sempre un lavoro creativo.

Chi non lo sa è solo un povero ignorante.

Chi lo sa, e fa finta di non saperlo per attaccare, oltretutto da anonimo, un professionista, è solo un lestofante.

 

 

 

Ma solo a me questa sembra una bestialità bella e buona?

 

Beh, sicuramente la denuncia di malafede della terza riga è comprensibile e anche sottoscrivibile.

 

Per quanto riguarda le prime due righe — al netto del fatto che lì Ivo DePalma esprime, per quanto in modo assai perentorio, un'opinione assai diffusa — si tratta di capire cosa si intenda per "lavoro creativo". Ovvero, come scrivevo, è una questione di intendimento sulla soglia della "creatività", ovvero la soglia di legittimità di quella. Ci sono persone (come me) che ritengono che la soglia di creatività legittima in una traduzione sia così bassa da non poter legittimamente parlare di "creatività", ma solo di "lavoro intellettuale". Ma anche così, diventa ancor più un gioco di significanti e significati, ovvero un giocare a capirsi.

 

BTW, qui c'è tutto Moby Dick:

 

http://etcweb.princeton.edu/batke/moby/moby-1.html

 

qualcuno più colto di me sa rintracciare quel passo, così vediamo? :-)

 

 

Inventare non e' tradurre/adattare.

 

E', appunto, soltanto stuprare.

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Chiaro, ma non mi pare che si parlasse di "inventare", ovvero la "creatività" non è solo invenzione e fantasia.

 

Ripeto: io per uno ritengo il concetto di "creatività" già eccessivo se riferito all'opera intellettuale di traduzione, ma è una questione di intendimento terminologico, poiché di fatto la traduzione, come testo, prima non c'è e poi c'è, ovvero il testo in lingua tradotta è stato creato dal traduttore.

 

Intendevo dire semplicemente questo.

Modificato da Shito
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Chiaro.

Ma il punto è che anche se la traduzione prima non c'è e poi c'è, sempre di traduzione deve trattarsi.

Non dev'essere una roba risceneggiata ex-novo per venire incontro ai gusti del traduttore prima e dell'adattatore dopo, perchè non di traduzione trattasi bensì di invenzione spacciata per tale.

 

Quindi d'accordo che in determinati casi può esserci un certo impulso creativo (anche se trovo il termine creativo abbastanza eccessivo in questi casi, lo chiamerei più un lavoro di ricerca di un equivalente che renda il medesimo significato, come nel caso di alcuni detti che possiedono un equivalente italico perfettamente utilizzabile, non è che si stanno necessariamente coniando neologismi stile petaloso, che fanno anche un po' orrore), ma non si può abusare del termine creatività per giustificare quello che di fatto è un'invenzione (e di conseguenza un errore) fatta da chi si ritiene superiore all'opera originale e all'autore che in quel momento gli sta indirettamente dando il pane col suo lavoro.

 

E questo rimanendo nel generale della questione.

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