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Kotonoha no Niwa (aka Garden of Words) di Makoto Shinkai


Shuji

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Chiedo scusa... davvero.

 

Certo che bastava un'occhiata alla locandine per capire l'ombra lunga di Miyazaki in quel coso lì.

 

Ora pretendo una disanima iper miyazakiana su Agartha scritta da Shito.

Per gli dei, di solito riesce a tirar fuori Miyazaki anche da sotto la ciotola del riso, deviamo che succede! 8)

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Mi sa che voi due non avete capito nulla me... ^^;

 

Shuji: grazie per il link.

 

La cosa molto bella è che in questi giorni sto corrispondendo in merito alle opere di Makoto Shinkai con alcune persone, e i dialoghi che ne sto avendo mi piacciono molto.

 

Vi sottopongo quello che scrivevo oggi mentre parlavo a uno di questi interlocutori, che non apprezza Shinkai trovandolo perlopiù stucchevole:

 

parando di 5cm, l'ho trovato forse stucchevole, come scrivevo sul forum, un po' nella seconda parte. Nella prima no: ho empatizzato molto con lui in treno, sono sensazioni che ho provato. L'ansia per la persona che devi raggiungere, ma non puoi contattare, e tu sei semplicemente 'bloccato' tra A e B, con niente per sublimare la tua frustrazione. Anche quando lui riceve la telefonata di lei che gli dice che DEVE (è una bimba) trasferirsi, e SI SCUSA - ovviamente lui prova un grande senso di frustrazione, che viene dalla maschile percezione di importenza. Anche questo l'ho provato, fa male. Molto.

 

Ripensandoci,  pensavo che nel primo episodio i due ragazzini non hanno cellulari: appunto il ritardo del treno causa una dilatazione del tempo terribile, nell'ansia di un arrivo ritardato senza possibilità di comunicazione. E quando lui arriva, trova lei semplicemente in stato di 'attesa indefinita'. Ma poi comunicano - fino a un bacio delicato, che è comununicazione, non 'eros' e neppure 'romaticheria', direi. Invece, dal capitolo 2, vedi cellulari e mail - ma la gente non comunica più. Sono tutti chiusi e muti.

 

Io onestamente come contenuti no ci vedo proprio nulla di Miyazaki. Nulla.

 

Vedo al contrario molti paralleli con Yoshiura. Dicono che Hoshi no Koe (che no ho visto) sia il propotipo di tutto quello che Shinaki ha poi fatto. Del resto, Mizu no Kotoba è un po' il prototipo di tutto quello che Yoshiura ha poi fatto. Erano due autoproduzioni, molto personali e molto sentite entrambe.

 

Io direi che entrambi gli autori parlano  della discomunicazione tra le persone, la 'finta comunicazione' di oggi, che non ha nulla di emotivo, e della profonda, spesso insanabile solitudine interiore che ne deriva. Voglio dire: uno ci pensa molto poco, ma in il tempo di EVE è senz'altro Naoko, la sorella del protagonista che che si ubriaca con gli amici, quella più sola di tutti.

 

Io credo che Yoshiura e Shinkai parlino di cose simili. Forse la comunicazione di cui parla Yoshiura è più 'emotiva' mentre quella di Shinkai più 'sentimentale', quindi forse Shinkai sembra più, boh, apparentemente convenzionale? Nel senso che fai preso a dire che le storie di Shinkai sono 'storie d'amore fallite' e morta lì, ma non credo davvero che siano questo. Non credo che sia questo il 'punto' di Shinkai, anche se usando sentimenti un po' abusati nella narrativa come quelli più sentimental-romantici immagino sia facile ingannarsi.

 

Di mio, ho sempre pensato (e leggendo la Benedict mi trovavo perfettamente) che una della 'contraddizioni apparenti' dei giapponesi, ovvero l'essere al tempo stesso molto 'socialmente coesi' ma anche molto 'individualisti' sia il semplice fatto che i giapponesi abbiamo spirito di corpo e una società coesa proprio perché in realtà sono, spiritualmente, fortemente individualisti. Ovvero, c'è una grossa emancipazione spirituale del singolo a livello 'interiore' (emotivo), che non c'entra niente con la funzionalià 'sociale'. Credo che sia questo che rende i tedeschi e i giapponesi simili: è la mentalità che in termini europeisti chiameremmo "luterana" - obbedisci agli ordini pedissequamente, perché lo spazio della tua libertà è dentro di te, nel privato del tuo animo, non nella società civile, la quale invece appartiene alle forme di diritto e convenzione comune. Anche io sono stato educato così, quindi mi ci ritrovo molto, quindi mi si legge scrivere cose come "molti amici, molta solitudine".

