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Masters of the Universe: Revelation
topic ha risposto a Shito in una Roger nella sezione Libri&Fumetti
Ma la matrice di MotU non era: ? Che mi pareva anche l'anello mancante verso la madre di tutte le saghe astrofantasy ovvero John Carter (A princess from Mars), se ben ricordo in MotU il ruolo dell'astronauta terrestre giunta nell'altro mondo era quello della regina madre, o della stregona aquilina, sono un po' confuso.- 244 risposte
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A tale proposito, ricordo a tutti gli amici come al mio amico Domenico che "One Piece" ((un pezzo, pezzo unico, pezzo intero) si legge "uàn pìis" (con la I allungata e la S debole), laddove leggerlo "uàn pìss" ( con la I breve e la S rinforzata) equivale alla scrittura "One Piss", ovvero - in puro idioma angloamericano - "una pisciata", unica, intera, insomma senza interruzioni. Noblesse oblige.
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How Do You Live?/Kimi-tachi wa Dō Ikiru ka/The Boy and the Heron
topic ha risposto a Shito in una Roger nella sezione Anime & Manga
Stilisticamente, credo che la struttura venga dai racconti tipici di Miyazawa Kenji. La struttura di cui dico è, tipicamente, quella di un bildunsroman in cui un personaggio compie un viaggio in cui si affacciano episodicamente creature fantastiche, che gli lasciano un insegnamento ciascuna: è così Ginga Tetsudou no Yoru (i vari passeggeri che entrano in treno), ma è così anche Gauche il violoncellista, i vari animaletti che gli fanno visita, ed è appunto una tipica struttura dei racconti di crescita di Kenji. Contenutisticamente, credo che si tratti di una riconsiderazione della visione "terapeutica infantile, indi a scadenza" dell'escapismo nella finzione (fruita) de giovane Miyazaki, che prima di vedere Hakujaden aveva trovato un lenitivo alle sue difficoltà infantili (spesso malatino, debole, dapprima con prognosi inferiore ai vent'anni di vita) nella lettura dei manga. La sua risoluzione infantile era quella di diventare un mangaka per portare divertimento al prossimo e in questo guadagnare dignità di esistenza. Questo fino all'epifania animata di Hakujaden, quando la sua aspirazione virò verso l'animazione. Queste sono tutte informazioni ufficiali provenienti dai materiali raccolti per Ponyo (un dietro le quinte da 12 ore e mezza). Lo slogan giapponese del film era "CHE BELLO ESSERE NATI!". Ma anche con i suoi traumetti alle spalle, Miyazaki non era mai riuscito ad accettare La tomba delle lucciole, "come possono le anime dei due bimbi essere pacificate?", si chiedeva rabbioso. Del resto, proprio lui è un po' come "un Seita a cui è andata bene", dato che lo zio e il padre lavoravano nell'industria pesante paramilitare, guadagnavano "barche di soli" (parole sue) e mettevano pane e pure cioccolato sulla tavola di famiglia, al punto che il giovane M. avrebbe poi potuto rinfacciare al padre di essere stato un collaborazionista (parole sue, ancora). Essenzialmente, Miyazaki ha dichiarato che il suo scopo era portare sollievo ai bambini con una "buona" finzione. Tuttavia, essendo lui stesso un otaku (in denial), credo abbia sempre vissuto questa missione esistenziale in modo ambivalente. Anche nevrotico, certo, specie nel rapporto con Takahata, un "vero adulto" contro di lui che restava "un bambino" (giudizi di Anno Hideaki, nel commentario di Nausicaä, poi riprese alla presentazione stampa di Kaze Tachinu), che faceva del realismo espressivo la sua principale cifra stilistica. A tutti gli effetti, se Miyazaki ha sempre fatto animazione per mostrare ai bambini un mondo "on come è, ma come vorrei che fosse" (parole sue), Takahata ha sempre usato l'animazione per fare dei "documentari sull'umanità" (parole mie). In ogni caso, quando M. ebbe grande successo con Kiki, la comunità degli otaku lo criticò perché ormai i suoi film sembravano "cinema giapponese" e non più "anime" allora lui scrisse un famoso articolo su Animage intitolato "Perché non posso più realizzare film di mero divertimento" e motivando consciamente la sua "svolta", ma poi fece Porco Rosso, che infatti nasceva come cortometraggio, per