 

Nel senso che la solitudine, quella vera, è dentro di noi, è nel nostro animo. Una serata chiassosa non la sfiora neppure; semmai, ci stordisce, fa da sedativo, ma non c'entra proprio nulla, se non che il senso di ancor più profonda vertigine dato dal vuoto che si ritrova dopo la sbornia, la ancora più profonda percezione della propria solitudine, richiederà un successivo stordimento ancora più profondo e continuativo, sino a diventare una dipendenza vera e propria dalla fuga dal sé. A poter lenire quel senso profondo di solitudine esistenziale, io credo sia solo l'intima comunione del sentimento: una comunicazione emotiva profonda, che il mondo di oggi sembra ostacolare, rifuggire, nel consumismo sfrenato che è tutto sedazione, animalizzazione, storidimento, ovvero acciecata fuga dal sé e dalla cognizione contemplativa della propria stessa solitudine, appunto.

Credo che Shinkai e Yoshiura parlino in qualche modo di questo: una società frastornata e discomunicativa.

 

Credo che tutto questo ben quadri con quanto Shuji diceva delle intenzioni autentiche di Shinkai per Il giardino delle parole, dove la dimensione e letteraria e anticonvenzionale e di 'sospensione dalla realtà del mondo dei fenomeni sincorni' del sentimento, del confronto, della comunicazione emotiva tra i due protagonisti sembra indurre proprio al raggiungimento di una sfera interiore altrimenti inaccessibile per profondità. In 5cm mi pare che quella orfindità la si raggiungesse naturalemente nella purezza del sentimento prepubescente, che come scrivevo è forse un po' più facilmente sorvolabile come 'convenzionale'. Ancora, in Yoshiura quella sfera di 'comunicazione emotiva genuina e profonda', quella in grado di sollevare l'uomo dalla solitudine esistenziale, viene dai robot, dalla loro totale limpidezza emotiva per cui "la gioia e la ragione dell'essere sono nel servire l'altro, ovvero nell'avere cura dell'altro". Non c'è sentimentalismo in il tempo di EVE, se non ancora quello del legame infantile spezzato di un ragazzo (Masaki) con il robot che lo accudiva da bimbo- e non è certo qualcosa di sensuale.

 

Invero sono ora un po' felice perché tutto mi sembra parecchio limpido dinanzi a me, l'animazione di Shinkai mi ha aiutato a unire un po' di po di punti intorno ai quali ronzavo da parecchio tempo. Anni, tipo.

Modificato da Shito
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Non mi hai offeso, tranquillo, ma sei molto gentile a sentire il bisogno di scusari. :-)

 

Quando dicevo 'mi sa che non avete capito molto di me...' (nota la faccina dopo) non è neppure che dicessi 'scemi voi', perché non penso che a nessuno interessi capirmi, figurati se qualcuno dovrebbe farlo. ^^;

 

Intendevo dire che anche se parlo spesso, che so, di Gainax e Ghibli, anche se spesso mi capita di infilarne riferimenti qui e lì, non sono quel tipo di fanboy che 'non ha occhi che' per le cose che conosce/ama.

 

Nel senso che mi rendo conto che apparentemente questo è il modo in cui spesso vengo percepito, o 'aprioristicamente interpretato', ma no, non sono io. Credo sia piuttosto una immagine di me che altre persone molto facilmente di appiccicano in testa, com'è tipico nella comunicazione 'a banda tagliata' di un forum (molto Pirandelliano, né? Shu, questo è anche per te... ^^).

 

Non che mi senta di pretendere nulla di più, ci mancherebbe, anzi mi scuso io per questo sciocco e inutile post che mi è ora venuto fuori.

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si stava meglio quando si parlava garden of words e shinkai.

garden of words è uno dei film di questo autore che volevo vedere. però boh... 5 centimetri al secondo (film carino e tecnicamente molto valido, ma quel finale è TROPPO depressivo) me lo ha impedito.

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si stava meglio quando si parlava garden of words e shinkai.

garden of words è uno dei film di questo autore che volevo vedere. però boh... 5 centimetri al secondo (film carino e tecnicamente molto valido, ma quel finale è TROPPO depressivo) me lo ha impedito.

 

Riprova Roger ,che imho fino ora è quello col finale più "solare" (HNK forse in pair) e merita di essere visto (fermo restando che 5cm è (fosre) la sua prova "lunga" migliore come regista (anzi, l'unica riuscita che suopra l'ora vista la "sola" che è Agartha ed il flop di Beyond the  Clouds...)

 

PS - Shito finalemente ti sei "concesso" Shinkai; certo devo capire il percorso "a ritroso": non era più logico partire dai primi lavori? 

 

Contando poi che Hoshi no Koe è il punto di partenza (nonchè imho la base per capire come ha rielaborato/arriccchito la tematica del rapporto/comunicaizone tra individui) da cui si evolve la sua filmografia sgtai "ragionando al contrario" ma pace, felcie di vedere che per lo meno ha itrovato un'autore/tematiche che apprezzi (anche se imho Yukihura, per quel che ho visto fin ora, è più costante/vario come autore mentre Shinkai orbita attorno allo stesso canovaccio pesudo sentimentale con alti e bassi..)

 

Cmq alla fine ti è rimasto solo Hoshi No Koe (tra i prodotti rienuti "belli"  che imho vanno visti) assieme ai 2 "corti" (entrambi su 2 gatti :P) anche se temo non lo apprezzerai visivamente (troppa/tutta CG seppure all'epoca fù abbastanza rivoluzionario per tecnica e resa frutto del lavor di una sola persona) 

Modificato da Ryu Soma
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Se dovessi dire di un regista che un po' mi fa pensare un po' a quello che ho visto di Shinkai, dico come vicinanza/affinità, ora come ora direi semmai Yoshiura Yasuhiro (coincidenza che io sia di nuovo su il tempo di EVE, che adoro). Il senso di 'realismo metropolitano' mi pare piuttosto affine (in Shinkai ancora più spinto, certo). Ma soprattutto l'intento di indagare il senso profondo, la radice dei sentimenti dell'uomo, soprattutto di "quel che resta degli affetti" nella società contemporanea mi pare affine. La discomunicazione affettiva nella società urbana giapponese contemporanea - tipo.

 

Cmq, di certo come Yoshiura, anche Shinkai mi pare un autore di animazione interessantissimo da ogni punto di vista.

 

Trovo molto interessante questo post, come il precedente 'in topic'.

 

Per la questione 'registi', io spenderei invece il nome di Hiromasa Yonebayashi, perche' mi incuriosirebbe vedere qualcosa di 'realizzato' concretamente da lui; francamente non ho visto Arrietty, ma e' in uno studio e appartiene inoltre ad una generazione che vede ad esempio lo stesso Ikuhara di cui ogni tanto si accenna.

La mia convinzione e' che la 'nostra' generazione (quarantenni) di autori/registi/sceneggiatori etc abbia in 'uggia' un elemento particolare, quello della linearita' della narrazione.

 

Prendo sempre ad esempio Shunji Iwai perche' e' nello specifico la sua cifra stilistica, ma tra gli autori di quella generazione (e direi anche a seguire) credo che sia molto presente l'intenzione di 'dissolvere' il tessuto narrativo, specialmente nel cercare di trovare nuovi modi di raccontare le storie.

 

Questo pero' comporta diversi 'problemi' di fondo; ad esempio, in questo Kotonoha si vede un momento nella narrazione in cui quel gazebo, totalmente immerso nella pioggia, e' in pratica 'privato' di riferimenti altri di ordine spaziale e quindi temporale; diventa quindi un luogo in cui chiunque vi si fosse trovato sarebbe quasi potuto appartenere ad una qualsiasi era/tempo.

 

Per me e' utile come immagine in quanto 'mostra' come in molte storie 'moderne' che cercando di sottrarsi alla linearita', e' come se attorno ai personaggi venisse 'creato' quasi un eco-sistema narrativo a se stante che in qualche modo 'collide' o a che fare con quello degli altri, come sei portassero dietro 'pezzi' di vicenda e di storia.

 

Un po' come all'interno di quel gazebo, chiunque si fosse messo avrebbe avuto un'ambiente unico attorno a se'.

 

Questo porta pero' ad un'esasperazione del ruolo dei personaggi in una storia, in storie che gia' da anni sono sempre piu' character-driven, orientate al personaggio.