uomini adulti, e tratto da un fumettino di modellismo, il suo hobby che infatti lui continua a considerarlo "un film stupido" (cfr. "Il regno dei sogni e della follia", dialogo con Sankichi). Perché, per lui, non ha una degna ragion d'essere. In più, M. ha sempre proiettato sé e molte sue precise memorie nei suoi film. In particolare, in Totoro, Miyazaki ha proiettato sé stesso in Satsuki - il che è noto (dichiarato), e la condizione della madre in sanatorio in quella di sua madre che aveva contratto la tubercolosi spinale. Poi ha proiettato sua madre in Toki di Ponyo - il che è noto. I due bimbi del caso erano invece modellati su suo figlio Gorou e Fuki, la figlia piccola di Kondou Katsuya. Il che è pure tutto noto. Ah, per la serie "uova do Colombo 3.0", ma ci credete che sono arrivato OGGI a notare che il canovaccio di Ponyo è essenzialmente sempre Hakujaden? Che tardo che sono. Eppure è evidente, no? Serpente/Pescemaledetto [faccia umana] viene salvato da principe/ragazzino, che le vuole bene a dispetto di tutto - poi i due vengono divisi, e lei da il giro al mondo per riunirsi a lui. La prima parte della fabula era anche in Nausicaä bimba col piccolo Ohm, chiaramente. Per la cronaca, in Ponyo, Toki che si alza dalla sedia a rotelle senza rendersene conto è Klara in Heidi. Gli scafi delle barche ormeggiate che viste da sott'acqua dopo l'alluvione sembrano aquiloni è ancora il secondo episodio di Panda Kopanda. :-) -
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Mondo Apple (sempre più QUALITY)
topic ha risposto a Shito in una Brarez nella sezione PC Zone (TechnoFap included)
Again. -
Me lo saprai dire. :-) Idem. Verrà una prossima vita in cui ti offrirò un buon gelato da Fassi, gelatiere sovrano. Dove capii il senso si un cartello di Abenobashi, non scherzo.
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Se così sarà, in quel doppiaggio c'erano cose rilevantissime. Recitativamente parlando, interpretativamente parlando. Ovviamente, chi conosce la serie sa che essa si regge sulla coppia di protagonisti in primis. E in primis, dunque, non posso non citare e ringraziare Eva (Padoan) e Marco (Vivio),a mio dire eccezionali sui ruoli. Uno dei picchi forse più alti è stato tuttavia toccato da una straordinaria Perla (Liberatori) sul personaggio forse più drammatico della serie, ovvero quello di Akemi. Il padre di lei è stato, per mia somma gioia e ancor maggiore onore, dal signor Maurizio Scattorin. Eccezionale, non ho altre parole. Ma c'è una parte, un ruolo, che è secondo me ancora più pregno. Potrebbe apparire come un ruolo minore, invee col cavolo. Si tratta di quello della maestra Fuyumi. In italiano, Debora (Magnaghi). Ci sono dei flashback di Shuuji che beh, sono davvero notevoli. Ah, la Wikipedia italiana riporta il personaggio di Take doppiato in italiano da Gianluca Iacono, ma no, non è lui. Si tratta di Gianluca Crisafi (lo conobbi proprio in quell'occasione). E per il vecchio avatar del "nostro" Shuji, ovvero Testu, beh... Niseem Onorato. Ho detto abbastanza. :-)
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Ahahah, ancora con "di saggezza". Quando nessun kanji che abbia a che fare con quel concetto è mai stato presente nel titolo che significa solo "Cinque Astri Anziani". Che ridere, che piangere. :-) -> :-(
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Dissento. L'apice è stato toccato con i capitoli Akatsuki no Enbukyoku e Sougetsu no Juujika. Anche il precedente Byakuya no Kyousoukyoku veva il suo (assai poco compreso) perché. C'è anche da dire che Chi no Rinne e Gekka no Yasoukyoku condividevano giusto la lettera X e degli sprite ricicliati. :-)
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Una questione di suono