Altro problema che si somma per generare il problema che alla fine e' unico, e' che la linearita' e' a tutti gli effetti 'la base' e il 'fondamento' della letteratura di genere; e' nella linearita' che si spendono ed articolano gli elementi costituenti un genere.

 

Questa 'ricerca' di un nuovo registro che si allontani dalla linearita' o che in qualche modo la dissolva, quindi, ha sempre piu' esapserato la figura principale dei personaggi a scapito di una storia, che e' a sua volta sempre piu' alla ricerca di un genere ma non lo puo' trovare a sua volta senza un contesto di tipo lineare.

In questi casi quindi si arriva alla delineazione di vicende sempre piu' 'dissolte', lasciate per la comprensione ai 'pov/punti di vista' dei personaggi, agevolando infinite contaminazioni di generi che talune volte nascono e quasi muoiono con un testo/film, ma soprattutto NON sono piu' mainstream.

 

La maggior parte sono vicende in cui la storia e' data unicamente dall'intersecarsi dei desideri e dei conflitti tra differenti personaggi, non piu' storie, in un qualcosa che poi seppur possa essere affascinante e interessante alla fine richiede molta piu' attenzione al lettore/spettatore occasionale, generando un curioso discorso di generazione di auto-nicchia di cui pero' non si conoscono bene confini e parametri ma solo i nomi di chi le realizza.

 

E' un po' il discorso che faceva il tipo de Il Post nell'altra sezione; molti autori cedono alla tentazione di essere piu' giocolieri ed equilibristi che narratori, e le storie sono in qualche modo 'sottratte' alla gente

 

E lo dico perche' mi rendo perfettamente conto che a me All About lily Chou Chou piace, ma non posso essere cosi' cieco contemporaneamente da non vedere che in pratica la storia inizia dalla fine, procede come un fiume ma all'incontrario, ed ha dei salti qui e la' a seconda delle vicende personali riportate.

A me piace, ma mi metto anche nei panni di chi dovesse guardarlo e dopo 5 minuti scappare a gambe levate.

 

Per questo penso che quella generazione di quarantenni in qualche modo sta anche allontanando lettori/spettatori, perche' non tutti hanno tempo da dedicare ad un qualcosa di specifico ed a piu' cose.

 

Non e' una critica ma una costatazione; questa e' la chiave stilistica di Shinkai in 5cms, in misura piu' limitata in questo film, e contemporaneamente invece lo e' nel suo altro film citato; al tempo stesso e' la chiave di Ikuhara, di Yoshiura Yasuhiro, e sempre e sempre per tali motivi invece io sarei molto curioso di vedere in questo caso si' lo Studio Ghibli, ma con Hiromasa Yonebayashi alle prese con una produzione interamente sua; perche' fa parte di 'quella' generazione di autori.

si stava meglio quando si parlava garden of words e shinkai.

garden of words è uno dei film di questo autore che volevo vedere. però boh... 5 centimetri al secondo (film carino e tecnicamente molto valido, ma quel finale è TROPPO depressivo) me lo ha impedito.

 

Questo allora lo puoi guardare senza problemi.

:sisi:

 

(Ma serve la versione integrale che riporti anche l'epilogo narrato brevemente, che taluni lasciano andare insieme alle musiche finali).

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si stava meglio quando si parlava garden of words e shinkai.

garden of words è uno dei film di questo autore che volevo vedere. però boh... 5 centimetri al secondo (film carino e tecnicamente molto valido, ma quel finale è TROPPO depressivo) me lo ha impedito.

 

Benché ritenga che 5cm al secondo e Il giardino delle parole trattino in buona sostanza dello stesso argomento, credo che il secondo lo faccia meglio, in maniera più efficace, meno fraintendibile, meno travisabile (ovvero in maniera più efficace). Bisogna anche dire che pur non indicando chiaramente una strada 'di risoluzione' come fa Yoshiura con il tempo di EVE, anche Shinkai ne Il giardino della parole una risoluzione la mostra. Nel precedente 5cm al secondo invece non ce n'era neppure l'ombra. Ovvero 5cm al secondo fa molto l'effetto da "questo è il problema, punto". Il giardino della parole mostra il problema, non ti dice 'questa è la soluzione che vale per tutti', ma pure ti mostra un caso di risoluzione. In questo senso, credo che Il giardino della parole sia proprio un'opera molto compiuta nella sua parabola narrativa E comunicativa, il che non è proprio poco, anzi è proprio tanto.

 

Ti consiglio spassionatamente di guardarlo. Non so se stilisticamente sia il tuo genere, non è il mio, ma per me ne è valsa sicuramente la pena. Questo posso dirtelo con sincerità.

 

PS - Shito finalemente ti sei "concesso" Shinkai; certo devo capire il percorso "a ritroso": non era più logico partire dai primi lavori? 

 

Perché io non sono mai sistematico ovvero strutturale nell'approcciarmi alle opere degli autori. Non seguo una partitura ordinata, ma le assonanze pressoché casuali che si formano spontaneamente nel mondo dei fenomeni sincroni. ^^

 

 

Per la questione 'registi', io spenderei invece il nome di Hiromasa Yonebayashi, perche' mi incuriosirebbe vedere qualcosa di 'realizzato' concretamente da lui; francamente non ho visto Arrietty, ma e' in uno studio e appartiene inoltre ad una generazione che vede ad esempio lo stesso Ikuhara di cui ogni tanto si accenna.

La mia convinzione e' che la 'nostra' generazione (quarantenni) di autori/registi/sceneggiatori etc abbia in 'uggia' un elemento particolare, quello della linearita' della narrazione.

 

 

 

Come immagino tu sappia, io Arrietty l'ho studiato parecchio, avendoci lavorato anche su. Maro (il nickname di Yonebayashi) è senza dubbio un regista che viene dall'animazione, nel senso che è un animatore. La sua regia punta molto sulla bellezza delle animazioni, come quella di Miyazaki. Ovviamente, il suo unico film partiva da un soggetto proprio di Miyasan, quindi non possiamo ancora giudicarlo a tuttotondo. Ma da un punto di vista registico, io sono molto più interessato a Miyazaki Goro, che invece che a suo padre guarda sempre alle regie di Takahata Isao. Anche quando Goro ha realizzato, come Maro, un soggetto del padre )(e anche una scenneggiatura del padre!), la marca registica è stata molto forte. Il che è anche strano, per uno che non pensava di fare regia in assoluto. Però, mi è parso proprio evidente in Coquelicot che era un film di Miyazaki Goro, non di MIyazaki Hayao.

 

 

Prendo sempre ad esempio Shunji Iwai perche' e' nello specifico la sua cifra stilistica, ma tra gli autori di quella generazione (e direi anche a seguire) credo che sia molto presente l'intenzione di 'dissolvere' il tessuto narrativo, specialmente nel cercare di trovare nuovi modi di raccontare le storie.

 

Questo pero' comporta diversi 'problemi' di fondo; ad esempio, in questo Kotonoha si vede un momento nella narrazione in cui quel gazebo, totalmente immerso nella pioggia, e' in pratica 'privato' di riferimenti altri di ordine spaziale e quindi temporale; diventa quindi un luogo in cui chiunque vi si fosse trovato sarebbe quasi potuto appartenere ad una qualsiasi era/tempo.

 

 

Questo l'ho sentito molto anch'io. Infatti quando lo stesso spazio si vede d'estate, con i turisti random o che, non è più lo stesso. Il gazebo sembra molto uno 'spazio privato di sospensione di mondana sincronia', nevvero? Del resto, anche il modo in cui lo vivono, 'marinando' rispettivamente scuola e lavoro, enfatizza questo senso di 'intervallo svincolato dalla continuità della vita'.

 

Credo che Shinkai ami molto questo senso di 'momento isolato all'interno dello scorrere del tempo'. In 5cm era un po' il tempo del treno nella neve, forse. Come sai io non sono bravo a ricercare e ritrovare tendenze generazionali negli autori, ma lo spirito del tempo esiste - per me. Quindi mi viene da dire che sì, trovo sensato quello che proponi qui. Ovviamente ci sono casi e casi. Io trovo interessantissimo Tsurumaki, ed era Anno che sottolineava la differenza tra la sua generazione (quella di Anno) e quella che già vedeva come la successiva, quella di Tsurumaki. O forse era il contrario (Garion mi correggerà). In ogni caso, il punto che si sottolineava era che ANno aveva vissuto l'entusiamo genuino totale di Osaka70, ovvero di un'umanità che credeva in un radioso futuro, mentre Tsurumaki no. Osaka70 viene, a giusto titolo io credo, considerata come lo spartiaque tra la modernità e la postmodernità in Giappone. E sicuramente l'unità narrativa è cosa classica e poi fino moderna, laddove la postmodernità è ben più grammentaria nel suo modo di raccontare, ma io credo anche di percepire, la realtà. Perché nella posmodernità si è immersi in una 'infinita quotidianità priva di alcun significato e senso'.