topic ha risposto a Shito in una Shito nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Anche io avevo un po' di problemi a capire cosa intendessi per "adultescenza", che ho poi cercato sul dizionario. Ti ringrazio intanto per avermi portato a questa semplice ricerca. Il lemma, che è presente tanto sul dizionario quanto sull'enciclopedia Treccani, mi pare in sé di un valore cruciale nella sociologia contemporanea [postmoderna], quindi ancor più ti ringrazio, dacché siano a prima mi era del tutto sconosciuto. Si capisce quindi che il vulnus è in questo forum specialmente vibrante se pensiamo che Ejisonta apriva il suo testo dell'articolo conclusivo dell'originale "Otaku no Kenkyuu", lo "studio studio degli otaku" che ne canonizzo il [particolare uso sostantivale] del termine stesso, citando a sua volta "Noi non vogliamo diventare adulti". Da un lato, mi viene da dire che la narrativa per l'infanzia e la giovinezza trova, naturalmente, nel bildunsroman [il romanzo di formazione] uno dei suoi generi più spiccati. Questo è naturale, dicevo, perché ciò che i giovani non possono realmente evitare di fare è crescere, e quindi rivolgendosi a loro verrà naturale indicare strade buone, da perseguirsi, e strade cattive, da evitarsi. Questo secondo le libere idee dei liberi autori, auspicabilmente, e già solo in questo hai ragione nel dire che lo stato psicofisico e sociale di "adulti" è cosa vaghissimo, se poi aggiungiamo le variazioni diatopiche (i diversi luoghi) e diacroniche (le diverse epoche) tutto si fluidifica e relativizza ancor più. Quale sia la funzione, l'utile, l'ideale della narrativa per i giovani è essa stessa una cosa discussa. C'è anche chi ritiene che il suo compito sia "portare sollievo ai più giovani dalle tensioni della realtà", per esempio un Miyazaki Hayao. Questo fine diciamo consolatorio porta rapidamente a una funzione escapistica della fruizione (e creazione, direi io) della finzione, ma tant'è. Di qui si arriverebbe a parlare della necessità tipicamente autoterapica della creazione artistica essa tutta, della necessità di rifugio in un metamondo fittizio in quanto tale, ecc. Tutte cose che di mio trovo molto interessanti in senso psicologico, sociologico, etnografico e storico, a partire dalla condanna platonica dell'arte imitativa sino alle forme di iconosclastia più rigorose come quelle promosse dall'ortodossia di svariate religioni rivelate, ma qui restiamo sul nostro misero ambito. Provo a citare delle opere che mi saltano in mente come grilli per la testa che, secondo me, non propongno quella formazione compiuta ma poi invertita di cui tu citavi. Maison Ikkoku, appunto, dove nell'epilogo, dopo il matrimonio, Yusaku e Kyouko sono presentati come adulti che hanno formato una famiglia nucleare funzionale, con la nascita della loro primogenita. Lo stesso viene narrato per Shun e Asuna, e parimenti per Kozue. LA sola che vive ancora la sua adolescenza è Ibuki, che è in effetti più giovane. Non si vedono "passi indietro" di sorta. Akage no Anne, che come l'originale letterario segue la crescita (realmente messa in scena nella versione animata, cosa rara ancora oggi!) di una bimba che lotta e riesce a superare i suoi traumi dell'abbandono. E ci riesce, pronunciando sappiamo quale famosa frase in errata citazione di Browning, affacciandosi con serenità all'età adulta (la cui narrazione è disponibile sui libri di originale seguito). Omohide PoroPoro, la cui narrazione verte tutta proprio sulla presa di coscienza della propria stasi in adultescenza, da cui un forte rifiuto e cambio di rotta - col più simbolico e veemente dei congedi finali. Majo no Takkyuubin, persino. A mio dire un bellissimo bildunsroman al femminile. Fushigi no Umi no Nadia, che come tutte le opere dell'autore altro non è che una riproposizione della psicodinamica di Akage no Anne, e si conclude con un epilogo in cui i bimbi sono cresciuti in adulti, per quanto avendo attraversato la più fantascientifica delle narrazioni. Kareshi no Kanjo no Jijou, dico ovviamente il manga originale e completo, che pur prendendo le mosse da situazioni scolastiche grottesce e buffe attraversa tutta una fase di drammaticità psichica del protagonista per poi giungere a un epilogo di piena e pienamente conscia adultità - con i protagonisti che hanno famiglia, tre figli, due lavori "seri e normali e non fantastici", e soprattutto lei che è seriamente lieta di vivere appieno la sua vita adulta. E questi sono i primi che mi saltano in mente, ecco. Negli esempi citati io non vedo alcun rifiuto della propria conquista d adultità. Il che non vuole assolutamente dire che non ci siano tante opere in cui la dinamica è quella che indicavi tu, certo. Ma ancora, ci sono opere belle e brutte, intelligenti e stupide, oneste e disoneste, sincere e ipocrite. E la selezione è l'arma della sopravvivenza. Come anche la Natura da sempre sa e pratica. E nel mondo della libertà, ognuno si salva da sé, in fondo. -
Una questione di suono
topic ha risposto a Shito in una Shito nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Tieni presente che il dialogo non si svolgeva in italiano, e accadeva anni e anni fa, ed era in mezzo a tutto un discorso. Il termine "nevrosi", nella mia riproposizione in italiano, non vuole essere inteso in modo specifico. Non ricordo neppure che termine preciso lui pronunciò, parliamo di una chiacchiera tra amici, non dell'intervista trascritta di un invitato a un simposio scientifico. :-) Pensa a una cosa generica come "isterie giovani", o "nervosismi giovanili". -
Una questione di suono
topic ha risposto a Shito in una Shito nella sezione La tesi dell'angelo crudele
La grande differenza tra Maison Ikkoku è altre opere belle e di valore che parlano di crescita umana nella società giapponese, secondo me è che Maison Ikkoku affronta un'età – la prima adultità – che è meno tipica in un mezzo espressivo che è comunque sempre principalmente rivolto verso la gioventù, ovvero il disegno narrativo (statico o animato). Per dire, se facciamo il paragone tra uno manga come Maison Ikkoku e uno shoujo manga come Kimi Shina Iranai di Yoshizumi Wataru la differenza è abissale (anche se si parla sempre di "superamento della vedovanza"), e questo è ovvio. Yawara! è sicuramente un'opera importante, ma personalmente la vedo più vicina alle opere di quello che per me è un altro vero colosso del manga, ovvero Adachi Mitsuru. Maison Ikkoku resta veramente un'opera sui generis, secondo me, anche per la straordinaria, pressoché unica, capacità dell'autrice di mischiare caratterizzazioni serie e grottesche negli stessi personaggi. Benché Takahashi Rumiko abbia avuto grande riconoscimento internazionale, invecchiano e conoscendo più e più il Giappone e la sua società da più e più vicino mi sono ritrovato a pensare che proprio i suoi manga "classici" sian del tutto incomprensibili senza avere non dico una "profonda comprensione", dico una "genuina sensazione" della vita in Giappone. Ancor più di quelli di Takahata Isao, il cui realismo riesce a diventare anzi persino esplicativo, per chi ha la sensibilità per coglierlo. Guardando con attenzione Heisei TanukiGassen Ponpoko si uò cogliere, anche dall'esterno, qualcosa della società giapponese - per dire. Lo stesso con Hohoukekyou Tonari no Yamadakun. Persino con Jarinko Chie. Ma con Maison Ikkoku, secondo me, no. Con Maison Ikkoku la cognizione del Giappone è un prerequisito alla comprensione dell'opera. Senza quel prerequisito, credo, i contenuti dell'opera sono destinati a rimanere tragicamente segmentati. Il momento comico, il momento trgico, il momento romantico. Ma in realtà, tutto è fuso in ogni momento. Nelle caratterizzazioni grottesche di Ichinose Sanae, Yotsuya e Roppongi Akemi, c'è realismo. Inizia a pensarci quando un mio caro amico giapponese, un mio senpai grande amante dell'animazione mi fece notare che "Nei momenti buffi, Grandis [in Nadia] è Lum, perché oltre al canino ne ha le nevrosi giovanili, ma nei momenti seri è Roppongi Akemi, perché oltre al rsso dei capelli ne ha la cognizione della vita femminile". Questa cosa mi colpì. Diciamo che senza rivedere nei personaggi, negli ambienti, nelle situazioni di Maison Ikkoku i volti e i posti reali di cui quelli fittizi sono astrazione, coglierne il senso è secondo me del tutto impossibile. Mi vengono ora in mente le lezioni di letteratura inglese in cui Nabokov diceva che comprendere Joyce è assolutamente impossibile senza essere stati a Dublino, e avere visto – quelli veri – i dubliners. -
Capisco. Nel caso del mio amato EVE no jikan, di Yoshiura, i robot erano ormai più umani degli umani, solo che i secondi non se ne rendevano conto, salvo imparare una lezione. C'era quindi una dinamica di crescita, chiasmica volendo, ma con molta riflessione. E non c'era neppure nessuno scontro.