Modificato da Shito
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si stava meglio quando si parlava garden of words e shinkai.

garden of words è uno dei film di questo autore che volevo vedere. però boh... 5 centimetri al secondo (film carino e tecnicamente molto valido, ma quel finale è TROPPO depressivo) me lo ha impedito.

 

Riprova Roger ,che imho fino ora è quello col finale più "solare" (HNK forse in pair) e merita di essere visto (fermo restando che 5cm è (fosre) la sua prova "lunga" migliore come regista (anzi, l'unica riuscita che suopra l'ora vista la "sola" che è Agartha ed il flop di Beyond the  Clouds...)

 

 

Non sono d'accordo, l'OVA (e solo quello visto il manga) in questo senso è il peggiore... che poi i toni delle sue opere sono comunque più sul malinconico che sul deprimente.

E Beyond the Clouds poteva essere migliore se si gestiva meglio l'elemento fantascientifico ma è comunque un bel movie, non merita di essere appaiato ad Agartha.

Modificato da Chroniko
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Alla fine non ho resistito e me lo son visto anch'io.

Non potevo scegliere titolo migliore con cui tornare a vedere cartoni cinesi dopo ben un anno :snob:
(Un anno se non vogliamo contare il bel Coquelicot.)
 
 
 
(Ed Inferno Cop)
 
 
È bbbellissimoh [cit.], forse la miglior opera di Shinkai finora.
 
Avete già detto tutto voialtri, mi viene solo da rilevare come qui Shinkai abbia anche addolcito i suoi "marchi di fabbrica" stilistici che per quanto stupefacenti stavano per diventare alla lunga mera maniera. Lo scenery porn è sì trionfale come non mai (già di mio adoro la pioggia, se poi Shinkai me la spara in faccia per almento 4/5 di mediometraggio...) ma le maestose panoramiche sono assai ridotte rispetto al solito (la regia è molto più concentrata sui personaggi), il doppiaggio (pur con momenti unici come il finale) è molto più recitato che sussurrato come nei suoi precedenti lavori, e al buon Tenmon qui viene lasciato solo un pianoforte con assai discrete incursioni.
 

Da lì, io ovviamente li avrei voluti sposi e con figli nell'epilogo. [...] Ma non è mica il mio film.

Un happy end con tutti i crismi in un film di Shinkai? Ibookmakeringlesi quotano come più probabile Tomino alla regia di Strike Witches 3.
 
Sulle affinità con Yoshiura, mi viene molto prosaicamente da aggiungere che (come Shinkai) anche lui ha sempre messo mano solo ad opere "proprie" in tutto e per tutto in un unico Studio senza mai, ma proprio mai doversi dedicare al "lavoro sporco", ovvero alla contribuzione (magari anche marginale) in opere altrui, come tutti, anche i più Grandi hanno invece fatto prima di loro.  
Miracoli dell'animazione all-digital e di tutta l'evoluzione tecnologica di cui è figlia, suppongo.
(Sebbene questo approccio IMHO possa avere dei limti insiti: al netto della desolazione attuale che chiuderebbe già il discorso, non riesco proprio ad immaginarmi uno come Shinkai alla regia di una serie tv. Essì che sarebbe molto interessante...)

Modificato da El Barto
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mi ha impressionato come shinkai sia riuscito a gestire e contenere efficacemente questa storia in un film che dura così poco, il tempo di due episodi televisivi. per me qui shinkai ha inevitabilmente dimostrato (per altri sarà una conferma) di possedere le doti di un buon storyteller; presumo però che ampliando la trama di qualche minuto, quel che bastava per dare una connotazione un filo più solida a tutta l'umanità che circonda i due protagonisti, ne avrebbe giovato il film nella sua complessità, rafforzandolo. l'unico neo strutturale che mi sento di evidenziare è, per l'appunto, il fatto che tirando le somme la storia risulti essere eccessivamente chiusa in sè per mezzo dei suoi due protagonisti.

succedeva, seppur attraverso "motivazioni" diverse, in la voce delle stelle come in 5cm al secondo; gli altri di shinkai per ora non lo so. sorge quindi il sospetto che si tratti di una questione di stile. altri la chiamano routine.