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Se la risposta fosse "no", ciascun essere autocosciente della propria mortalità dovrebbe suicidarsi all'istante. Stiamo tutti vivendo per scavare buche che sono da subito e da sempre le nostre fosse, mentre imbastiamo alibi e bugie per ingannarci che ci sia dell'altro, no? La truffa escatologica. Una bugia bianchissima.
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Hai ragione. A dire il vero, l'approccio filologico ai nomi in Saint Seiya sarebbe semmai intendere/pronunciare Pegasus" come "pègasas", dato che l'originale [giapponese] intende quel termine [Pegasus] nella sua lettura angloamericana, mi pare. Non è certo "filologia" andare a retro/pre-intendere nomenclature nella etimo-logica della loro generazione nell'originale, no. Per dire, Bulma si chiama Bulma. Certo, lo so anche io, persino io che la "radice" del suo nome è ブルマー (Bloomer), modificata nella privazione dell'allungamento, ma questo non permette di chiamarla in caratteri latini come "Bloome" (senza la R, magari), quando il suo nome ha una scrittura ufficiale *in patria* con caratteri latini. Diverso sarebbe se tale scrittura ufficiale in romaji non esistesse con sufficiente coerenza i Giappone (e accadeva spessissimo), ma non mi pare proprio il caso dei nomi dei personaggi di Saint Seiya, no? Oh, io per uno in gioventù sbagliai così tanto, ma spesso in senso inverso. Per esempio Millerna e Dornkirk, per dire, in Escaflowne vanno pronunciati "Malàrna" e "Dòrnkark", diciamo all'angloamericana, perché le pronunce sono ミラーナ e ドルンカーク. Ora, a noi tornando: https://saintseiya-official.com/museum/character/index.php?id=1 Come vedi la scrittura è (faccio cut&paste): 天馬星座(ペガサス)の星矢(せいや) Dunque in originale la nomenclatura ufficiale è 天馬星座の星矢(ペガサスのセイヤ)- tra parentesi c’è ovviamente la lettura, che nel caso della prima parte è forzata, ovvero i kanji scrivono "tenba-seiba no seiya", cioè "Seiya della Costellazione di Pegaso", ma il katakana che qui fa da furigana va a forzare la lettura dell'intera scrittura 天馬星座 in ペガサス, ossia Pegasus letto all'angloamericana (pègasas), che infatti/quindi viene inteso non già come il nome del cavallo alato per sé, ma come il nome della costellazione. Direi che i conti tornano. In ogni caso, ed è questo che vorrei che tu notassi, in entrambi i casi ha la costruzione genitiva giapponese, perché quella scrittura è giapponese, ed è l'originale-originale, e hai la scrittura con il の, ossia è come se tu avessi il nome ufficiale in: Seiya della Costellazione di Pegaso [Seiya di Pegasus] Certo che a scrivere tutto questo ragionamento è lunghissimo, ma in realtà la questione è piuttosto semplice - anzi, beati voi che avete tanta ufficialità a cui riferirvi! :-) Quindi, quando vediamo: e e e e e infine ...non devi imbizzarrirti. :-) Il nome in giapponese del personaggio, come vedi, è sempre 天馬星座の星矢, in questo caso riportato senza lettura, e quindi anche senza furigana del caso. Qui il nome è indicato come "Seiya della Costellazione di Pegaso", e la "Costellazione di Pegaso" sappiamo che l'autore la intende a leggersi "Pegasus", ok. La scrittura "PEGASUS SEIYA" è perché queste schede sono principalmente, ma non totalmente, bilingue giapponese-inglese. Come in molti prodotti "giocattolosi", spesso i giapponesi includono sui materiali *per il mercato interno* un po' di inglese, per figheria. Ovviamente tu noti che tutti i nomi delle parti hanno scrittura inglese, ma le spiegazioni no. Tipico. Quindi anche il nome del personaggio, in primis, oltre alla scrittura giapponese ha anche quella angloamericana. E come sappiamo il punto è che la genitiva solo posizionale "A - B" è una semplice costruzione anglofona. Sai, come "fireball" che in giapponese sarebbe anche 火の玉 e in italiano "palla di fuoco", no? Tutto qui. Questa è filologia vera, applicata al caso reale, perché è tutta e solo sulla lettura delle fonti originali. Ovvero, per filologia vera, quello che proprio non c'è è "Pegasus" letto come "pegasùs". La filologia vera, in questo caso, ti dice che lui si chiama per iscritto "Seiya della Costellazione di Pegaso" e per parlato "Seiya di Pegasas". La filologia NON è dietrologia, non dovrebbe esserlo. Ovviamente anche la versione "all'americana" scritta PEGASUS SEIYA e letta Pegasas Seiya" è corretta in senso "internazionlae" in quanto usata come tale nell'originale giapponese. Qualsiasi altra invenzione che va a "retroindagare" la genesi "interna all'autore e all'originale" di nomi canonizzati è, ovviamente, indebita. E credo in questo tu abbia ragione assoluta. Ti consiglio (nota: "consiglio", io non ho modo, ragione, né intenzione di forzarti a nulla) solo di non mischiare tutto ciò che di corretto e inoppugnabile dici con quanto di restrittivo (ovvero, come se solo la nomenclatura internazionale avesse luogo fuori dal Giappone, laddove esiste la versione giapponese che può e si intende tradursi in se, pur NON invalidando la versione internazionale all'americana) - perché così mi pare che qualcuno faccia confusione e ti contraddica anche in quanto di obiettivamente reale, e questo ti fa innervosire. Ricorda anche che i nomi propri sono nomi propri, le nomenclature composite sono nomenclature. Ovvero Bulma è Bulma come Seiya e Seiya. 天馬星座 è costellazione di Pegaso" che l'autore intende leggersi come Pegasus e basta. Quindi traducendo la nomenclatura giapponese a parole abbiamo Seiya di Pegasas, oppure, se usiamo TUTTA LA NOMENCLATURA all'americana internazionale abbiamo Pegasas Seiya. :-) Davvero, a leggersi è complesso e lungo, ma se si coglie diventa veramente un "click". Con simpatia e affetto (<- non è in alcun modo sarcasmo), g
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Una questione di suono
topic ha risposto a Shito in una Shito nella sezione La tesi dell'angelo crudele
Eh, anche avere dele mani piccine può condurre a sonorità molto particolari, eh? :-) Certo la frase "sulla traccia delle lacrime che si sono seccate c'è una porta per i sogni" è sempre molto forte a sentirsi. -
1+1=2 Alpha: Beta: Senz'altre italiche parole. Se mai ne troverò la forza, vi riporterò l'interlineare di tutte quelle giapponesi. Ma sono ormai vecchio, e stanco, e l'intento è sempre lo stesso (permettere al mio prossimi di capire qualcosa che io credo di capire e io credo abbia valore), ma le energie sono quelle che sono rimaste. ごめん。
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https://www.borsalino.com/it_it/cappelli/cappelli-in-paglia
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Credo che questo sia molto vero, anche se non so quanto di "originale" o di "progresso" vi sia in detta tendenza quanto a HnK. Ovvero, penso altresì che la semplicistica dicotomia tra bene e male appartenga più a ideali di finzione e soprattutto puericultura statunitense (iconica la risposta del protagonista di True Lies, sotto l'effetto del siero della verità, che alla domanda della moglie "Hai mai ucciso qualcuno?" risponde "Sì, ma erano tutti dei cattivi.") - mentre al contrario gli equivalenti sia europei che nipponici mi paiono tutti ben più sfumati, da Esopo, a Basile, a La Fontaine ai Grimm. In Giappone, in particolare, di