e sì, alla fine è una storia di due tipi precisi di solitudine, non importa se generazionali, diversi tra loro che possono però incrociarsi; in questo film sono funzionali, come ovviamente i suoi due protagonisti che le rappresentano, e cosa succede da quell'incontro in poi è sì controverso nello sviluppo, perchè porta sia frustrazione che intesa reciproca, ma nell'ultimo atto insegna ai due a reggersi sulle proprie gambe. che non significa non essere ancora soli, certo, ma esserlo diversamente.

in tutto ciò è importante la carica di onestà che ognuno ci mette; onestà verso sè e verso l'interlocutore. beh, se entrambi fossero stati onesti questo film non sarebbe stato bello e... onesto; in particolare, non sarebbe stato credibile (per quello che riguarda la dimensione dei personaggi, s'intende).

in questo film non ho visto il problema dell'incomunicabilità (evviva!), anzi. i protagonisti comunicano, lo fanno secondo le regole che hanno scelto e per convenienza omettono quello che non gli piace far sapere. cmq si capiscono profondamente, anche se talvolta a fasi diverse (l'esempio più importante è quello del verso letterario e come proseguiva: in esso c'era mezza identità della professoressa); in pratica hanno percorso insieme quanto basta una certa strada perchè in quel momento era quella giusta per entrambi.

alla fine non è un film sull'amore o d'amore, tantomeno sull'amicizia. è qualcos'altro che forse non si può descrivere con una parola.

sul versante tecnico, meh. sullo schermo si muove tutto come fosse un live (o quasi, insomma l'idea mi sembra essere quella). perfino i rimbalzi delle gocce, o il piegarsi dei rami in più punti, le folle di persone, le nuvole, insomma i gruppi di qualcosa non proseguono a senso unico come fossero incollati ad un pannello che si muove sui binari.

adoro come shinkai si specializza nel descrivere ciò che dà consistenza alla realtà, senza cadere nella banalizzazione.

però: meh. non sempre è tutto ben integrato, in armonia. nel particolare, ogni pezzo è strabiliante; visti nel complesso, i vari oggetti fanno una gran bella figura. però capita che ti cade l'occhio su qualcosa e noti che luci e colori sono strani (un cespuglio, un riflesso sull'acqua, una nuvola).

dei tre film di shinaki che ho visto questo è quello con il migliore character design. finalmente.

sulle musiche non mi esprimo molto, c'ho il trauma. odio quella musica da pianoforte snob così acuta e drammatica, per me delle fucilate nelle orecchie, che si sente soprattutto nella prima parte. per il resto tutto ok.

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  • 2 weeks later...

Visto anch'io..

Mah, personalmente trovo Shinkai un autore altalenate, che alterna opere valide come questa ad altre decisamente meno..

Forse perchè opere come GARDEN OF WORDS (con le "solite" tematiche di Shinkai..) sono più nelle sue corde?

Ma allora perchè fa anche opere come AGARTHA, solo per tentare (con scarso successo..) altre vie?

Modificato da EYMERICH
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Ma allora perchè fa anche opere come AGARTHA, solo per tentare (con scarso successo..) altre vie?

 

Io ricordo che dopo l'uscita di Byokosu 5cm molti commenti sostenevano che Shinkai aveva come limite l'essere troppo monotematico: la distanza sia geografica che temporale e gli amori che devono superare questa prova. Io ho sempre pensato che un autore non debba preoccuparsi di queste cose, se crede che abbia ancora qualcosa da dire su un determinato tema lo deve fare. Non ho visto Agharta (Kaze muori adesso), ma non poteva esserci stata la volontà di staccarsi completamente da quell'immagine che ormai aveva dato di sé? 

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Beh parti dal presupposto che Agartha non parli di distanza quando invece...

 

anche secondo me Shinkai è monotematico, però non lo vedo come un difetto. È come uno scienziato che sta studiando una determinata cosa e non si fermerà finché non avrà trovato una risposta soddisfacente. E il bello secondo me è che molte sue opere, 5cm in primis, hanno uno scopo quasi didattico. Trovo molto strano che alcune persone considerino 5cm un'opera triste e o con un brutto finale (per il protagonista non per come è fatto) quando invece alla fine è tutto terribilmente razionale... La scelta giusta da fare.

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  • 2 months later...

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