certo Tomino ci aveva già abituato a totali "sovversioni" dell'idea di buono e cattivo (penso a Umi no Triton, ma anche al più truculento Zambot-3, al tragicamente grottesco Daitarn-3, ecc), quindi ripeto: sulla portata innovatrice di HnK in questo senso alzerei un sopracciglio almeno. "Le ragioni del cattivo" mi pare siano patrimonio dell'umanità senziente, escludo quindi Barbie, le riduzioni Disney classiche, ecc. In particolare, la finzione giapponese propone da sempre la competizione tra diversi "modelli di guida dell'umanità". In questo, Raoh incarna tipicamente la visione del dominatore violento a là Gengis Khan e/o Oda Nobunaga. Per una brillante trattazione di detta questione in ambito fumettistico ti consiglio la lettura di DEAD MAN di Egawa Tatsuya. Ricordandoti che "i quattro grandi della storia", nella lettura tradizionale giapponese del mondo e dell'umanità, se ben ricordo sono Platone, Cristo, Shakamuni Buddha e Confucio. Tutti posti sullo stesso piano, e non a caso.
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Certamente. Per di più, io NON sono l'autore di HnK, quindi la mia impressione vale come quella di chiunque altro, è solo una visione personale. Credo sia obiettivo, però, che in HnK c'è sempre stato molto patetismo, a volte anche esasperato ai limiti del grottesco. Si tratta di una cosa non certo esclusiva di questa serie, ma tipica di molta narrativa giapponese in quanto tale, in particolare fumettata: si vedano i tipici flashback di One Piece, ad esempio, dove si spiegano i motivi emotivi dietro alla cattiveria di ogni cattivo.
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Ti ricordo che Anno Hideaki, l'autore principale dell'opera, ha descritto la serie come "uno show di masturbazione, in cui io mi masturbo sul palco e il pubblico mi sta a guardare". Con queste precise parole, eh. L'ha detto in una delle "interviste lunghe" pubblicate nel 1997 sulla rivista di costume Quick Japan e poi raccolte nei libri Schizo e Parano. Credo ci fosse della provocazione, ma anche del vero. Più realisticamente, Evangelion è la storia di personaggi del tutto traumatizzati dall'abbandono nella loro infanzia che cercano di risolversi, e ci riescono (serie)é o falliscono (film). In pratica, Akage no Anne in versione SF (Clarke/Hogan) ambientata nel Giappone novantino. :-)
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Questo è obiettivamente vero.
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Yuria, si pronuncia "iùria". 「慈母星」<- la stella dell'affetto materno, lol, è proprio sempre una cosa edipica.
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Ma dai, non è mai stato un triangolo. La controparte del lolicon, che Ken non ha mai avuto neppure di striscio, è la sindrome del Papà Gambalunga, che Lynn ha sempre avuto da che venne scossa fuori dall'afasia. Una cosa tipica.
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In realtà HnK è sempre stato così, tutto. Si tratta più o meno di una sceneggiata napoletana melodrammatica condita con fisici esagerati da culturisti e vestiti ridicoli da rockettari tra il tardo glam e il punk, cattivoni cattivissiumi da redimere, e poi giù tutti a piangere come bambini per l'ammore negato e/o tradito del maestro/padre/fratello/amico. Dopo avere messo qualche bimbo sulla graticola e/p averlo schiavizzato per tirare un trono, si capisce. L'episodio con l'unicorno arrabbiato di Creamy Mami era più credibile e umanamente duro. Perché la bimba rapita era una malata terminale che riportata al suo mondo sarebbe morta in tempo zero. Senza uattà coreografici.